Mohammad Javad Zarif (AP Photo/Vahid Salemi)
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  • lunedì 26 Aprile 2021

È stato diffuso un audio del ministro degli Esteri iraniano che non doveva essere diffuso

Dice diverse cose del conflitto politico interno in Iran, e potrebbe avere conseguenze importanti sulle elezioni presidenziali di giugno

Mohammad Javad Zarif (AP Photo/Vahid Salemi)

Domenica è stata diffusa la registrazione audio di una conversazione tra il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e l’economista Saeed Leylaz, realizzata lo scorso marzo per un progetto che ha l’obiettivo di documentare il lavoro dell’attuale governo dell’Iran, di cui Zarif è uno degli esponenti più importanti. La conversazione avrebbe dovuto rimanere riservata ancora per qualche mese ed è stata pubblicata prima del tempo da Iran International, un network che il regime iraniano considera finanziato dell’Arabia Saudita, paese nemico dell’Iran: non è chiaro come Iran International ne sia entrato in possesso, e ci sono diverse ipotesi al riguardo.

Il contenuto dell’audio è molto importante perché rivela lo scetticismo di Zarif nei confronti delle politiche di Qassem Suleimani, potente generale iraniano ucciso il 3 gennaio 2020 da un attacco coi droni ordinato dall’allora presidente americano Donald Trump. Zarif non è solo l’attuale ministro degli Esteri iraniano, è anche il più importante esponente dell’ala riformista e moderata a cui è stato chiesto di candidarsi alle elezioni presidenziali di giugno, perché considerato l’unico che potrebbe sfidare lo strapotere degli ultraconservatori.

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Durante le tre ore di conversazioni rese pubbliche, Zarif accusa Suleimani di avere indebolito l’azione diplomatica dell’Iran, agendo in autonomia dal governo: sostiene che il generale abbia cercato di sabotare l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dall’Iran e da diverse potenze straniere, e di avere adottato politiche nella guerra siriana che avrebbero danneggiato gli interessi dell’Iran. In particolare Zarif parla dell’appoggio che Suleimani avrebbe garantito sempre alla Russia, paese che su diversi temi, tra cui il nucleare iraniano, ha posizioni contrarie a quelle del governo di cui fa parte Zarif: «Nella Repubblica Islamica a governare sono i militari», dice Zarif.

In generale, le osservazioni di Zarif sembrano dimostrare qualcosa che molti esperti di Iran sapevano da diverso tempo: cioè che il ruolo di Zarif come ministro degli Esteri sia stato fortemente limitato, e che le decisioni di politica estera prese dal regime negli ultimi anni siano state condizionate quasi sempre dall’ala più conservatrice del regime, quella che si è spesso scontrata con il governo moderato del presidente Hassan Rouhani, a cui appartiene anche Zarif. I principali esponenti di quest’ala ultraconservatrice sono la Guida suprema, Ali Khamenei, la principale figura politica e religiosa dell’Iran, e le Guardie rivoluzionarie, corpo militare a cui appartengono anche le forze al Quds, l’unità di élite comandata da Suleimani fino alla sua morte.

Ali Khamenei bacia la testa di Qassem Suleimani (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)

Domenica sera, dopo la diffusione dell’audio, molti critici di Zarif gli hanno chiesto di dimettersi, accusandolo di avere rivelato troppe cose sugli equilibri politici interni all’Iran. Mohammed Ali Abtahi, ex vicepresidente iraniano, ha detto che per importanza la pubblicazione dell’audio «equivale a un furto da parte di Israele di documenti sul nucleare», quindi molto.

La diffusione dell’audio sembra in effetti poter avere grosse conseguenze, sia  sull’efficacia dell’azione diplomatica iraniana, sia sulla popolarità di Zarif in vista delle prossime elezioni presidenziali fissate per il 18 giugno.

Per quanto riguarda il primo punto, molti analisti sostengono che l’audio possa danneggiare i colloqui in corso a Vienna sul nucleare iraniano, iniziati da un paio di settimane con l’obiettivo di ripristinare l’accordo sul nucleare che era di fatto naufragato dopo il ritiro degli Stati Uniti deciso da Donald Trump, nel 2018. I colloqui, considerati molto importanti, sono stati voluti per lo più dal governo moderato di Rouhani e Zarif, lo stesso che aveva negoziato l’intesa nel 2015. Il timore è che le rivelazioni di Zarif – cioè che la diplomazia iraniana ha in realtà un potere molto limitato ed è fortemente condizionata dall’ala più intransigente del regime – possano ridurre la credibilità della delegazione iraniana a Vienna, che potrebbe iniziare a essere vista come ininfluente e irrilevante.

È un punto piuttosto controverso, questo, perché alcuni sostengono invece che l’audio sia stato passato a Iran International dallo stesso Zarif, che avrebbe voluto smarcarsi dai fallimenti della politica estera iraniana degli ultimi anni.

Al di là di come siano andate le cose, e di quali fossero le intenzioni, la pubblicazione dell’audio sembra avere indebolito Zarif, che già da tempo era stato tagliato fuori da molte decisioni importanti del regime. Per esempio, la notte in cui l’Iran decise di rispondere all’uccisione del generale Suleimani sparando dei missili contro una base militare irachena che ospitava soldati americani, il governo americano seppe dell’attacco prima di Zarif: due comandanti delle forze al Quds (corpo d’élite delle Guardie rivoluzionarie) avvisarono dell’attacco imminente il primo ministro iracheno, Abel Abdul Mahdi, il quale a sua volta avvisò il governo americano (suo alleato) prima che Zarif venisse a conoscenza dell’intera operazione.

L’ulteriore indebolimento dell’immagine di Zarif potrebbe avere conseguenze sulle speranze dell’ala più aperta e conciliante del regime (i moderati e i riformisti) di vincere le elezioni a giugno. Il campo riformista in particolare è molto debole, dopo anni di persecuzioni e arresti arbitrari compiuti dall’ala ultraconservatrice, che controlla tra le altre cose il potere giudiziario. Non è detto comunque che Zarif riesca a candidarsi, vista la rigida selezione dei candidati che viene svolta prima di ogni elezione dagli organi incaricati, controllati dagli ultraconservatori.