(AP Photo/Patrick Semansky)

Stanno cambiando le cose

«Provate ad ascoltare un qualsiasi podcast su libri e letteratura e incapperete a un certo punto nel rumore dei tasti della macchina per scrivere, cliché che figura nelle locandine della maggior parte dei corsi delle scuole di scrittura, benché con ogni probabilità i partecipanti non abbiano mai usato davvero una di quelle macchine per scrivere, né tantomeno la adotteranno al corso»

(AP Photo/Patrick Semansky)

Nella storia delle cose, le cose che preferisco sono quelle nate per esigenze qualitativamente e quantitativamente diverse da quelle per cui sono state poi impiegate e alle quali, in definitiva, devono il loro successo e diffusione. Mi piacciono perché permettono di formulare una tesi abbastanza interessante per cui l’evoluzione degli oggetti procede in buona parte anche, se non soprattutto, per merito di minoranze o di bisogni più o meno particolari che poi si allargano al generale o spostandosi da un ambito a un altro.

Senza citare gli innumerevoli oggetti e invenzioni nate per rispondere a necessità tutte intime e private e che oggi usiamo tutti, volete un esempio di trasmigrazione tra ambiti? Quasi sicuramente avete in casa qualcosa che è stato inventato nel contesto bellico: la zip, il latte in polvere o la carne in scatola, pure il tampax, sono nati per i soldati e ora hanno come “target” donne, bambini, e persino animali. Con un salto nell’attualità di ciascuno di noi, potrei citare il caso più facile: le mascherine che un anno fa riuscivano a trovare solo quelli che lavoravano in ambiente medico, e oggi indossiamo tutti, continuando, tra l’altro, ma chissà ancora per quanto, a chiamare “chirurgiche”. Altro esempio? Gli strumenti montessoriani che oggi arredano le scuole di infanzia più avanguardiste e che sono nati per bambini con bisogni speciali; o il biliardino, che è stato brevettato da un militante anarchico spagnolo per permettere ai ragazzini mutilati di poter giocare a calcio come i loro coetanei e dopo la guerra comparve per la prima volta proprio nei centri per la riabilitazione psicomotoria dei reduci di guerra; o ancora, nel presente, quelle case editrici per l’infanzia che usano font specifici per i bambini dislessici. E i ragazzini che non lo sono? Niente, a loro non cambia assolutamente nulla questo nuovo impiego di caratteri graficamente elaborati per i disturbi dell’apprendimento, quindi perché non facilitare quelli per cui invece è dirimente un accesso inclusivo alla lettura?

Il fatto che le cose cambino ai nostri occhi, che da oggetti tridimensionali, per esempio, si trasformino in oggetti digitali (penso al noto esempio del floppy disk divenuto icona del salvataggio) o che cambino nell’etimologia da una lingua all’altra, da un’epoca all’altra, non li fa morire, al contrario, li adatta a una nuova forma di vita come sublimando quello che finora con noialtri non è stato ancora possibile fare: sopravvivere dopo la morte. In certi casi c’è già la cosa prima che esista la parola. In altri casi, quando apparentemente non c’è più l’oggetto, resta la parola per definirlo, il gesto per mimarne l’uso, la memoria del suono per evocare un’atmosfera: provate ad ascoltare un qualsiasi podcast su libri e letteratura e incapperete a un certo punto nel rumore dei tasti della macchina per scrivere, altro cliché che figura nelle locandine della maggior parte dei corsi delle scuole di scrittura, benché con ogni probabilità i partecipanti non abbiano mai usato davvero una di quelle macchine per scrivere, né tantomeno la adotteranno al corso… d’altronde li chiamiamo ancora “manoscritti”, no?

Che a un certo punto se ne perda la coscienza, che non si sappia più riconoscerle o capire a che cosa servissero e se servissero a qualcosa, che cambi il loro nome o che non esista una parola per chiamarle, è un problema nostro, non delle cose. Mi viene sempre in mente a questo proposito la scena dell’arricciaspiccia ne “La Sirenetta” della Disney che scambia una forchetta per un pettine: rispetto a chi si impunta che quella sarà sempre e solo una forchetta anche se la usi come pettine e chi pensa che i nomi abbiano il potere magico di cambiare il senso delle cose (ammesso che esista, come sostengono i primi per ridicolizzare chi non la pensa come loro), io scelgo la strada di pensare che se un giorno gli umani scoprissero che le forchette funzionano meglio dei pettini per arricciare i capelli o per qualsiasi specifica ragione che dovesse insorgere a un certo punto, sarebbe un bel gesto di adattamento, di cui la storia della cultura materiale, tra l’altro, è piena. Perché c’è un’altra cosa: le cose si muovono. E, nella fattispecie, la forchetta come la usiamo noi è una cosa assai più recente di quello che pensiamo e che si è imposta con una fatica micidiale, culturale certo, ma anche d’uso: “Nel portare la forchetta alla bocca, si protendevano sul piatto con il collo e con il corpo. Era uno vero spasso vederli mangiare, perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in bocca” (Caterina de’ Medici, prima metà del Cinquecento). Difficoltà quindi che ha a che vedere con una nuova posizione a cui si deve adattare la bocca ma che non ha, com’è evidente, impedito che se ne imponesse comunque l’uso. Vi ricorda qualcosa nel dibattito recente sui cambiamenti “inclusivi” della lingua? A me sì.

Ultimo esempio, che traggo dal cosiddetto design inclusivo o design for all: sono sempre più diffusi gli apribottiglie che anziché funzionare con la leva classica, verso l’alto o verso il basso, avvolgono il collo della bottiglia e funzionano con la pressione centrale del palmo, e io li trovo molto comodi, anche se non ho particolari impedimenti nell’uso delle mani. Ecco, la prima volta che avevo visto questo meccanismo si trattava di un apribottiglie fatto specificamente in digital manufacturing per una persona affetta da artrite reumatoide. Ora, io non lo so se alla lunga questo sistema di apertura sostituirà quello che usiamo tutti (d’altronde c’è gente che ancora preferisce al miscelatore unico del rubinetto la doppia manopola caldo/freddo), ma non mi sento di escluderlo: si aggiungerebbe a una lunga lista di oggetti mobili.

Qualcuno sostiene che, con l’accesso diretto ai nuovi mezzi di produzione, l’effetto che si potrebbe determinare è che le cose diventino sempre più personalizzate – design for each – fino al paradosso di immaginare un mondo fatto di tantissime cose singole usate da ciascuno al posto di poche cose uguali che usiamo tutti. In realtà la storia ci sta già dando numerose conferme del contrario: innanzitutto la maggior parte di noi non ha la minima intenzione di mettersi a disegnare o addirittura produrre da sé le cose che arrederanno il suo paesaggio domestico; in secondo luogo anche chi ne avesse intenzione nella maggior parte dei casi potrebbe non avere i mezzi per farlo, mentre quello che succede già è che veniamo a conoscenza dell’esistenza di cose, fatte o fatte fare privatamente da alcuni per le più svariate ragioni (bisogno speciale, sfizio personale, urgenza momentanea) che per altrettante svariate ragioni interessano o servono anche a noi. Un tempo si guardava alla natura per cercare soluzioni ai bisogni (i famosi rimedi della nonna) o addirittura per concepire straordinarie invenzioni (penso al Velcro la cui struttura venne pensata osservando i fiori della bardana); oggi si guarda in rete a quello che esiste già, magari in un ambito diverso da quello per il quale lo adopereremmo noi, ma che potrebbe fare al nostro caso specifico, e che possiamo avere abbastanza facilmente anche se è fatto a migliaia di chilometri di distanza. Anziché chiuderci in un orticello chilometro zero di autosoddisfazione, insomma, le nuove tecnologie combinate con la rete favoriscono già un’evoluzione delle cose che va sempre più velocemente, rispetto al passato, nella direzione di condivisione di piccole o grandi innovazioni che più vengono conosciute più vengono usate e più si migliorano, e viceversa: più si sofisticano, più vengono usate e più si fanno posto nella cultura materiale.

Facciamocene una ragione: le cose cambiano, si spostano e nella maggior parte dei casi hanno vita più lunga di chi le vorrebbe cristallizzare. Le cose si muovono. E di solito è un buon segno.

Chiara Alessi
Chiara Alessi è esperta e critica di design. Nel 2021 ha pubblicato Tante care cose (Longanesi).