(Maddie Meyer/Getty Images)

Mai più, terza puntata

«Continuiamo a metterci nelle mani di un’intelligenza che procede per sistemi poco flessibili, sotto la spinta di saperi che non comunicano, senza l’energia di rivedere i propri punti d’appoggio concettuali e intorpidita dal mito leggendario della razionalità»

(Maddie Meyer/Getty Images)

Dicevamo dei quattro blocchi che, mi sembra, rendono l’intelligenza novecentesca ormai inadatta a gestire la realtà, o quanto meno questa realtà. Il primo era quello della mancanza di flessibilità, e ne abbiamo parlato. Vediamo gli altri tre, magari un po’ più in fretta se no qui finiamo che è Pasqua.

Secondo blocco: il culto del sapere specialistico. È utile ricordare che gli umani non l’hanno sempre avuto. Un greco del V secolo, un monaco medioevale o un erudito del Rinascimento avrebbero fatto fatica ad accettare che a difenderli da una pandemia potesse essere un virologo che aveva studiato solo virus. Neanche l’idea di un medico, puro e semplice, li avrebbe entusiasmati. Adesso questa posizione ci sembra infantile e perdente, ma solo perché veniamo da almeno due secoli di mitizzazione della scienza. In realtà, quei tre uomini intuivano, ognuno a modo suo, che qualsiasi porzione del reale fa parte di un sistema più complesso e che l’unico sapere utile è quello capace di muoversi nell’intero sistema, non solo in alcune sue parti. Per un simile modo di intendere il sapere, un medico incapace di conoscere il nome delle piante e riconoscere una bella poesia era poco più che un tecnico scarsamente autorevole. Se la cosa vi sembra immatura chiedetevi questo: dai vostri attuali arresti domiciliari, cosa dareste perché a orientare le politiche governative di contrasto alla Pandemia ci fossero anche un filosofo, un matematico, un antropologo, uno psicologo, un botanico, un poeta e uno storico? Io molto. Non potendolo fare, mi prendo almeno la libertà di scrivere qui che il vertiginoso progredire dei saperi specialistici ha generato un regresso collettivo nella capacità di incrociare i diversi saperi degli uomini e nell’abilità di usarne diversi contemporaneamente: quello che un tempo si chiamava sapienza. Questa capacità, andata per secoli in disuso, adesso è rientrata dalla finestra e sembra essere uno dei tratti dominanti di una certa nuova intelligenza. Il fatto che i filosofi siano a tornati a sapere e parlare di piante e di tecnologia, che un copy incapace di fare l’art sia diventato un’inutile complicazione, che i portieri si siano messi a giocare coi piedi e che il mio telefono faccia dei video, dovrebbe suggerire qualcosa. Evidentemente stiamo alzando il livello del gioco, e quello a cui stiamo pensando è un sapere capace di avere lo sguardo del falco e la pazienza della quercia – la precisione di un bisturi e la memoria di una montagna. Quando lo incontriamo, sappiamo che ci piacerebbe sapere così.
Terzo blocco. È un’intelligenza fanaticamente stanziale, incapace di nomadismo. Discende da alcuni principi o valori, e da quelli è difficilissimo sradicarla. Dove ha fondato città concettuali, lì rimane, anche se arriva un’invasione o una carestia. Tecnicamente è come condannarsi a guardare la Terra inchiodati a pochi e immutabili angoli di visuale: tutta la forza dell’intelligenza è poi utilizzata per rendere lo sguardo sempre più acuto, ma la verità è che basterebbe spostarsi due vallate più in là e si capirebbero, anche da miopi, un sacco di cose. Faccio un esempio non necessariamente gradevole. La Costituzione è per tutte le democrazie novecentesche un principio quasi indiscutibile. Al momento attuale, l’intelligenza spesa a capire cosa sia costituzionale e cosa no è infinitamente maggiore di quella dedicata a capire se la Costituzione sia ancora valida, attuale, adatta. Perché? Perché l’intelligenza novecentesca è stanziale. Ma lo è a livello tale da non accorgersi che, per fare un esempio, fondare una Repubblica sul lavoro è una bella idea ma anche un’idea tremendamente vecchia adesso che il lavoro sta scomparendo dal mondo per nostra scelta e nostra decisione. Analogamente, è difficile pensare che salveremo questo pianeta se non saremo capaci di riscrivere le nostre Costituzioni mettendo in cima a tutto i diritti dei viventi che non siamo noi. Ma invece ce ne rimaniamo fermi dove siamo e nessuno, quasi nessuno, in questo momento, sta pensando che la prima cosa che le democrazie occidentali dovrebbero fare è riscrivere le proprie Costituzioni. Cioè rifondare la propria città. In un’altra vallata, sulle rive di un altro lago, sotto un diverso cielo. Non lo facciamo perché il nomadismo, se si tratta di valori e principi, è considerato una prassi barbara, figlia di una certa ignoranza, o di un deficit di disciplina, o del populismo. Così invecchiamo in città concettuali ormai sconfinate quali, per esempio, il diritto allo studio, la libertà d’espressione, la difesa della proprietà, il senso della patria, i diritti umani, la democrazia. Splendide, esauste città, con abitanti spesso infelici. È evidente che dovremmo partire e andare a rifondarle in qualche zona meno minacciata dalla carestia di idee. Ma non lo faremo mai, fino a quando non chiameremo un’altra intelligenza, a guidarci.
Quarto e ultimo blocco. È un’intelligenza che si ostina a scegliere la razionalità come proprio tratto identitario. Che si crede, e si vuole, razionale. Qui la cosa è piuttosto complicata. Spero di riuscire a spiegarmi bene. La prima cosa discutibile è pensare di potere essere razionali, integralmente razionali: credere che esista un modo di prendere decisioni che sia al riparo da qualsiasi storytelling, da qualsiasi curva emotiva e da qualsiasi istinto. Davvero qualcuno ancora crede che esista? Qualcuno davvero crede che la decisione di sospendere la somministrazione di un vaccino per quattro giorni, per un controllino, sia razionale? (è solo un esempio tra i tanti). Forse sono pazzo, ma a me sembrerebbe molto più efficace un’intelligenza che mettesse in conto storytelling, emotività e istinto, imparasse a conoscerli, e non ci provasse nemmeno a far passare le sue decisioni come risultato indiscutibile di operazioni logiche impeccabili. Mi piacerebbe un’intelligenza anfibia, per così dire, capace di prendere decisioni anche sotto la linea di galleggiamento della razionalità, anche in immersione, e consapevole di farlo. Ne avrei anche un po’ le palle piene di questa fiaba della razionalità. E poi. Soprattutto. Non c’entra tanto come ci muoviamo noi umani, c’entra com’è fatta la realtà, com’è fatto il mondo. Là fuori le cose si muovono per un’energia, e secondo traiettorie, di cui qualsiasi razionalità umana sa pochissimo. A mala pena intuiamo la punta dell’iceberg. C’è un respiro del mondo che non è solo una fiaba per svitati, e chi non lo sente – non dico respirarlo, ma almeno sentirlo – non ha una reale possibilità di prendere decisioni che generino una qualche felicità tra i viventi. Anche solo le connessioni, pensate a questo, alle connessioni: come la vegetazione di un immane bosco, le cose vive si scambiano informazioni, si legano in catene chimiche, formano invisibili legami da cui traggono sopravvivenza: non esistono alberi, ma boschi, e tutte le volte che noi smontiamo questa semplice e primitiva unità, ad esempio con il sapere specialistico, oppure selezionando solo quello che è logico, noi perdiamo la presa su quello che studiamo, ci stacchiamo da lui, ci sfiliamo via dal reale: prima o poi tornerà a farci del male. Non c’è niente di poetico, credetemi: è solo che siamo – il mondo è – un paesaggio meravigliosamente complesso, che nessuna scrittura logica saprebbe nominare davvero. Per questo un’intelligenza convinta di domarlo con la razionalità non è per noi. E un’intelligenza convinta che lo scopo sia domarlo, invece che abitarlo, non è un’intelligenza: forse lo è stata, ma non dovrebbe esserlo più.
Bene. Possiamo riassumere. Per motivi a molti inspiegabili, continuiamo a metterci nelle mani di un’intelligenza che procede per sistemi poco flessibili, sotto la spinta di saperi che non comunicano, senza l’energia di rivedere i propri punti d’appoggio concettuali e intorpidita dal mito leggendario della razionalità. L’abbiamo chiamata intelligenza novecentesca, e qui ci scusiamo con Benjamin, Picasso, Foucault, Jimi Hendrix, John McEnroe e tutti coloro che non hanno avuto niente a che fare con quel modo di stare al mondo: ma quando abbiamo scelto un’intelligenza per gestire il mondo non abbiamo scelto la loro ed è stato un vero peccato. Abbiamo scelto quella che adesso ancora ci presenta il conto, con la consueta, irritante annotazione there is no alternative. In qualche modo bisogna chiamarla. Novecentesca.Il minimo che possiamo fare è chiederci se davvero è l’unica intelligenza di cui disponiamo. È la domandina che ci faremo nella prossima, ultima, puntata. Non prometto una risposta. Ma la domanda sì.

(3. Continua)

Alessandro Baricco
Alessandro Baricco è scrittore e fondatore della Scuola Holden di Torino. Mai più è l'inizio della sua collaborazione con il Post.