(John Thys, Pool Photo via AP)

L’Unione Europea perde pezzi sui vaccini

Austria e Danimarca stanno prendendo accordi separati con Pfizer e Moderna, e diversi altri paesi si stanno interessando ai vaccini russi e cinesi

(John Thys, Pool Photo via AP)

Negli ultimi giorni diversi paesi dell’Unione Europea hanno annunciato che prenderanno in autonomia alcune decisioni sull’acquisto dei vaccini contro il coronavirus, superando l’approccio comunitario seguito finora.

Lunedì i governi di Austria e Danimarca, che fanno parte del gruppo di paesi più conservatori dal punto di vista economico, hanno annunciato che nei prossimi giorni discuteranno col governo israeliano una possibile partnership per ospitare centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio, e ottenere così una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti europei.

Austria e Danimarca sono solo gli ultimi che hanno deciso di muoversi in autonomia. L’Ungheria, paese guidato da un governo semi-autoritario, nella campagna di somministrazione di massa sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V e il vaccino cinese Sinopharm, nessuno dei quali è stato approvato dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA). Ieri anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno discutendo rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

Finora i governi nazionali avevano rispettato gli accordi comunitari sull’affidare i negoziati con le aziende farmaceutiche alla Commissione Europea, per avere maggiore forza contrattuale. La Commissione ha effettivamente ottenuto contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto per esempio agli Stati Uniti e al Regno Unito, ma soltanto dopo mesi di lunghi negoziati.

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La Commissione ha inoltre puntato moltissimo sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca per ragioni tutto sommato comprensibili: viene prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, e la dose di richiamo può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata da AstraZeneca a fine gennaio, mai spiegata completamente dall’azienda, ha tuttavia inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee, ancora piuttosto indietro rispetto ad altri paesi occidentali.

Come ha fatto notare il New York Times, l’approccio comunitario ha avvantaggiato soprattutto i paesi europei di piccole dimensioni, che altrimenti non avrebbero potuto permettersi di pattuire condizioni vantaggiose con le aziende farmaceutiche; al momento però sembra essere meno conveniente per i paesi europei di medie e grandi dimensioni, che muovendosi in autonomia sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

Alcuni governi hanno criticato apertamente l’approccio europeo. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha detto alla Bild che l’EMA è stata «troppo lenta» nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo paese «non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini». La prima ministra danese Mette Frederiksen è stata meno critica verso le istituzioni europee, ma lunedì a un evento pubblico ha comunque sottolineato che «potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini».

Citando una fonte vicina a Kurz, il Financial Times ha scritto che l’Austria, la Danimarca e Israele sono in una fase molto avanzata di trattative con Pfizer e Moderna e che il governo austriaco ha già individuato un posto dove mettere in piedi un centro vaccinale.

Si stanno creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni comunitarie hanno voluto evitare fin dai primi mesi della pandemia: permettere a ciascun paese di muoversi in ordine sparso. I funzionari europei ritengono che un approccio del genere possa indebolire sia la coesione interna fra i paesi europei sia l’immagine dell’Unione nei paesi più sensibili all’influenza russa e cinese, come per esempio quelli dei Balcani e dell’Europa orientale.

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Rispondendo a una domanda del Financial Times, la Commissione ha detto di non essere stata informata dei piani del governo austriaco e danese e che quindi non può commentare la notizia. In un’intervista pubblicata stamattina proprio sul Financial Times, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha cercato di minimizzare le accuse, sostenendo che i ritardi nelle forniture dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi i paesi europei «avranno molte più dosi di quelle che serviranno».

Secondo diversi osservatori, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi, reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo, dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutta Europa.