Una pagina di necrologi del Corriere della Sera (Riccardo Congiu)
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  • sabato 20 Febbraio 2021

Come funzionano i necrologi in un grande giornale

Un formato di comunicazione luttuoso e antico è tornato attuale nell'ultimo anno, e impone dinamiche e scelte particolari

Una pagina di necrologi del Corriere della Sera (Riccardo Congiu)

Un necrologio è un annuncio funebre, un breve testo con cui si dà notizia della morte di una persona. In origine era il registro dei morti che si teneva in una chiesa o in una comunità religiosa, in cui venivano scritte brevemente le informazioni essenziali sui defunti: nome e cognome, data e luogo di nascita, luogo della morte. Sui giornali il necrologio è diventato poi un annuncio pubblico, un modo per dare notizia di una morte ma anche di celebrare e ricordare una persona in uno spazio a cui tutti potessero avere accesso, da parte della sua famiglia o delle altre persone che vogliono partecipare al lutto. E su tutti i giornali maggiori l’annuncio è a pagamento: di fatto una specifica e luttuosa forma di inserzione pubblicitaria.

Soprattutto nei quotidiani anglosassoni, è frequente l’abitudine di pubblicare per le persone più note o importanti delle commemorazioni più estese prodotte dalle redazioni, con le foto e un racconto della vita del defunto: sono gli articoli che vengono chiamati obituaries. In quelli italiani invece le notizie redazionali dedicate alle morti non hanno un “format” proprio e sono articoli confezionati come gli altri, chiamati “coccodrilli” quando sono preparati in anticipo. Quelli che chiamiamo necrologi, a pagamento, hanno mantenuto uno stile molto asciutto e breve, e in un’epoca meno “connessa” sono stati per lungo tempo l’unico modo, o quasi, per venire a sapere della morte di una persona che non si frequentava abitualmente, soprattutto sui quotidiani locali o fortemente radicati in una città.

I necrologi a pagamento hanno forme e impostazioni simili, e l’occasione della loro pubblicazione impone sobrietà e discrezione: di solito si tratta degli annunci della morte – fatti generalmente dalla famiglia – a cui seguono una serie di partecipazioni al lutto da parte di conoscenti (che iniziano spesso con «si uniscono al lutto…»); si somigliano molto tra loro e seguono tutti delle formule convenzionali e rituali, come «è mancato all’affetto dei suoi cari» o «il triste annuncio».

Tra i più diffusi quotidiani italiani, quello che ha una maggiore tradizione di ospitare necrologi a pagamento e che viene più spesso usato per questo è il Corriere della Sera, a cui il Post ha chiesto di raccontare come funziona il suo servizio necrologie.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Chi vuole pubblicare un necrologio sceglie abbastanza naturalmente il giornale di riferimento nella zona e più diffuso sul territorio, non quello a cui fosse più affezionata la persona defunta. Se muore una persona di Napoli, è più probabile vedere il suo necrologio sul Mattino, anche se magari per tutta la vita ha letto Repubblica Il Giornale. Tradizionalmente si è sempre fatto così, proprio perché i necrologi servono a comunicare la notizia a persone che potevano conoscere il defunto.

Nonostante sia il maggior quotidiano italiano, quindi, quasi tutti i necrologi del Corriere della Sera sono legati alla città di Milano, dove ha sede e dove ha la maggiore comunità di lettori. Ogni giorno il giornale prevede una pagina di necrologi nel “timone”, cioè l’abbozzo schematico di come saranno distribuite le pagine del giornale, e in casi di necessità si cerca eventualmente di aggiungerne altre. In una pagina intera possono starci fino a 140-150 necrologi – naturalmente dipende anche da quanto sono lunghi – tra annunci della morte e partecipazioni al lutto.

La sala Albertini, dove si fanno le riunioni di redazione, nella sede del Corriere della Sera a Milano, in via Solferino (GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Il costo per la pubblicazione di un necrologio a pagamento è commisurato allo spazio usato, che – con un’impostazione pre-digitale – viene misurato in numero di parole. Al Corriere della Sera per gli “annunci” si pagano 6 euro e 50 a parola, mentre per le “partecipazioni”, che in genere sono più brevi e quindi costano di più in tutti i giornali, si pagano 13 euro a parola. Mediamente un necrologio costa quindi intorno ai 300 euro, per una quarantina di parole che annuncino la morte di una persona o una ventina per partecipare al lutto. Ma possono costare anche molto di più ed è comune vederne di più lunghi.

Oltre che sul giornale, da una decina d’anni i necrologi vengono pubblicati contemporaneamente sul sito web senza sovrapprezzo: è un servizio in più, gratuito, che serve a conservare il necrologio in una sorta di archivio online sempre consultabile. Prevedono la possibilità di aggiungere una serie di altri servizi a pagamento, tra cui biografia (50 euro) e fotografia (15 euro), anche se vengono usati molto poco. Le partecipazioni invece si possono inviare anche solo online, e in quel caso costano decisamente meno: 20 euro ciascuna. Sul giornale cartaceo invece il Corriere della Sera ha scelto di non pubblicare le foto dei defunti, mentre altri giornali lo fanno.

Tra i vari generi di necrologio ci sono anche “ringraziamenti”, “anniversari” e “trigesimi”: costano tutti 300 euro. Il ringraziamento è quello che la famiglia rivolge a tutti quelli che hanno partecipato al lutto; l’anniversario è libero, e viene usato spesso come promemoria di una messa in ricordo del defunto; il trigesimo, cioè il trentesimo giorno dalla morte, è un retaggio rimasto quasi solo sul listino delle tariffe e anche in questo caso legato all’usanza religiosa, sempre meno diffusa, di celebrare un rito funebre in onore di una persona a un mese dalla sua morte.

Non tutti i servizi di necrologie funzionano così: quelli dei quotidiani del gruppo GEDI, per esempio, costano un po’ meno a parola, ma in alcuni casi hanno dei supplementi di prezzo per le parole in grassetto (è così il servizio della Stampa), o un minimo di parole da scrivere necessariamente perché il necrologio venga pubblicato (sulla Nuova Ferrara, per esempio, bisogna scrivere almeno 25 parole).

Per il Corriere della Sera i necrologi a pagamento sono una fonte non trascurabile di ricavi: in una giornata con un centinaio di annunci, che non è una rarità, è verosimile stimare un guadagno di circa 30mila euro. Una pagina intera di necrologi rende quindi molto di più della stessa pagina venduta a un’inserzionista pubblicitario.

Il servizio ha naturalmente dei costi per le persone addette. La mattina lavorano due persone fino alle 13,30 e si occupano solo di raccogliere i necrologi online, che possono arrivare per mail o sul sito, dove le persone possono caricarli autonomamente compilando un modulo. Quel che arriva per mail viene invece inserito nel sistema dagli operatori (ogni tanto arriva ancora qualcosa via fax) e capita spesso che chi scrive il necrologio venga ricontattato al telefono per chiarimenti. In ogni caso, tutti i necrologi devono essere controllati e approvati.

Alle 13,30 inizia il lavoro più consistente perché apre anche la linea telefonica, che chiude alle 19,30 (con diverse eccezioni). A quell’ora arrivano altre tre persone che sostituiscono le due del turno mattutino, a cui possono aggiungersene fino ad altre 4 o 5 in giornate particolarmente impegnative (il Corriere in quei casi si appoggia a un servizio esterno). La quantità di lavoro è naturalmente imprevedibile: ci sono giornate in cui si finisce poco dopo le 19,30 e giornate in cui si fa fatica a consegnare la pagina in tempo per la chiusura del giornale.

Quello al telefono, tuttora il metodo più usato, è il lavoro più impegnativo, perché si riceve il testo del necrologio sotto dettatura e capita spesso di dover aiutare le persone che chiamano a trovare le parole e a non dimenticare informazioni importanti: e naturalmente l’esattezza della trascrizione è una priorità, data l’eccezionalità luttuosa dell’occasione.

Questi aspetti, insieme al costo del servizio, fanno in modo che i necrologi si somiglino spesso, tra formule ricorrenti e scorciatoie per non dilungarsi eccessivamente. Repubblica, per esempio, ha anche pubblicato una breve guida su come si debba scrivere un necrologio: «Si tratta di una comunicazione di tipo ‘informativo’; come tale dovrà essere scritto in modo sobrio senza però apparire troppo freddo o distaccato».

Il lavoro di controllo e verifica è molto rigoroso: non ci si può permettere che finiscano in pagina non solo errori, ma anche scherzi o testi in qualche modo spiacevoli e di cattivo gusto. Capita, anche se non è comune, che qualcuno chieda di far parlare il morto in prima persona, ma non è una cosa che viene accettata. Qualche tempo fa una persona chiamò il Corriere con intenti molto seri, e anche disposto a pagare per un testo abbastanza lungo, per annunciare “la morte della democrazia”: anche questo è un caso in cui il necrologio viene respinto.

Tutti i necrologi ricevuti finiscono poi nel database di un software che dà a ognuno una priorità per decidere l’ordine in cui devono essere pubblicati, in base al rapporto che si dichiara di avere con il defunto. Lo schema che ne viene fuori è chiamato “corteo” da chi se ne occupa e segue l’ordine “annuncio-familiari-amici-colleghi”. Quando muore una persona particolarmente conosciuta i cortei sono piuttosto lunghi e non è raro che possano servire anche più pagine. Al Corriere della Sera è successo una sola volta negli ultimi 4 anni che il direttore si sia dovuto scusare per non essere riuscito a pubblicare tutti i necrologi (con la promessa di dare spazio il giorno successivo a quelli che mancavano), quando è morto Gian Marco Moratti nel 2018: erano stati pubblicati circa 450 necrologi in 3 pagine.

Se non c’è l’annuncio della famiglia, tendenzialmente gli altri necrologi che arrivano non si accettano, perché il mancato annuncio potrebbe essere una scelta di riserbo intenzionale. A volte succede che sia la famiglia stessa a chiamare il giornale per chiedere di non ricevere necrologi su un proprio caro, e in quel caso una parte del lavoro diventa la comunicazione (ovviamente gratuita) di questa volontà a chi chiama per pubblicare un necrologio per quella persona.

Col passare degli anni, e con la diminuzione delle copie vendute dai giornali di carta, anche i necrologi sono diventati di meno rispetto a un tempo, e più elitari, sia per il costo di una pubblicazione, sia perché ormai prevalgono molti altri modi per comunicare la morte di una persona o per fare le condoglianze. La lettura dei necrologi sulle pagine del Corriere della Sera suggerisce ogni giorno che siano una comunicazione oggi cara soprattutto a persone e famiglie di condizioni sociali privilegiate e con maggiore attaccamento alle tradizioni rituali.

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Nel 2020 invece i necrologi sono molto aumentati, a causa della pandemia da coronavirus che ha significativamente aumentato le morti in Italia. Dalle pagine di necrologi nei giornali dell’anno scorso si può osservare quasi fedelmente l’andamento della pandemia: sono stati di più sui giornali delle zone più colpite, come il Nord Italia, e sono aumentati in corrispondenza della prima e della seconda ondata.

La zona di Bergamo era stata da subito una delle più colpite dal coronavirus in tutto il mondo, e più volte a marzo L’Eco di Bergamo fu costretto a pubblicare anche 10, 11, 12 pagine di necrologi in un solo giorno.

Le 12 pagine di necrologi sull’Eco di Bergamo il 21 marzo 2020

Per tutto il 2020, e soprattutto nei periodi di lockdown o di chiusure più diffuse, i necrologi hanno avuto una nuova centralità per comunicare la morte di una persona, e a volte anche per ricordarla: moltissimi funerali non si sono potuti svolgere o si sono svolti in forma molto ridotta, e persino le affissioni funebri sui portoni o sui muri cittadini non potevano essere viste da nessuno.

Naturalmente c’è stato un grande sovraccarico per chi lavorava ai necrologi e il Corriere della Sera, per esempio, ha cominciato a prevedere sempre due pagine nel timone, invece della solita pagina singola. È stato così per tutto il primo lockdown, poi d’estate si è tornati a una pagina: certamente ha influito l’andamento dell’epidemia nel paese, ma a luglio e agosto tradizionalmente sul giornale ci sono sempre meno necrologi che durante il resto dell’anno.

Il ruolo che sono tornati ad avere i necrologi nel 2020 spiega in parte l’importanza e l’autorevolezza che ancora vengono attribuite ai quotidiani cartacei in Italia, nonostante la progressiva perdita di copie. In un momento solenne com’è la morte di una persona, anche chi non lo legge abitualmente sceglie di affidare il proprio ricordo al giornale, dove si ha la percezione che abbia maggiore valore (e infatti è stato fissato un prezzo).

Per alcuni il necrologio può essere l’unico momento pubblico in una vita intera, per altri è l’ultimo di una lunga serie: in ognuno dei due casi si fa molta attenzione a quello che si vuole scrivere. Soprattutto tra chi aveva già una vita pubblica, un tempo non era raro che una persona preparasse da sola il proprio necrologio prima di morire. Indro Montanelli, per esempio, nel 2001 dettò personalmente il suo necrologio all’allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, qualche giorno prima della sua morte, mentre era ricoverato alla clinica “La Madonnina” di Milano:

Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza – Indro Montanelli – giornalista – Fucecchio 1909, Milano 2001 – prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili.

Oltre all’importanza dell’annuncio di morte di una persona nota, resta quella di comparire nei necrologi fra le sue partecipazioni. Al Corriere della Sera raccontano che quando muore una persona molto conosciuta è piuttosto evidente la volontà, da parte dei molti che chiamano, di fare parte di quel “corteo” e di sottolineare il legame con il defunto, e il necrologio diventa quasi un’occasione mondana in cui bisogna ben figurare. Sul Foglio Giacomo Papi ha sintetizzato questa impressione: «Quando se ne va una persona famosa, sulle pagine dei necrologi dei quotidiani italiani va in scena una lotta invisibile per esserci ed essere visibili, e accostare il proprio nome, o quello della propria ditta, al nome del morto». In un anno eccezionale l’emergenza sanitaria ha ridato ai necrologi una dimensione popolare che avevano in gran parte perso.

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