(Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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  • giovedì 18 Febbraio 2021

L’inchiesta sulle mascherine acquistate dalla Cina, in ordine

I fatti risalgono ai primi mesi dell'emergenza, gli accusati sono gli intermediari di un'operazione che coinvolse la struttura commissariale guidata da Arcuri

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Mercoledì la Guardia di Finanza ha sequestrato conti correnti bancari, case, una barca da 770mila euro, moto e orologi di lusso per un valore complessivo di 69,5 milioni di euro agli intermediari che organizzarono l’importazione dalla Cina di 800 milioni di mascherine durante i primi mesi dell’emergenza coronavirus. Il sequestro è stato ordinato dalla procura di Roma nell’ambito di lunghe indagini condotte negli ultimi mesi.

L’inchiesta della procura è molto complicata. Gli intermediari che organizzarono l’acquisto di mascherine sono accusati, a seconda delle posizioni, di traffico di influenze illecite, riciclaggio, autoriciclaggio e ricettazione. Secondo la procura, avrebbero usato influenze e rapporti personali per assicurarsi un accesso privilegiato all’acquisto di mascherine per 1,25 miliardi di euro richiesto dalla struttura commissariale italiana istituita per gestire l’emergenza del coronavirus. Grazie alle commissioni pagate dai consorzi cinesi, gli intermediari avrebbero poi acquistato i beni sequestrati mercoledì.

In particolare, sostengono i magistrati, l’accesso privilegiato sarebbe stato reso possibile dal rapporto personale tra uno degli indagati, Mario Benotti, e il commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri.

Gli indagati sono otto: oltre a Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa, anche l’imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi, a capo di una delle quattro società coinvolte nell’indagine, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. Nell’inchiesta sono coinvolte quattro società: la Sunsky srl, Partecipazioni Spa, Microproducts It Srl e Guernica Srl. Nei mesi scorsi era stato anche ipotizzato il reato di corruzione a carico del commissario Domenico Arcuri, ma al termine delle indagini i magistrati avevano chiesto l’archiviazione perché «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Le cose da sapere sul coronavirus

Il rapporto tra Arcuri e Benotti è uno dei nodi più importanti della complessa indagine coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dai pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone. La procura ha definito questo rapporto come un «passepartout» che ha consentito agli indagati di avere un vantaggio competitivo rispetto ai possibili fornitori concorrenti nelle primissime fasi dell’emergenza.

Nel decreto di sequestro citato da Repubblica, si legge che i contatti tra gli intermediari e la struttura commissariale furono antecedenti al 10 marzo e quindi «ben prima del lockdown nazionale, dichiarato il 9 marzo 2020». Questo «dà l’idea dell’informalità con la quale si è proceduto… In quel momento nessuna norma consentiva ancora deroghe al codice dei contratti». La stipula del primo contratto fu fatta il 25 marzo, quando «la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente», scrivono i magistrati. «Si delinea così la nascita di un lucroso patto (occulto) con una pubblica amministrazione; un comitato d’affari, nel quale ognuno dei partecipanti ha messo a servizio del buon esito della complessa trattativa la propria specifica competenza, ricevendone tutti un lauto compenso per l’opera di mediazione compiuta».

Benotti viene definito dalla procura come una persona politicamente esposta per essere già stato consulente della presidenza del Consiglio dei ministri e di vari ministeri, con notevoli entrature nel mondo della politica e dell’alta dirigenza bancaria.

Da gennaio a maggio 2020 tra lui e Arcuri ci furono 1.282 contatti telefonici: chiamate con e senza risposta, sms. I contatti si interruppero definitivamente il 7 maggio, nonostante i successivi tentativi fatti da Benotti per proporre nuovi affari legati alla fornitura di tamponi rapidi, guanti e mascherine. In una delle conversazioni ritenute significative dalla procura, Benotti confida a un interlocutore la sua frustrazione nel vedere Arcuri sottrarsi ai contatti e «il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che “ci sta per arrivare addosso”». I pagamenti delle commissioni, da milioni di euro, furono poi garantiti agli indagati dai fornitori cinesi.

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Nonostante la richiesta di archiviazione nei confronti di Domenico Arcuri, i magistrati hanno comunque rilevato una gestione poco chiara nell’acquisto di queste mascherine da parte della struttura commissariale. L’accusa ha sottolineato come gli intermediari avessero potuto beneficiare di «un certo ascendente sulla struttura commissariale, la quale non appare interessata a costituire un proprio rapporto con i fornitori cinesi né a validare un autonomo percorso organizzativo per certificazioni e trasporti, preferendo affidarsi a freelance improvvisati, desiderosi di speculare sull’epidemia».

Mercoledì la struttura commissariale ha pubblicato una nota stampa per confermare ampia collaborazione alla procura. «Risulta evidente che la struttura commissariale e il commissario Arcuri (estranei alle indagini) sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati affinché questi ultimi ottenessero compensi non dovuti dalle aziende produttrici», si legge nella nota. «Nella loro veste di parti offese hanno già richiesto ai loro legali di valutare la costituzione di parte civile in giudizio per ottenere il risarcimento del danno».

Anche gli avvocati di Benotti hanno definito il sequestro «un provvedimento inspiegabile che rappresenta una grave ingiustizia». Gli avvocati hanno annunciato che presenteranno un ricorso contro il provvedimento.

«Mario Benotti non ha fatto altro che agire, nella sua veste professionale di consulente, su esplicita e reiterata richiesta, orale e scritta, del commissario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri, per favorire l’arrivo in tempi rapidi di un rilevante quantitativo di dispositivi di protezione individuale, in un momento in cui il Paese affrontava una crisi sanitaria senza precedenti ed era pressoché impossibile reperire tempestivamente da aziende nazionali i dispositivi necessari. Tra l’altro, il Commissario aveva fatto a Mario Benotti uguale richiesta anche per reperire ventilatori polmonari per i reparti di terapia intensiva».

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