(Justin Sullivan/Getty Images)

Dovremmo togliere Twitter a tutti i capi di stato?

Se lo è chiesto di recente un giornalista del New York Times, ma è un tema dibattuto da tempo

(Justin Sullivan/Getty Images)

È passato quasi un mese da quando il 9 gennaio Twitter aveva deciso di rimuovere il profilo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in seguito ad alcuni suoi tweet che legittimavano l’attacco del 6 gennaio al Congresso. La decisione di Twitter ha fatto riemergere un dibattito che va avanti da tempo sui rischi che i social network diventino veicoli di propaganda politica, soprattutto se usati da politici di alto livello in maniera eccessiva e con toni aggressivi. del New York Times, i politici, e in particolare ai capi di stato e di governo, venga proibito l’utilizzo dei social network.

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La decisione di Twitter di sospendere Trump era stata parecchio discussa, soprattutto perché in contraddizione con quanto fatto dalla piattaforma fino a quel momento: Twitter si era sempre rifiutato di segnalare come inappropriati i tweet di Trump, sostenendo che a prescindere dal contenuto fossero elementi di interesse generale, e che censurare il presidente degli Stati Uniti avrebbe reso ancora più polarizzato il dibattito pubblico americano. Sul tema ci sono posizioni molto varie, alcune delle quali molto diverse da quelle espresse da Manjoo.

Su posizioni critiche, per esempio, si sono schierati diversi politici stranieri, che hanno espresso il timore che una decisione del genere fosse un pericolo per la libertà di espressione su Internet, e che si trattasse in qualche modo di censura. A esempio, il portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato di decisione “problematica”, in quanto limiterebbe il diritto dei politici di esprimersi liberamente. Anche il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador l’ha criticata apertamente, paragonandola alla Santa Inquisizione. Eppure sono proprio i capi di stato e di governo, secondo Manjoo, che dovrebbero essere tenuti alla larga da Twitter.

La regola non deve avere connotati politici, ma basarsi su un semplice postulato: ai capi di stato non dovrebbe essere permesso di twittare. La persona più potente nel contesto più influente del mondo non dovrebbe pubblicare brandelli di pensiero istintivo da 280 caratteri scritti sul momento, senza revisione, su una piattaforma privata il cui algoritmo segreto è stato progettato per generare indignazione e privilegiare le blastate.

L’argomento di

In un articolo del 2018 Conor Friedersdorf, giornalista dell’Atlantic, aveva commentato un tweet in cui Trump minacciava il dittatore nordcoreano Kim Jong-un di avere «un pulsante nucleare più grande del suo», definendolo il «tweet più irresponsabile della storia». Secondo Friedersdorf, Twitter è stato creato per “abbassare” le barriere comunicative, incoraggiando le persone a scrivere in modo impulsivo i propri commenti in pochi caratteri: qualcosa che è inadatto per i leader mondiali, che invece dovrebbe stare lontano dall’avventatezza e ponderare attentamente le proprie parole.

«Il peso delle loro dichiarazioni – scriveva Friedersdorf – dovrebbe essere un freno che li induca a fermarsi prima di esprimersi, poiché le loro parole possono avere conseguenze immediate e, plausibilmente, possono influenzare miliardi di persone. Alcuni leader hanno innescato genocidi e pogrom con le loro parole. Le parole sbagliate sulla guerra nucleare potrebbero letteralmente porre fine alla civiltà umana».

Manjoo scrive che per lungo tempo era stato scettico sull’ipotesi di vietare Twitter a Trump, dato che l’ex presidente era comunque onnipresente su tutti i media, e chiudere solo uno dei suoi canali non sarebbe servito a molto. Ma alcune settimane dopo la rimozione dell’account, Manjoo ha notato che la presenza di Trump su Twitter era «molto più minacciosa per la società di quanto avessi sospettato, e il divieto ha avuto più successo nel reprimere il suo stile di pura propaganda di quanto avessi immaginato». Su Twitter è arrivata «una vaga ma palpabile serietà». Al posto del “chiasso” provocato dai tweet di Trump, ha scritto Manjoo, si è creato il posto per qualcosa di più prezioso: «lo spazio cognitivo per capire meglio cosa sta realmente accadendo intorno a noi».

Come molti altri esperti di libertà di espressione hanno fatto notare, inoltre, i capi di stato e di governo non hanno davvero bisogno di Twitter o Facebook per comunicare col proprio elettorato, dato che hanno a disposizione efficienti apparati di comunicazione e uffici stampa, nonché l’attenzione costante dei media tradizionali.

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Proprio da questo punto di vista Joe Biden ha preso nettamente le distanze dal suo predecessore fin dal suo arrivo alla Casa Bianca. I suoi impegni, le decisioni e i programmi vengono comunicati giornalmente in una conferenza stampa della sua portavoce Jen Psaki. Non sarebbe una grande novità nella storia dei presidenti degli Stati Uniti, se non fosse che durante l’amministrazione Trump questa pratica era stata messa da parte, dato che tutto veniva comunicato dal presidente via Twitter. Stephanie Grisham, che era stata portavoce della Casa Bianca per otto mesi tra il 2019 e il 2020, non aveva tenuto nemmeno una conferenza stampa, per esempio.

Biden inoltre usa pochissimo Twitter, e perlopiù per messaggi istituzionali: l’ultimo tweet del suo account personale risale al 20 gennaio, giorno della cerimonia di insediamento, e da allora ha usato solo l’account twitter presidenziale.