Aditya Singh
Aditya Singh nella foto segnaletica rilasciata dalla contea di Cook, dove si trova Chicago. (Cook County Sheriff's Office via AP)
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  • martedì 19 Gennaio 2021

La storia dell’uomo che ha vissuto per tre mesi nell’aeroporto di Chicago

Un 36enne indiano è rimasto da ottobre a gennaio nella zona dove ci sono i collegamenti tra i vari terminal e i negozi, senza che nessuno gli dicesse nulla

Aditya Singh
Aditya Singh nella foto segnaletica rilasciata dalla contea di Cook, dove si trova Chicago. (Cook County Sheriff's Office via AP)

Sabato 16 gennaio due dipendenti della compagnia aerea statunitense United Airlines hanno notato e segnalato alla polizia una persona sospetta che avevano visto in un terminal dell’aeroporto O’Hare di Chicago, uno dei più grandi e trafficati degli Stati Uniti. Quando gli è stato chiesto di identificarsi, l’uomo, Aditya Singh, un 36enne indiano, ha esibito il badge di un addetto aeroportuale di cui era stato denunciato lo smarrimento lo scorso 26 ottobre. L’uomo è stato quindi arrestato e ha spiegato alla polizia che aveva vissuto nell’aeroporto per quasi tre mesi.

Singh era arrivato negli Stati Uniti cinque anni fa per concludere gli studi all’università pubblica dell’Oklahoma. Dal 2019 abitava a Orange, in California, dove viveva con la famiglia di un certo Carl Jones, che gli aveva dato alloggio in cambio di aiuto in casa con il padre anziano e qualche altro lavoretto. Jones ha spiegato al Chicago Tribune che il visto di Singh stava per scadere e che quindi avrebbe dovuto tornare in India, dove abita la madre. Per questo, lo scorso 19 ottobre aveva preso un aereo che lo aveva portato da Los Angeles a Chicago, dove poi avrebbe proseguito il viaggio verso l’India, salvo poi cambiare idea.

Per gli ultimi tre mesi Singh ha vissuto nell’area di sicurezza a cui possono accedere soltanto i passeggeri e il personale dell’aeroporto, per intenderci quella dove ci sono i collegamenti tra i vari terminal e i negozi, prima degli imbarchi. Secondo quanto ha raccontato alla polizia, era talmente spaventato dalla pandemia da coronavirus che non se l’era sentita di prendere un altro aereo e ritornare in India e quindi era rimasto all’aeroporto, dove di tanto in tanto parlava con qualche viaggiatore e qualcuno gli comprava da mangiare.

Secondo quanto ha spiegato a CNN il dipartimento di polizia di Chicago, Singh è stato arrestato con l’accusa di aver violato i limiti di un’area riservata e di furto per somme inferiori a 500 dollari (circa 400 euro). L’avvocata della difesa, Courtney Smallwood, ha detto che l’uomo non ha precedenti penali e che potrà essere liberato su cauzione di 1.000 dollari a patto che non ritorni all’aeroporto O’Hare. Da lunedì Singh si trova nel carcere della contea di Cook, vicino a Chicago, in attesa dell’udienza che si terrà il 27 gennaio.

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In questi giorni la sua storia è circolata parecchio sui principali giornali di tutto il mondo – anche perché ha ricordato a molti quella del film del 2004 The Terminal, in cui Tom Hanks interpretava un cittadino dell’immaginaria repubblica di Krakozhia che si era a trovato a vivere per mesi nell’aeroporto JFK di New York – ma ha anche sollevato la questione della sicurezza negli aeroporti.

La giudice della contea di Cook a cui è stato assegnato il caso, Susana Ortiz, riferendosi ai «fatti e alle circostanze» che ha definito «piuttosto scioccanti dato il presunto periodo di tempo in cui è accaduto tutto», ha detto agli avvocati della difesa:

Quindi, se vi capisco correttamente, mi state dicendo che una persona non autorizzata, che non era un dipendente [aeroportuale], presumibilmente ha vissuto in un’area delimitata e sicura dell’aeroporto di O’Hare dal 19 ottobre 2020 al 16 gennaio 2021 senza essere notata? Voglio capire correttamente.

Lunedì in un comunicato il dipartimento dell’Aviazione di Chicago ha detto che «non c’è priorità più alta» della sicurezza aeroportuale, che viene assicurata grazie a «una rete di controlli e di applicazione della legge coordinata e su più livelli». Allo stesso tempo, nel comunicato si legge che «nonostante questo episodio sia sotto indagine, siamo stati in grado di determinare che questo signore non ha messo a rischio la sicurezza dell’aeroporto né quella dei viaggiatori».

Non è chiaro se il badge che ha mostrato Singh sia stato da lui trovato oppure rubato. A ogni modo, secondo la polizia, dopo che un tesserino viene denunciato come smarrito viene disattivato, e pertanto ci sarebbe stato un avviso qualora Singh avesse provato ad allontanarsi; tuttavia, non ci sono indicazioni sul fatto che l’uomo possa aver tentato di uscire dalla zona sicura dell’aeroporto né che avesse voluto fare altro.

Carl Jones, che ha detto di essere sorpreso dalla vicenda, ha descritto Singh come «un’anima molto gentile», che spesso si offriva di aiutare i senzatetto. Lo aveva conosciuto tramite un’amica, Mary Steele, che aveva a sua volta incontrato Singh nel 2018 durante alcuni viaggi tra l’Oklahoma e la California per partecipare a eventi religiosi e di attivismo politico. Nei mesi vissuti in aeroporto Singh e Steele si sono sentiti diverse volte per telefono e tramite messaggio: lei ha detto di avergli creduto inizialmente, ma poi aveva immaginato che sarebbe stato impossibile che Singh non fosse stato scoperto con tutta quella sicurezza. Sia Jones che Steele hanno spiegato che prima di lasciare la California l’uomo aveva avuto alcuni screzi con un amico per motivi economici, ma non saprebbero dire se questo abbia contribuito a fargli decidere di restare in aeroporto per mesi.

Secondo quanto ha raccontato Steele, poco prima di essere arrestato Singh le aveva detto che voleva ritornare in California, per poi provare a raggiungere l’India. Le aveva anche raccontato che grazie all’esperienza in aeroporto stava «crescendo spiritualmente» e che «sapeva che ne sarebbe uscito più forte».

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