Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, con il presidente del CONI Giovanni Malagò (Valerio Portelli/LaPresse)
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  • lunedì 4 Gennaio 2021

Perché l’Italia rischia la sospensione dal Comitato Olimpico Internazionale

In due anni non siamo riusciti a modificare la contestata riforma dello sport voluta dal primo governo Conte: c'è tempo fino al 27 gennaio

Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, con il presidente del CONI Giovanni Malagò (Valerio Portelli/LaPresse)

Nella prossima riunione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), in programma mercoledì 27 gennaio, l’Italia potrebbe essere sanzionata con una sospensione per aver violato le regole contenute nella Carta Olimpica, il documento che determina principi e statuti del movimento olimpico. Tutto nasce dalla contestata riforma dello sport approvata in Italia dal primo governo Conte – sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega – nonostante i pareri contrari del Comitato Olimpico Italiano (CONI), ente profondamente riorganizzato per mano del governo. Da allora, secondo il CIO, ne è stata compromessa l’autonomia richiesta espressamente dal regolamento.

Dopo quasi due anni di discussioni che non hanno portato a nessun risultato concreto, ora l’Italia ha pochissimo tempo a disposizione per risolvere la questione: nel peggiore dei casi, la probabile sospensione che verrà eventualmente decisa il 27 gennaio potrebbe costringere la delegazione italiana a presentarsi senza simboli nazionali alle Olimpiadi estive di Tokyo, un po’ come la Russia (nel suo caso però c’entra il doping).

Già un anno e mezzo fa, dopo l’approvazione della riforma, il CIO di Losanna aveva espresso la propria preoccupazione scrivendo in una lettera:«Il CONI non dovrebbe essere riorganizzato mediante decisioni unilaterali da parte del governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell’ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un micromanaging della sua organizzazione interna e delle sue attività. Le entità che compongono il CONI dovrebbero rimanere vincolate agli statuti del comitato, della Carta Olimpica e agli statuti delle organizzazioni sportive internazionali alle quali sono affiliate».

La parte più contestata della riforma riguarda il riordino del CONI tramite una netta divisione tra il Comitato Olimpico e l’ex CONI Servizi Spa, l’azienda che si occupava dello sviluppo dello sport in Italia distribuendo il maggior numero di finanziamenti annuali provenienti dallo Stato. Nel 2019 il vecchio CONI Servizi è stato sostituito da un nuovo ente: la società pubblica Sport e Salute Spa, attualmente presieduta da Vito Cozzoli e ancora a “mezzo servizio” in attesa di chiarimenti sulle sue competenze.

La riforma prevede che il 32 per cento delle entrate fiscali derivate dallo sport che lo Stato versa annualmente al CONI (il quale un tempo era solito finanziare a sua volta il CONI Servizi) vengano ora divise tra CONI e Sport e Salute in sede ministeriale, quindi prima del versamento. I 408 milioni di euro distribuiti l’anno scorso, per esempio, sono stati divisi tra i 40 milioni versati al CONI per il finanziamento della preparazione olimpica di alto livello e della giustizia sportiva, e i 368 milioni dati a Sport e Salute per il mantenimento dei vari organismi sportivi, dell’antidoping, delle strutture territoriali e della promozione sportiva.

In concomitanza con l’approvazione della riforma, l’allora sottosegretario del governo Giancarlo Giorgetti aveva minimizzato le preoccupazioni del CIO: sosteneva che l’emanazione dei decreti legislativi e attuativi avrebbe risolto la questione in breve tempo. Cosi però non è stato, anche dopo i recenti interventi del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i quali non sono riusciti a far approvare dalla maggioranza i decreti a causa di incomprensioni legate al numero massimo di mandati per i presidente federali (tre) e all’incompatibilità delle cariche sportive e pubbliche (proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle ma respinta da Partito Democratico e Italia Viva).

Il presidente del CONI Giovanni Malagò ha spiegato: «Tutta questa vicenda dell’autonomia del CONI è cominciata alla fine del 2018: noi adesso siamo illegittimi nell’ordinamento internazionale, io sono molto preoccupato. È una forma di autolesionismo, mi auguro che tutto si sistemi prima del prossimo esecutivo del CIO: atleti e tecnici sono preoccupati, è dire poco… Quello che succede è una follia». In caso di sospensione a gennaio, l’Italia avrà tempo fino al Comitato esecutivo del CIO in programma a marzo per evitare di presentarsi a Tokyo senza simboli nazionali.