L'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama batte il pugno con una studentessa di una scuola media di Washington, nel 2014. (Andrew Harrer-Pool/Getty Images)
  • Cultura
  • domenica 20 Dicembre 2020

Da dove arriva il “fist bump”?

L'incerta storia di un gesto che dallo sport americano si fece strada fino ad arrivare alla Casa Bianca, e che ora è universale per via della pandemia

L'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama batte il pugno con una studentessa di una scuola media di Washington, nel 2014. (Andrew Harrer-Pool/Getty Images)

In questi mesi di pandemia, in cui la stretta di mano è diventata uno dei gesti più evitati e stigmatizzati per la sua capacità di trasmettere germi come il coronavirus, il “fist bump” è diventato uno dei suoi sostituti più diffusi, per esempio tra gli sportivi prima di una partita. È il gesto di battere il pugno con un’altra persona, sulle nocche: un sistema per avere comunque un contatto fisico, ma più sicuro. Sul sito sportivo The Athletic, Rustin Dodd ha indagato sulle origini del gesto, intervistando quello che talvolta è stato citato come il suo inventore, il cestista degli anni Settanta Fred Carter.

Una sera invernale del 1970, racconta Dodd, Carter scese in campo con i Baltimore Bullets, alla sua prima stagione in NBA. Oggi non si ricorda chi fossero gli avversari, né in che città fosse: ma si ricorda che uscito dallo spogliatoio porse il pugno a Wes Unseld, il centro della squadra. Unseld glielo batté, e Carter ripeté il gesto con i suoi compagni Gus Johnson ed Earl Monroe. Era un modo per caricarsi a vicenda, una cosa per cui Carter aveva un certo talento e per cui diventò a suo modo famoso, assieme alla sua grinta anche eccessiva (fu soprannominato “Mad Dog”, cane pazzo, dopo aver morsicato un compagno in allenamento).

«Non avevamo un nome, semplicemente porgevi il pugno e lo battevi» spiega oggi Carter. Per la maggior parte dei gesti universali e usati da tempo, ricostruire l’origine del “fist bump” è complicato, se non impossibile. Tanti dicono che l’high five sia un’eccezione, perché gli attribuiscono un inventore certo – il giocatore di baseball Glenn Burke – e una data di origine – il 2 ottobre 1977, cioè straordinariamente poco tempo fa. In realtà c’è chi lo ha messo in discussione, e qualcuno fa saggiamente notare che probabilmente un gesto così semplice e intuitivo esistesse in qualche forma anche prima. Per il “fist bump”, in ogni caso, brancoliamo più nel buio, anche se siamo abbastanza sicuri che Carter fu il primo a renderlo famoso.

– Leggi anche: L’inventore dell’high five

A cavallo degli anni Sessanta e Settanta, tra i soldati afroamericani di stanza in Vietnam si era diffusa l’abitudine di salutarsi con elaborate strette di mano, che potevano comprendere vari gesti, come “high five” (cioè i “cinque”) e colpi di nocche. Era un piccolo rituale di solidarietà e riconoscimento reciproco, in un ambiente in cui il razzismo e la segregazione verso i neri erano ancora diffusissimi. Presero il nome di “dap”, non è chiaro perché: forse per la parola vietnamita Đẹp, che significa “bello”. Gli fu in seguito associato l’acronimo di “dignity and pride”, dignità e orgoglio, e i “dap” si diffusero pian piano anche oltreoceano, negli Stati Uniti, dove oggi sono usatissimi specialmente nei contesti influenzati dalla cultura nera, come la NBA.

Le cose da sapere sul coronavirus

Carter dice però che non ricorda di sapere cosa fossero i “dap” quando cominciò a battere il pugno con i suoi compagni. E Geneva Smitherman, docente di Inglese alla Michigan State University specializzata in Black Studies ha detto a Dodd che comunque in quei saluti i pugni si battevano verticalmente: il “fist bump” invece è un movimento orizzontale. Ma è probabile che i “dap” abbiano comunque avuto un’influenza più o meno inconscia, visto che erano diffusi in forme più arcaiche anche prima della guerra in Vietnam, per esempio tra musicisti. Una foto di due giocatori di baseball degli Yankees scattata nel 1969, quindi un anno prima di Carter, li ritrae mentre sembrano battersi il pugno. Carter stesso ritiene di non avere inventato il gesto.

Stan Musial, leggendario esterno e prima base (bianco) dei St. Louis Cardinals degli anni Cinquanta era uno che batteva spesso il pugno, a compagni e tifosi. A un giornalista aveva detto, curiosamente, di aver iniziato a farlo proprio per motivi igienici: ma sembra che iniziò a farlo soltanto a fine carriera, dicono il suo biografo e sua figlia, secondo i quali non fu lui l’inventore del gesto. In passato qualcuno ha anche ipotizzato che possa derivare dal cartone animato I Superamici, di Hanna-Barbera e andato in onda tra il 1973 e il 1985, in cui due personaggi secondari si battevano i pugni prima di trasformarsi in animali.

Negli anni Settanta, quando Carter cominciò a rendere popolare il gesto sui campi di basket, la NBA non era ancora un fenomeno globale e le partite non erano nemmeno molto trasmesse in tv. Quindi, spiega Dodd, ancora negli Ottanta in alcuni articoli veniva descritto come una specie di novità dai giornalisti sportivi che lo osservavano. Negli anni Novanta, il golfista Tiger Woods lo faceva sempre al suo caddy, e il gesto era ormai diffusissimo nel baseball e nel basket. A quel punto, le origini del gesto si erano già perse. Nel 2008, quando Carter vide l’allora presidente Barack Obama – un frequentissimo “fist bumper” – battere il pugno con sua moglie Michelle, sorrise da solo davanti alla tv.

Che la stretta di mano non sia un saluto igienico gli scienziati lo dicono da praticamente un secolo, ma i tentativi di sensibilizzare a sostituirlo – che sia con un inchino alla giapponese o con il “fist bump” – non hanno mai avuto troppo successo. Secondo l’infettivologo Mark Cameron, della Case Western Reserve University di Cleveland, passata la pandemia abbandoneremo tutte le gomitate e i saluti alternativi per tornare a fare come prima. Anche perché il “fist bump”, anche se riduce il contatto, non lo elimina completamente e soprattutto prevede una certa prossimità tra chi lo fa, e quindi non è un saluto totalmente sicuro.