Happydemia è una satira sull’Italia del coronavirus

Il nuovo libro di Giacomo Papi racconta con umorismo un mondo immaginario alle prese con l'epidemia dove prospera una multinazionale che consegna psicofarmaci

Happydemia è il nuovo libro dello scrittore e giornalista Giacomo Papi (nonché collaboratore del Post) pubblicato da Feltrinelli. È una satira brillante e divertente su un mondo non troppo immaginario, stravolto da una non meglio specificata epidemia in corso da anni, dove accadono cose non così diverse da quelle successe in Italia, e nel resto del mondo, dopo l’arrivo del coronavirus.

Il protagonista si chiama Michele, ha 19 anni e vive con il nonno Attilio, un ex insegnante di filosofia, dopo la morte del padre, avvenuta durante la prima ondata, e la fuga della madre, scappata in Veneto con un rappresentante di Amuchina. Con l’arrivo della seconda ondata – quando il governo vieta baci, carezze e annuncia un nuovo lockdown – Michele decide di abbandonare l’università, dove studiava Teorie e tecniche dello smartworking, per diventare rider di Happydemia. Happydemia è la più grande “multinazionale di psychodelivery” al mondo: ha 70milioni di rider che consegnano psicofarmaci in 116 nazioni, fino alle Maldive. L’arrivo dell’epidemia aveva infatti aumentato la richiesta di psicofarmaci – nel libro come nella realtà – e l’azienda era diventata fondamentale per tenere a bada una massa di gente nervosa, preoccupata, annoiata e costretta in casa da anni.

Attorno a questo, Papi disegna un universo che è il riflesso comico e paradossale di quello degli ultimi mesi: un vanitoso e inamidato Previdente del Consiglio che governa con un Dpcm dopo l’altro, l’allargarsi del conflitto generazionale con i giovani che diventano untori, il proliferare di negazionisti e antivaccinisti, un ex ministro degli Affari Interni in astinenza da selfie e il terrore onnipresente del contagio, dove gli altri sono visti come ammassi ambulanti di germi.

– Leggi anche: Il censimento dei radical chic, il libro precedente di Giacomo Papi

Di seguito pubblichiamo un estratto del libro: l’intervista a Pitamiz, il fondatore, azionista unico e amministratore delegato di Happydemia, che spiega il suo progetto e il suo modo di vedere il mondo.

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“The Viral Times”
CHI È PITAMIZ
di Giacomo Papi

L’ufficio di Pitamiz è una piscina all’ultimo piano del palazzo di Happydemia. Non c’è una scrivania, né una libreria, non c’è un computer e nemmeno un ficus benjamin. Soltanto sdraio e accappatoi. Mi ha ricevuto in un giorno di pioggia che batteva sulla cupola di vetro, dando un ritmo alle nostre parole. Quarantotto anni, scapolo, laurea in ingegneria computazionale al Mit di Boston, master in filosofia a Stanford, Pitamiz è l’uomo che ha rivoluzionato il mondo del delivery, e forse il mondo intero, grazie a Happydemia, la multinazionale globale appena quotata in borsa per trecento miliardi di dollari. Questa è la sua prima intervista.

Lei sostiene che la nostra è un’epoca di rivelazioni. Che in questa serie di contagi per la prima volta nella storia è apparsa la vera natura dell’uomo. Le confesso che a me tutto sembra molto oscuro. Mi spiega che cosa avremmo dovuto capire?

“Per esempio che tutta la nostra vita si è svolta tra gli sputacchi. Che la realtà è sporca e gli altri sono sempre nemici, in potenza. La guerra è una semplificazione: divide gli esseri umani in due schieramenti. L’epidemia, invece, è una forma paradossale di uguaglianza perché tutti possono essere untori e unti.”

Non ha risposto. Non è la prima epidemia della storia. A me lo schema pare sempre lo stesso. In che cosa questa dovrebbe essere diversa dalle altre del passato?

“La differenza è che, almeno in questa parte del mondo, la mancanza di fame ci aveva fatto dimenticare l’esistenza della natura. Davamo tutto per scontato. Sembrava che la frutta ci piovesse sulla tavola, la carne non aveva più relazioni con gli animali che era stata, le uova spuntavano innate e immacolate dopo avere cancellato ogni traccia del buco del culo delle galline; sembrava che le strade, gli ascensori, i pianerottoli si pulissero da sé, che la spazzatura sparisse nel nulla all’alba inghiottita da giganti sconosciuti o trafugata da gnomi; i vestiti sembravano esistere in natura come se crescessero nelle vetrine dei negozi. La nostra unica fatica era procurarci i soldi per scegliere. Sembrava che ogni bisogno si sarebbe spento per sempre prima di diventare desiderio. Quando le epidemie sono arrivate, invece, abbiamo dovuto imparare che c’erano persone che vivevano e altre invisibili che le facevano vivere.”

Da come la racconta dovremmo esserne felici…

“Le epidemie sono cesure della storia. Sempre. Da una parte continuano tendenze già in atto, dall’altra rimescolano tutto e inventano epoche nuove. Consideri Boccaccio. Il Decamerone non è un libro sull’epidemia, è un libro sulla vita creata dall’epidemia. Durante la peste del 1348, per la prima volta le donne cominciarono a raccontare e a raccontarsi. Prima di allora per potere essere narrabili dovevano essere sante o regine. L’epidemia le rese esseri umani capaci di desideri e cattiverie, di soffrire, gioire, tradire e amare, e di fare scherzi agli uomini, anche ai mariti. Non le pare una bella cosa?”

Non mi pare che le donne oggi siano quelle che lei dice. La narrazione predominante è ancora quella che le trasforma in gigantesse nei poster pubblicitari o nei film porno. Ma c’è anche una questione di controllo più generale… C’è la politica. Non può ignorarla. Molti sostengono che il contagio sia un’immensa occasione per il potere. L’emergenza che può trasformare i diritti in doveri…

“È vero, però accade anche il contrario. La prima cosa che le epidemie rivelano è l’impotenza dei potenti che brancolano nel buio, esattamente come gli altri. Durante il contagio il re è nudo, sempre. Si rivela uomo. Però, ha ragione: le epidemie cambiano la politica e il modo in cui è organizzato lo Stato. Per Michel Foucault lo Stato moderno si basa su due modelli opposti e complementari: la città appestata che permise di perfezionare il controllo capillare dei luoghi, dei movimenti e dei corpi dei sudditi, e il lebbrosario che invece si fondava sull’espulsione dei malati, e in seguito di ebrei, criminali, matti o poveri.”

E le pare un progresso?

“Non è la soluzione ideale, concordo, però quelle invenzioni ci permisero di fare a meno di quisquilie come i supplizi, le torture, i roghi sulla pubblica piazza. Considerare gli umani come numeri, su base statistica, e concepire la politica come una macchina, fu il prezzo da pagare per inventare i diritti civili.”

E oggi? Secondo lei qual è il cambiamento in termini politici?

“È ancora troppo presto per dirlo, ma a me pare che in questi ultimi anni i sistemi digitali di rilevazione e tracciamento stiano entrando nel funzionamento dello Stato. Naturalmente si tratta di una tendenza in atto da decenni, ma fino a oggi quelle tecnologie sono servite solo alla pubblicità, cioè a vendere. Oggi è la distinzione tra società e mercato che tende a svanire. La dimensione pubblica e quella pubblicitaria si avvicinano fino a coincidere. Ma lei lo sa che per Aristotele l’agorà, la piazza della politica, la piazza delle parole, doveva essere tenuta distinta dalla piazza del mercato?”

Sì, e penso che avesse ragione. Confondere Stato e mercato signi ca trasformare le persone e le idee in merci da vendere…

“E non lo sono già secondo lei? Non sta cercando di vendermi una sua idea? Ha mai pensato alle implicazioni dell’idea di Aristotele? Distinguere le merci, le cose, dalle idee e dalle parole, significa affermare che tutto quello che ci dà gioia, quello che mangiamo e beviamo, i frutti succosi degli alberi, l’olio spremuto, il grano, ma anche il nostro stesso corpo, vale meno dell’idea più insulsa o delle parole con cui viene espressa che come sappiamo possono essere stupide e aggressive. Significa ignorare che la materia e lo spirito sono la stessa cosa perché la materia emerge dall’energia e marcisce producendo energia, significa dire che la vita non vale niente perché vivere è meno importante che contemplare la vita. Le merci, mi creda, sono sempre anche spirito perché si basano sul desiderio. Questo lo abbiamo capito: i marchi sono parole, ma sono anche merci. È il marchio che trasforma la parola in desiderio.”

Mi scusi, ma questo che cosa c’entra con gli psicofarmaci? Cioè con la possibilità di tracciare i disagi e i bisogni psichici delle persone?

“Le rivelo una cosa che non ho mai detto a nessuno. L’idea di Happydemia credo che mi sia venuta da bambino. Mia madre purtroppo soffriva di disturbo bipolare della personalità: un giorno non riusciva ad alzarsi dal letto, il giorno dopo scoppiava di felicità. Non era facile venire a patti con i suoi cambi d’umore. Per molti anni mi sono colpevolizzato, pensavo di essere io che non riuscivo a farla felice, ma già allora sognavo qualcosa, una pozione magica, in grado di impedire la sua infelicità. Avrei capito in seguito che la malattia di mia madre dipendeva dalla chimica…”

La ringrazio della rivelazione e mi dispiace per sua madre, ma ancora non capisco, se non indirettamente, come tutto questo abbia a che fare con la distribuzione di massa degli psicofarmaci. Alterare la realtà non comporta dei rischi?

“La realtà! Lei crede che esista? Lei lo sa come vede il mondo un calabrone? Macchie violacee o gialle a seconda delle molecole che incontra nel suo volo. Quella che chiamiamo realtà è solo un prodotto del cervello. È chimica…”

Con tutto il rispetto per sua mamma e per il calabrone, a me fa paura un mondo in cui si può scegliere di non essere mai tristi o ansiosi…

“Vede, io credo che l’infelicità sia stata glorificata per renderci schiavi. Per millenni abbiamo letto e ascoltato soltanto i lamenti degli egocentrici: Leopardi, Foscolo, Pascoli, Emily Dickinson, Baudelaire, Petrarca! Una banda di lagnosi che ha infettato e intristito il mondo. Ci hanno insegnato che essere tristi sia cool, che sia fico ingobbirsi sui libri e frignarsi addosso… Quanto sono triste gnegnegnè. La vita non ha senso. Laura non me la dà, Beatrice ha sposato un altro. Sono riusciti a convincerci che vivere e ridere e amare siano cose da scemi. E oggi che, grazie alla chimica, possiamo scegliere quale umore avere e riceverlo comodamente a casa grazie a Happydemia, a lei viene paura?”

A me fa paura che Happydemia sappia come sto: se non riesco a dormire o ho crisi di panico, se sono un depresso o un maniaco depressivo. Mi fa paura cedere a un’impresa privata, la sua, ma anche allo Stato se è per questo, quello che sono e quello che provo.

“Il pudore è una forma di avarizia. Ma non si illuda, lei cede già ogni istante e ogni emozione a chi vuole venderle qualcosa. E non faccia l’errore di sovrastimarsi: le sue emozioni, come le mie, sono solo statistica. Sono secoli che ci illudiamo che le cose che desideriamo possano farci felici. Ma il desiderio nasce dal cervello, non dalle cose. Il denaro, la gioia, la delusione, la realtà stessa sono manifestazioni biochimiche dei nostri cervelli. Non crede che per migliorare il mondo sia più semplice agire sulla causa, invece che sugli effetti?”