(AP Photo/Matias Delacroix)
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Diventare madre durante una pandemia

Moltissime donne che hanno partorito negli ultimi mesi hanno dovuto affrontare un problema che esisteva già ma che è stato ancora più sentito per il COVID-19: la violenza ostetrica

(AP Photo/Matias Delacroix)

Secondo gli studi condotti finora dalla comunità scientifica internazionale, il COVID-19 non sembra comportare rischi particolari per le donne in gravidanza. Non si può dire però che le donne che hanno avuto figli negli ultimi mesi non abbiano risentito degli effetti della pandemia: da un lato per il timore di contrarre il virus in ospedale, o di attaccarlo al bambino, dall’altro per la solitudine dovuta al fatto di non poter avere il partner vicino durante il travaglio, e di non poter ricevere visite e aiuto in casa dopo il parto. Tutto questo si aggiunge a un’esperienza già di per sé faticosa, e non solo per i motivi più noti.

Fino a qualche anno fa non si parlava molto dei problemi e delle difficoltà legate al parto, ma ultimamente c’è una maggiore sensibilità all’argomento grazie al lavoro di alcune organizzazioni. Tra questi c’è anche Uppa, una casa editrice che pubblica una rivista e libri per genitori, che pensa che parlare dell’esperienza del parto – e della genitorialità in generale – durante la pandemia possa essere utile a sollevare anche altre questioni che normalmente vengono trascurate.

Prepararsi al parto durante una pandemia
I corsi preparto sono un passaggio fondamentale per arrivare preparate e per evitare per quanto possibile esperienze spiacevoli, ma per via della pandemia seguirli in modo tradizionale è diventato molto difficile e tra quelli a distanza la scelta è ridotta. Per questo, negli ultimi mesi, Uppa ha reso disponibile il suo corso preparto online, che si può seguire on demand in qualsiasi momento per 200 giorni dall’acquisto. È tenuto da un’ostetrica, ed è stato realizzato con il contributo di una pediatra, una psicoterapeuta e un neonatologo. Tutti i contenuti proposti sono stati sottoposti a un processo di peer review come quello degli articoli scientifici, cioè sono stati riletti e approvati da altri esperti prima della pubblicazione.

Informarsi e arrivare al momento del parto consapevoli dei propri diritti è fondamentale, ma non è sempre sufficiente e non è sempre facile, soprattutto di questi tempi. Dover partorire da sole può essere per alcune donne un’esperienza molto spiacevole e l’ansia del contagio può aggiungersi ad altre preoccupazioni, soprattutto se si tratta del primo figlio. In più, a tutte le incertezze normali di quando si diventa genitori, si aggiungono le incertezze relative a questo momento storico, come il rischio di perdere il lavoro o la preoccupazione per un parente malato. Per questo il sostegno di persone esperte, oltre a essere utile, può essere anche rassicurante.

Nel corso di Uppa non si parla solo di gravidanza ma anche di post-parto, allattamento e cura del neonato. Un intero capitolo, fatto in collaborazione col neonatologo Gherardo Rapisardi, è dedicato in particolare al parto non fisiologico ― cioè quello che per via di qualche complicazione richiede un intervento medico. Come in molte cose che riguardano la gravidanza, l’argomento è delicato: da un lato infatti è importante che le donne in sala parto si affidino ai professionisti e ai loro pareri medici e che non vivano con ansia o frustrazione le possibili complicanze che possono verificarsi, dall’altro è importante che siano consapevoli delle decisioni che stanno prendendo, soprattutto in contesti medici dove la tendenza è quella di medicalizzare il parto, anche quando non è necessario.

A questo proposito, negli ultimi mesi Uppa ha dedicato molto spazio, sia sulla rivista che sul sito, al tema della cosiddetta “violenza ostetrica“. Con quest’espressione si intende il fenomeno – piuttosto diffuso in Italia – per cui le donne che partoriscono si trovano a subire procedure mediche obsolete, invasive e non consensuali. Nell’ultimo anno ai problemi esistenti si sono legati quelli legati alla pandemia. Mentre molte donne hanno raccontato di aver partorito in un clima positivo, molte altre hanno avuto esperienze di parto negative a causa delle restrizioni e delle regole imposte per limitare la diffusione del coronavirus. Tra le difficoltà più frequenti ci sono il divieto di avere accanto una persona durante il travaglio, anche se questo dura una giornata intera, l’impossibilità di accedere alle terapie intensive neonatali, e, in generale, la fretta e la disorganizzazione di alcuni ospedali.

C’è una rivista che aiuta a fare i genitori

Troppi cesarei?
Anche se in alcuni casi possono verificarsi complicazioni che richiedano l’intervento di un medico, la gravidanza non andrebbe trattata a priori come una malattia, perché non lo è. L’esempio più noto della cosiddetta “medicalizzazione” della gravidanza è quello dei parti fatti col taglio cesareo, che nel 2017 in Italia sono stati il 34 per cento del totale. Questa percentuale è molto alta se paragonata a quella di altri paesi europei come la Spagna (24 per cento), la Francia (20 per cento) e i paesi del Nord Europa come la Finlandia (16 per cento) e la Norvegia (16 per cento). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), un tasso di parti cesarei fino al 15 per cento è associato a una riduzione della mortalità materna e infantile, ma non c’è ragione per cui la percentuale sia più alta di così.

Tra le ragioni dell’elevato numero di cesarei c’è il fatto che molti medici raccomandano alle donne che hanno subito un taglio cesareo in passato di sottoporsi allo stesso intervento anche con le gravidanze successive, nonostante le linee guida non lo impongano a priori. In altri casi, il cesareo viene scelto semplicemente per “comodità”, cioè per prevenire le complicanze del parto naturale, anche quando non ci sono vere ragioni per temerle. Il parto cesareo non è sempre evitabile, ovviamente: in particolari situazioni ― per esempio quando il bambino è in posizione podalica ― può effettivamente essere l’operazione più indicata e prevenire gravi conseguenze sulla salute materna e del neonato. Ma quando il cesareo non è clinicamente giustificato, cioè nella maggioranza dei casi, diventa a sua volta un rischio per la salute della madre o del figlio.

Altri esempi di violenza ostetrica
Oltre al cesareo, ci sono alcune pratiche molto frequenti in sala parto che le raccomandazioni dell’OMS dicono espressamente di evitare. La depilazione dell’inguine, i clisteri e il divieto di bere e mangiare, per esempio, ma ce ne sono anche di molto più invasive, come il taglio del perineo (episiotomia), le spinte sulla pancia (la cosiddetta manovra di Kristeller) e il taglio precoce del cordone ombelicale. Un articolo pubblicato sul sito di Uppa spiega: «Molte strutture sanitarie non seguono le raccomandazioni OMS ma, al contrario, mettono in atto un’assistenza spesso aggressiva, non basata su evidenze scientifiche, non rispettosa delle volontà e dei diritti della mamma e del neonato, seguendo obsoleti protocolli interni».

Secondo le linee guida dell’OMS, in assenza di condizioni cliniche particolari, non c’è niente che giustifichi un allontanamento del bambino appena nato dalla madre, una cosa che invece succede spesso in ospedale. Sulla buona pratica di tenere madre e figlio nella stessa stanza dopo il parto, il cosiddetto rooming in, gli esperti hanno cominciato a insistere molto di recente. E infatti, da quando è iniziata la pandemia, il ministero della Salute ha dato indicazione che madre e figlio possano stare insieme nella stessa stanza anche nel caso in cui la madre sia positiva al coronavirus e manifesti pochi e lievi sintomi della malattia.

Un’altra cosa che forse non tutti sanno, soprattutto se l’immagine che hanno del parto deriva esclusivamente dai film, è che nessuno ha detto che si debba partorire da sdraiate. La posizione supina torna molto comoda a medici e operatori sanitari ma non è detto che sia anche la migliore per chi sta partorendo. In questo caso, chiedere di assumere una posizione diversa è un diritto che dovrebbe sempre essere rispettato. In generale, prima di partorire tutte le donne dovrebbero essere ben consapevoli dei propri diritti: chiedere informazioni sui farmaci e le procedure, o scegliere di non essere sottoposte a pratiche mediche per cui non è stato espresso il consenso. E ovviamente ricevere risposte chiare e cortesi alle loro domande.

Su tutti questi temi, Uppa ha realizzato un’edizione speciale della rivista, esclusivamente dedicata alla gravidanza, che si può scaricare gratuitamente qui.

Dopo il parto, a chi affidarsi?
Tra i consigli generali di Uppa per i neogenitori, anche in questo periodo, il primo è di ridimensionare le aspettative nei confronti di sé stessi e accettare il prima possibile di non poter essere genitori perfetti, perché nessuno lo è. Il secondo è di affidarsi a punti di riferimento che meritano fiducia e che aiutano a superare le situazioni di ansia, anziché a farle venire. Tra questi il più importante è il pediatra, che deve diventare il professionista da interpellare in caso di bisogno, ma da cui bisogna stare attenti a non pretendere tutte le risposte. Il pediatra deve diventare un interlocutore con cui confrontarsi e a cui chiedere consiglio, senza dimenticare che i primi osservatori di un bambino sono comunque i genitori. Questo vale soprattutto in un momento in cui altri punti di riferimento – come genitori, fratelli, sorelle, amici e amiche che hanno già figli – sono meno “accessibili”, e il pediatra tende a essere investito del ruolo di “massimo esperto”.

E poi ci sono tutte le fonti di informazione che, se ben selezionate, possono aiutare non tanto a conoscere le verità assolute sulla genitorialità, quanto a trovare gli strumenti per elaborare di volta in volta le proprie risposte. A questo proposito, Uppa ha da poco annunciato l’uscita di Cento idee per crescere, un nuovo libro scritto dal direttore di Uppa magazine Sergio Conti Nibali e dalla vicedirettrice Chiara Borgia. L’idea da cui parte il libro è, appunto, che non esista una ricetta per fare il genitore, ma che ci siano almeno un centinaio di idee valide da cui i genitori possano partire per coltivare la fiducia nelle proprie competenze e nel proprio istinto. Anche durante una pandemia.