(Hulton Archive/Getty Images)
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  • giovedì 10 Dicembre 2020

L’aspirante brigatista che si fece uccidere in carcere

Il 10 dicembre 1981 Giorgio Soldati accettò di farsi strangolare dalle Brigate Rosse perché giudicato colpevole di delazione dall’unica giustizia che riconosceva, quella proletaria

di Pietro Cabrio
(Hulton Archive/Getty Images)

L’omicidio di Giorgio Soldati non è fra le storie più raccontate degli anni di piombo ma è sicuramente una delle più crude e inimmaginabili ai giorni nostri. Il 10 dicembre 1981 Soldati, allora militante dei COLP (Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria) da poco uscito da Prima Linea, accettò di essere strangolato in un bagno del carcere speciale di Cuneo da due membri delle Brigate Rosse dopo essere stato giudicato colpevole di delazione. Aveva 35 anni e, secondo le cronache dell’epoca, prima di essere ucciso disse: «Fate presto, non fatemi male».

Soldati era stato arrestato il 13 novembre dello stesso anno, accusato dell’omicidio del poliziotto Eleno Viscardi alla Stazione Centrale di Milano assieme a un altro militante dei COLP, esecutore materiale del delitto. Dopo l’arresto era stato percosso nelle stanze della Questura di Milano, dove il padre lo aveva visto brevemente ma abbastanza per poterlo descrivere successivamente come «irriconoscibile». Le botte lo spinsero a rivelare informazioni riguardanti le attività di varie formazioni militanti, le quali portarono ad almeno tre arresti nei giorni successivi e alla scoperta di cinque covi.

Ritrattò le confessioni dopo essersi apparentemente ripreso, e successivamente fu mandato a Cuneo, dove erano incarcerati numerosi militanti dell’estrema sinistra, brigatisti compresi, descritti come assolutamente intransigenti nei casi di delazione: nel 1981 il lungo periodo della lotta armata in Italia si stava per concludere e le Brigate Rosse avevano adottato una linea dura contro i “traditori”. Il 28 novembre Soldati — che ambiva proprio ad unirsi alla Brigate Rosse — scrisse una lettera indirizzata ai detenuti del suo stesso carcere spiegando i fatti dal suo punto di vista: «Sono stato torturato, ho parlato, ma ho cessato subito ogni forma di collaborazione (…) confermo di avere con lo Stato un rapporto di guerra». Nella lettera aggiunse: «È la giustizia proletaria che deve giudicarmi», e così rifiutò l’isolamento disposto dai giudici e chiese di essere collocato nel braccio dei brigatisti. In un secondo momento il giudice Maurizio Laudi ordinò di riportarlo in isolamento, ma l’ordine si perse e non venne eseguito in tempo.

Nell’ambito del processo sommario svolto in carcere, Soldati disse: «Dopo essere stato arrestato alla stazione di Milano e dopo essere stato torturato per tre ore della Digos, in una stanza dei loro uffici in questura, non ho retto al confronto e ho parlato, combinando un guaio che ha causato l’arresto di altri compagni. Da quando ho combinato questo disastro mi sento una merda, uno che non è riuscito a far prevalere la propria identità politica, la propria coscienza di classe davanti al nemico». Giudicato colpevole, si fece strangolare nel bagno della mensa.

A diciotto giorni dal fatto la rivendicazione dell’omicidio arrivò alla redazione di Radio Popolare, intitolata “Epitaffio di un coccodrillo infame”. La rivendicazione fu durissima e spietata: «Questo verme proviene da quelle frange della lotta armata che, non avendo saputo adeguarsi ai compiti della nuova fase, cercano di sopravvivere alla loro morte politica, preoccupandosi più di se stessi che dei bisogni della classe. (…) alla Digos sono bastati un paio di schiaffi per fargli vuotare il sacco. A meno di due ore dall’arresto, Soldati aveva già cantato, facendo così arrestare sei compagni. I coccodrilli infami possono essere molto utili anche al movimento rivoluzionario. La loro eliminazione rappresenta un segnale per tutti quei combattenti e reduci scoppiati, incasinati, incerti».

Nel 1986 si andò a processo per omicidio a carico di sette detenuti, due dei quali confessarono. Furono Giorgio Semeria, appartenente al nucleo storico delle Brigate Rosse, e Vittorio Alfieri, capo delle brigate milanesi, il quale, dissociatosi da tempo dalla lotta armata, disse: «Di fronte alla forza d’animo che ha dimostrato Soldati fino all’ultimo momento, lucido e consapevole di quello che stava succedendo, ancora oggi e credo per sempre io mi sentirò un essere piccolo piccolo». Nonostante le confessioni, tutti i detenuti presenti al momento dell’omicidio ricevettero la stessa pena di ventuno anni, il minimo per l’omicidio premeditato. Con Semeria e Alfieri vennero quindi condannati anche Carlo Bersini, Alfredo Bigiani, Claudio Piunti, Salvatore Ricciardi e Mario Fracasso. Le guardie carcerarie in servizio quel giorno vennero inizialmente coinvolte e successivamente prosciolte.

Al processo partecipò anche Mario Soldati, padre di Giorgio, costituitosi parte civile contro lo Stato, non contro gli assassini. Nella sua deposizione spiegò: «Mio figlio non era un delatore. Lo Stato, che gli aveva strappato con mezzi illegali delle rivelazioni, aveva il dovere di tutelare la sua vita. Io vorrei soltanto che le responsabilità venissero accertate. Come uomo che ha avuto due figli finiti nel terrorismo, posso comprendere quel che succedeva in quegli anni terribili. Ma lo Stato no, non lo giustifico: doveva proteggere mio figlio. Lui che si è messo davanti ai suoi boia con le mani in tasca, che non ha reagito. Perché questa era la sua coerenza».