“Il giardino dei Finzi Contini”, il film, uscì 50 anni fa

Piacque a tanti, ma di certo non a Giorgio Bassani, autore del romanzo da cui è tratto

Il 4 dicembre 1970 – pochi giorni dopo l’approvazione della legge sul divorzio, pochi giorni prima del golpe Borghese e poche settimane prima dell’uscita di Lo chiamavano Trinità – nei cinema italiani uscì Il giardino dei Finzi Contini, diretto da Vittorio De Sica e tratto dall’omonimo romanzo di otto anni prima di Giorgio Bassani. Un film che ebbe buone recensioni, ottimi incassi e che ha, ancora oggi, una considerevole presenza nei ricordi cinematografici di chi lo vide allora o lo ha visto in seguito. È anche un film che ebbe una storia produttiva contorta e che Bassani ripudiò in una lettera pubblicata il 6 dicembre sull’Espresso e intitolata “Il mio giardino tradito“.

Il romanzo Il giardino dei Finzi-Contini era stato pubblicato nel 1962 da Einaudi, dopo che Bassani – nato nel 1916 a Bologna, ma poi cresciuto a Ferrara – aveva già pubblicato la raccolta Cinque storie ferraresi e il romanzo Gli occhiali d’oro. Riprendendo temi e ambientazioni già trattati in quei testi, Il giardino dei Finzi Contini raccontava la vita di alcuni ragazzi ebrei, e delle loro famiglie, nell’Italia di fine anni Trenta, l’Italia delle leggi razziali e della successiva deportazione degli ebrei.

Finzi Contini è il cognome alto borghese di Micol, della cui vita il lettore viene a conoscenza attraverso le parole e i ricordi del protagonista-narratore. Il giardino è un luogo che per lui è stato per molto tempo inaccessibile e che poi invece lo diventa, in anni in cui sembra diventare un rifugio da tutto quello che sta succedendo nel mondo fuori. Il narratore, che nel libro non ha nome, ha molte somiglianze con Bassani ma non è proprio e del tutto lui. E anche i Finzi Contini sono una famiglia di fantasia, ispirata però a una vera famiglia della Ferrara di quegli anni.

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Il romanzo piacque molto e si parlò, solo per il 1962, di circa 200mila copie vendute. E visto che sembrava potersi prestare molto bene a un racconto cinematografico, nel 1963 la casa di produzione Documento Film ne acquistò i diritti. In quell’articolo pubblicato dopo l’uscita del film, Bassani spiegò (ovviamente dal suo punto di vista) quel che successe da quel momento e fino all’uscita del film.

Del primo copione, realizzato da altri e senza il suo contributo, scrisse:

«Mi fu dato da leggere. Ma che diavolo potevo dirne? Invece che badare al romanzo e a quello soltanto, Zurlini e Laurani avevano attinto copiosamente a tutti i miei altri libri […] con effetti, talora, persino un po’ buffi […] la mia reazione fu di sincera perplessità».

Da quei copioni, però, non uscì niente e il progetto per il film fu temporaneamente messo da parte. A proposito del rinato interesse per un film, Bassani scrisse:

«All’inizio del 1970 i produttori si rivolsero a Vittorio De Sica, il quale accettò di buon grado l’incarico. Cercarono anche me, chiedendomi se avrei acconsentito a collaborare: ma non già alla stesura della sceneggiatura vera e propria, a cui avrebbe provveduto “da solo” – dissero -, uno sceneggiatore di loro fiducia, bensì, in un secondo tempo, alla revisione dei dialoghi. Interessato, come anche io ero, alla realizzazione del film, non ebbi alcuna difficoltà a rispondere di sì».

Solo che, secondo Bassani, anche nel nuovo copione restavano grandi problemi: «Il mio disappunto fu grande», scrisse.

Sembra quindi che la Documento Film gli diede la possibilità di riscrivere a suo modo una sceneggiatura che lui voleva avesse «la rappresentazione ritornante, ossessiva, da girarsi in bianco e nero» del rastrellamento degli ebrei ferraresi dopo l’8 settembre 1943, «rastrellamento a cui avrebbe assistito, nascosto e non visto, Giorgio, il protagonista maschile del film, il futuro autore del romanzo colto da giovanotto». A suo dire, l’espediente (assente nel romanzo, in cui il narratore racconta i fatti del passato ricordandoli da un presente che è il 1957) «avrebbe sottratto il film agli inevitabili pericoli di un piatto, noioso didascalismo da fumetti». Presentando una piuttosto lunga serie di differenze tra libro e film e di quelle che secondo lui erano inesattezze storiche del film, Bassani parlò di «ammicchi e strizzatine d’occhio messe lì per erudire il pupo, cioè il pubblico» e aggiunse:

«Che essa [la sceneggiatura] sia ricavata in qualche modo dal mio romanzo non è contestabile, né mi ero mai sognato di contestarlo. Ma che però lo tradisca, il mio romanzo, nella sostanza e soprattutto nello spirito, nessuno, credo, potrà negarlo».

Il film uscì quindi senza il nome di Bassani tra i suoi sceneggiatori e – non è ben chiaro perché – senza il trattino tra i cognomi “Finzi” e “Contini”, che invece c’era nel libro.

Il giardino dei Finzi Contini fu il primo film di De Sica senza la sceneggiatura di Cesare Zavattini, suo storico collaboratore, ma non si può certo dire che il regista non avesse esperienza nel portare dalle pagine agli schermi grandi romanzi: lo aveva infatti già fatto, e con grandissimo successo, con Ladri di biciclette e con La ciociara, tratto da un romanzo di Alberto Moravia.

E, come detto, nonostante il non facile paragone con il romanzo, il film piacque. Sul Corriere della Sera, il critico Giovanni Grazzini scrisse che il «notevole senso elegiaco» e la «mestizia casta» che De Sica riusciva a «trasmettere con la sua leggerezza di tocco e la coerenza dei suoi toni medi»; e aggiunse: «Giorgio e Micol, i loro amici e i loro genitori, Ferrara, il fascismo, il razzismo, la guerra sbiadiscono i contorni, il racconto si proietta fuori dalla storia, e riassume la propria amarezza in una specie di gemito soave, venuto dalla nebbia d’un passato quasi irreale».

In riferimento alla diatriba libro-film, Grazzini scrisse anche che il film era infedele al libro «nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio», ma proseguì scrivendo che De Sica offriva comunque «uno spettacolo né volgare né sciocco». Il film vinse anche l’Oscar per il miglior film straniero.

Il giardino e la villa furono ricreati girando immagini tra Roma, a Villa Ada, e una villa di Vedano al Lambro, in Brianza; ma l’ingresso, così come diverse scene in esterna, sono davvero in una ancora oggi riconoscibile Ferrara.

Micol – per il cui ruolo pare fosse stata presa in considerazione Patty Pravo – è Dominique Sanda, che quell’anno recitò anche in Il conformista di Bernardo Bertolucci. Il più importante tra gli amici (e secondo il film evidentemente non solo amico) dei protagonisti è il milanese Malnate, interpretato da Fabio Testi; il protagonista – figlio del personaggio interpretato da Romolo Valli – è un giovane Lino Capolicchio, che qualche anno fa disse, a proposito della regia di De Sica, con gran sintesi: «due tocchi, quattro inquadrature, il senso della tragedia imminente che si scatenerà di lì a poco ma senza mostrare nulla di esplicito. Spielberg molti anni dopo raccontò lui stesso la deportazione ma in modo più spettacolare e convenzionale».