(Ole Jensen/Getty Images)

Perché i visoni sono un pericolo più di altri animali

Sono esposti al coronavirus come noi, si ammalano e lo possono diffondere facilmente: per questo molti governi hanno deciso di abbatterne milioni

(Ole Jensen/Getty Images)

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato un’ordinanza con la quale ha disposto la sospensione delle attività negli allevamenti di visoni in Italia, per ridurre il rischio di ulteriore diffusione del coronavirus. Negli ultimi mesi diversi paesi avevano segnalato di avere riscontrato contagi tra questi animali, con casi di trasmissione verso gli allevatori, al punto da rendere necessario l’abbattimento di milioni di visoni per precauzione. I ricercatori sono al lavoro per capire come mai i visoni siano più esposti di altri animali al coronavirus, e come mai riescano a trasmetterlo più facilmente anche agli esseri umani.

Coronavirus e animali
Dopo la loro identificazione negli anni Sessanta, i ricercatori hanno scoperto che diversi tipi di coronavirus interessano altri animali oltre agli esseri umani, anche se in alcuni casi non sono ancora completamente note le dinamiche del contagio. La pandemia ha permesso di estendere le ricerche su questo tema e si è scoperto che l’attuale coronavirus (SARS-CoV-2) può infettare primati non umani, cani, gatti (e altri felini), pipistrelli, pangolini, criceti e diverse specie di mustelidi, tra i quali i visoni.

Allevamenti e coronavirus
I primi casi di infezione tra i visoni erano stati rilevati nei Paesi Bassi alla fine dello scorso aprile. Le analisi in alcuni allevamenti, utilizzati per la produzione di pellicce, avevano portato alla scoperta di casi di contagio da esseri umani verso questi animali, che poi a loro volta avevano contagiato altri allevatori. Il governo dei Paesi Bassi aveva quindi deciso di accelerare la già programmata chiusura degli allevamenti prevista per il 2024, dovuta alle difficoltà del settore e alla tutela della salute degli animali. Nei mesi seguenti diversi altri paesi avevano rilevato casi di contagio tra i visoni negli allevamenti.

In Europa, il problema interessa soprattutto la Danimarca, uno dei più grandi produttori al mondo di pellicce di visone. Gli allevamenti sono concentrati per lo più nella parte settentrionale e orientale del paese e, come nei Paesi Bassi, da diversi anni soffrono di una crisi legata alla riduzione della domanda.

Le cose da sapere sul coronavirus

Da mesi, il governo danese ha avviato un esteso programma di analisi e controllo degli stabilimenti, non solo per ridurre il rischio di nuovi contagi, ma anche per evitare che il passaggio del coronavirus tra specie diverse (visoni da una parte, esseri umani dall’altra) porti a mutazioni del virus, con conseguenze difficili da prevedere.

Un allevamento di visoni a Bording, Danimarca (Ole Jensen/Getty Images)

Mutazione
A inizio novembre il governo della Danimarca ha inoltre annunciato l’abbattimento di milioni di visoni, per evitare ulteriori rischi dopo avere rilevato una prima mutazione del SARS-CoV-2 in alcuni esseri umani, che si pensa si fosse diffusa proprio attraverso gli allevamenti di questi animali. La variante (“Cluster 5”) ha mostrato di essere un poco più resistente ai nostri anticorpi neutralizzanti, e potrebbe quindi ridurre l’efficacia dei vaccini contro il coronavirus attualmente in fase di sperimentazione e sviluppo.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la mutazione non sarebbe comunque tale da rendere inutili i vaccini già sviluppati. Per non correre rischi, in Danimarca nelle settimane scorse è stato comunque disposto un isolamento delle aree in cui era stata rilevata la mutazione nella popolazione. Il 19 novembre scorso, l’istituto danese che si occupa di malattie contagiose (Statens Serum Institut) ha annunciato che i lockdown e i test di massa, condotti per rilevare eventuali contagi, hanno probabilmente determinato l’estinzione di Cluster 5.

Finora almeno sei paesi hanno comunicato all’OMS di avere rilevato casi da coronavirus tra i visoni di allevamento. Oltre alla Danimarca e ai Paesi Bassi, lo hanno fatto Svezia, Spagna, Italia e Stati Uniti. La Grecia ha avviato alcune verifiche dopo avere ricevuto notizia di alcune morti sospette tra i visoni nei propri allevamenti.

Perché proprio i visoni
I visoni, come altri mustelidi, sono molto sensibili al coronavirus perché le membrane delle cellule del loro apparato respiratorio hanno un recettore (ACE2) che viene sfruttato dal virus per eludere le difese cellulari e iniettare al loro interno il materiale genetico (RNA) per farne produrre nuove copie, portando avanti l’infezione. L’ACE2 è presente in diversi tessuti del nostro organismo ed è stato identificato come il principale punto di accesso del coronavirus nelle nostre cellule.

La presenza di questo recettore è considerata un valido indicatore per valutare se una specie sia o meno esposta al rischio di contagio. Ogni specie ha naturalmente caratteristiche diverse, di conseguenza non tutte patiscono allo stesso modo la presenza del coronavirus. I ricercatori ritengono che molti animali possano essere contagiati, ma che non sviluppino poi sintomi a causa dell’infezione. Le conoscenze sulla diffusione del coronavirus negli animali sono comunque per ora limitate, anche se ci sono numerose ricerche in corso che potrebbero anche aiutarci a comprendere meglio come abbia avuto origine l’attuale pandemia.

Avendo una versione dell’ACE2 simile alla nostra, i visoni possono in alcuni casi essere contagiati da un essere umano, e possono di conseguenza contagiare altri esseri umani. Ottenuto l’accesso alle cellule, il coronavirus si moltiplica nei visoni, causando sintomi che possono rivelarsi gravi, al punto da determinare la morte degli animali infetti. Il processo avviene con relativa facilità viste le somiglianze del recettore.

È stato proprio grazie alle prime morti sospette che i veterinari nei Paesi Bassi si sono accorti della presenza del coronavirus negli allevamenti. Dopo avere escluso cause batteriche e avere rilevato la presenza di lavoratori positivi al coronavirus negli allevamenti, i veterinari hanno eseguito test molecolari riscontrando infine la presenza del coronavirus tra i visoni.

Negli allevamenti di questo tipo, i visoni convivono in gabbie piuttosto piccole e affollate, dove il contagio può avvenire facilmente. Le modalità di diffusione non sono ancora completamente chiare, ma basandosi su alcuni esperimenti condotti sui furetti (che possiamo considerare parenti stretti dei visoni) è emerso che il contagio avviene per inalazione delle particelle di muco e saliva emesse dagli esemplari contagiosi.

Gli allevatori di visoni Holger e Ruth Rønnow, tra i numerosi esemplari che hanno dovuto abbattere a causa del rischio di contagi da coronavirus, Herning, Danimarca (Ole Jensen/Getty Images)

Solitamente le gabbie negli allevamenti sono separate l’una dall’altra con pannelli che impediscono il passaggio delle correnti d’aria, mentre la parte superiore è aperta. Quando tossiscono o starnutiscono, i visoni diffondono le particelle virali da una gabbia all’altra, contagiando un numero considerevole di animali in poco tempo. Se sviluppano un’infezione virale, anche questi visoni tendono poi a contagiarne altri.

Attualmente sono invece meno chiare le modalità di contagio tra visoni ed esseri umani. Tramite le analisi condotte negli allevamenti dei Paesi Bassi è stato riscontrato che oltre il 50 per cento degli operatori aveva contratto il coronavirus. Ulteriori studi sui campioni prelevati hanno consentito di trovare un collegamento tra la versione del virus negli allevatori e quella dei visoni. I ricercatori ritengono che sia quindi molto probabile che diversi operatori siano stati contagiati, per via diretta o indiretta, dai visoni.

Altri animali
I contagi negli allevamenti stanno accelerando il declino dell’economia legata ai visoni, ma costituiscono anche una preziosa occasione per scoprire come si diffonda il coronavirus tra specie diverse, e con quali rischi per la nostra. La raccolta di campioni viene condotta non solo sui visoni malati, ma anche su quelli sani per rilevare l’eventuale presenza di anticorpi. In questo modo si può per esempio comprendere se alcuni esemplari contraggano il coronavirus senza poi ammalarsi, come avviene negli esseri umani.

Le analisi riguardano inoltre gli animali domestici che vivono negli allevamenti o in loro prossimità, come cani e gatti. Nei Paesi Bassi, per esempio, sono stati trovati gatti infetti in almeno sei allevamenti di visoni, mentre nessuno dei cani esaminati è risultato positivo al coronavirus.

A oggi in tutto il mondo sono stati segnalati circa 20 casi verificabili di gatti risultati positivi al coronavirus e solo uno di questi sembra sia morto a causa dei sintomi sviluppati dopo l’infezione. Ci sono state anche sporadiche segnalazioni di infezioni tra i cani, ma senza particolari dettagli o notizie di morti legate alla presenza del coronavirus.

Per quanto riguarda gli animali allevati per le loro carni, per ora il rischio di contagio è ritenuto estremamente basso. Suini e pollame non sono sensibili al coronavirus, e non ci sono elementi che indichino una sensibilità a questo tipo di virus da parte dei bovini e dei pesci.