Aung San Suu Kyi (AP Photo/Aung Shine Oo)
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  • lunedì 9 Novembre 2020

Il Myanmar sarà più democratico?

Domenica ci sono state le elezioni parlamentari, le seconde dalla fine del regime militare: è una buona notizia, ma ci sono parecchi "ma"

Aung San Suu Kyi (AP Photo/Aung Shine Oo)

Domenica in Myanmar ci sono state le elezioni parlamentari, le seconde dalla fine del regime militare, nel 2011. I risultati non sono ancora stati diffusi, ma ci si aspetta una larga vittoria per la Lega nazionale per la democrazia, partito al governo guidato da Aung San Suu Kyi e accusato negli ultimi anni di attuare politiche particolarmente discriminatorie verso le minoranze etniche del paese, in particolar modo verso i rohingya, considerati vittime di un genocidio. Le elezioni di domenica sono state viste come una specie di referendum sulla transizione politica verso la democrazia, iniziata nel 2011, e che sembra ancora molto lontana dal compiersi definitivamente.

L’affluenza è stata molto alta: non ci sono ancora dati ufficiali, ma per tutte le ore del voto ci sono state lunghe code ai seggi, nonostante il timore della diffusione del coronavirus: si sono formate file sia a Yangon, la città più grande del Myanmar, sia a Mandalay, più a nord, da dove partono molti turisti stranieri per andare a visitare la famosa Valle dei templi di Bagan.

Coda a un seggio di Yangon, Myanmar (AP Photo/Thein Zaw)

A contendersi i seggi in parlamento ci sono 87 partiti politici. Il principale avversario della Lega nazionale per la democrazia è il Partito per l’unione, la solidarietà e lo sviluppo, legato ai militari, i quali nonostante la transizione verso un governo civile non hanno mai abbandonato davvero il potere. Si sono presentati anche diversi partiti etnici, cioè rappresentanti delle varie etnie del paese, anche se molti altri sono stati esclusi (in Myanmar un terzo della popolazione appartiene a etnie diverse dall’etnia bamar, la dominante); e si sono presentati partiti nati da ex alleati di Suu Kyi, che per diverse ragioni negli ultimi anni avevano preferito fare da soli.

Nonostante la presenza di molti partiti, c’è da considerare che un quarto dei seggi è riservato ai militari, secondo quanto prevede la controversa Costituzione del 2008 redatta quando al potere c’era ancora la giunta militare.

Inoltre il governo guidato dalla Lega nazionale per la democrazia è stato molto criticato per avere escluso dalle liste elettorali diverse forze politiche, per avere di fatto impedito a 1,5 milioni di elettori non appartenenti all’etnia bamar di andare a votare (su un elettorato di 37 milioni di persone), e per avere cancellato le elezioni in due stati particolarmente conflittuali, Shan e Kachin. Accuse simili non sono nuove per il partito di Suu Kyi, che nonostante sia stato fondato per opporsi al regime militare, nel corso degli anni ha adottato modalità di governo sempre più autoritarie e repressive. La stessa Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 1991, sembra oggi avere perso tutta la sua credibilità internazionale a causa delle violentissime persecuzioni contro i rohingya compiute dall’esercito birmano.

Sostenitori della Lega nazionale per la democrazia durante l’ultimo giorno di campagna elettorale, a Yangon, Myanmar (AP Photo/Thein Zaw)

I rohingya sono stati esclusi completamente dal processo elettorale. Il diritto di voto fu negato loro a partire dalle elezioni del 2015: da allora più di 740mila rohingya sono stati costretti ad andarsene e rifugiarsi nel vicino Bangladesh, dove nella stragrande maggioranza dei casi vivono in campi profughi in condizioni pessime. Nello stato di Rakhine, nell’ovest del Myanmar, vivono ancora centinaia di migliaia di persone di etnia rohingya, a cui continua a non essere riconosciuto alcun diritto.

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Ma Ei Thinzar Maung, attivista 26enne del Partito democratico per una nuova società (federalista, socialdemocratico e contrario alla presenza dei militari nel governo), ha detto al New York Times: «Durante questo periodo democratico, lo stato della democrazia in Myanmar ha fatto passi indietro. Noi speravamo che sarebbe andato avanti». Non si sa ancora come sia andato il suo partito, ma si sa che Ma Ei Thinzar Maung non è stata eletta: il suo seggio è stato ottenuto da un candidato del partito di governo.

Conferenza stampa di Zaw Min Tun, vicepresidente del comitato dell’esercito sull’informazione (AP Photo/Aung Shine Oo)

In Myanmar i militari governarono per mezzo secolo. Presero il potere nel 1962, con un colpo di stato, mentre le prime elezioni si tennero solo nel 1990: furono vinte dal partito di Aung San Suu Kyi, ma i militari ignorarono il risultato e impedirono la formazione di un governo civile. Nel 2010 si tennero nuove elezioni, che però non lasciarono alcuno spazio alle opposizioni, che decisero di boicottarle. Le prime elezioni con una vera competizione furono organizzate nel 2015: vinse la Lega nazionale per la democrazia, e quella volta i militari accettarono di condividere il potere con i civili e avviare una transizione democratica.

Negli ultimi anni, comunque, molte delle speranze che erano state riposte nella nascente democrazia si sono indebolite. Il modo di governare della Lega nazionale per la democrazia ha ricordato in diversi aspetti il regime militare dei decenni precedenti, e il genocidio contro i rohingya, minoranza etnica di religione musulmana, ha attirato moltissime critiche dalla comunità internazionale, che aveva riposto grande fiducia in Aung San Suu Kyi. I prossimi mesi potrebbero essere particolarmente duri per il Myanmar, che sta facendo registrare un aumento dei nuovi contagi giornalieri da coronavirus, molto rilevante se si considera che il paese ha uno dei peggiori sistemi sanitari al mondo.

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