(David Silverman/Getty Images)
  • Italia
  • mercoledì 4 Novembre 2020

La Camera ha approvato il disegno di legge contro omotransfobia e misoginia

Prevede di applicare le protezioni in vigore per i crimini d'odio e le estende anche alle persone con disabilità: ora il provvedimento va al Senato

(David Silverman/Getty Images)

La Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo, che riguarda la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità. Si tratta del cosiddetto “ddl Zan”, dal nome del deputato del Partito Democratico Alessandro Zan che, per la stesura, aveva preso spunto da cinque precedenti proposte. Alla Camera, a scrutinio segreto, 265 deputati hanno votato a favore, 193 contro e uno si è astenuto: cinque deputati di Forza Italia, scrivono i giornali, si sono espressi a favore del ddl in dissenso dal gruppo.

Il disegno di legge passerà ora all’esame del Senato dove i numeri della maggioranza sono più esigui. L’obiettivo è mantenere il ddl inalterato per evitare, in caso di modifica del testo, un ritorno alla Camera. Se dovesse essere approvato in via definitiva, l’articolo principale della legge estenderà le protezioni attualmente in vigore per i crimini d’odio – previste dalla cosiddetta legge Mancino del 1993 – ai reati per omotransfobia, misoginia e abilismo.

Fino a qui
La discussione generale alla Camera era iniziata lo scorso 3 agosto. Le opposizioni, guidate da Lega e Fratelli d’Italia, avevano depositato più di 800 emendamenti e avevano presentato anche l’eccezione di costituzionalità, con un chiaro intento ostruzionistico. A quel punto, Alessandro Zan aveva fatto sapere che per la discussione e la votazione preliminare sull’eccezione di costituzionalità si sarebbe dovuto attendere settembre, dopo la fine della pausa estiva.

A inizio settembre, la conferenza dei capigruppo aveva deciso un ulteriore rinvio a ottobre, per dare spazio al decreto semplificazione, in scadenza, e alla pausa legata al voto del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e delle elezioni regionali. Il disegno di legge era tornato alla Camera il 27 ottobre con il voto a scrutinio segreto sulle due pregiudiziali di costituzionalità, entrambe respinte (254 voti contrari e 201 a favore). I primi cinque articoli erano stati approvati la scorsa settimana, centinaia di emendamenti erano stati respinti, e la discussione era ripresa martedì 3 novembre. Mercoledì si è arrivati all’approvazione.

La maggioranza aveva presentato sette emendamenti al testo. Il più significativo, approvato anche con il voto di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, estende le protezioni in vigore per reati di razzismo, etnia, orientamento religioso e nazionalità degli articoli 604 bis e ter del codice penale anche ai delitti commessi per ragioni legate alla disabilità della persona. Il titolo del disegno di legge è dunque diventato «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alla disabilità».

Su richiesta della Commissione Affari Costituzionali e del Comitato per la Legislazione sono state poi definite in modo esplicito alcune nozioni utilizzate: per sesso si intende «il sesso biologico o anagrafico», per genere si intende «qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso», per identità di genere si intende «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione», per orientamento sessuale si intende «l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi».

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La Commissione Affari Costituzionali aveva richiesto una riscrittura anche dell’articolo 3 per renderlo ancora più chiaro: è stato dunque approvato un emendamento che ribadisce esplicitamente che la punibilità scatta quando vi sia «il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». L’emendamento precisa che le opinioni non istigatorie «restano salve», ma tiene il punto: la libera espressione non deve mai sconfinare nell’istigazione all’odio e alla violenza. L’articolo 3, dunque, è stato riformulato così: «Ai sensi della presente legge, restano salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Com’è andata la discussione
In diversi momenti, la discussione in aula è stata, da parte delle opposizioni, molto violenta e «vergognosa», ha detto Zan, dimostrando come l’approvazione di una legge di questo tipo fosse necessaria. Molti deputati hanno continuato a parlare di legge bavaglio e di legge liberticida, Vittorio Sgarbi ha fatto riferimento alla transessualità come «teatro, costume, moda e finzione», Alessandro Pagano (Lega) ha fatto il suo intervento parlando di «gente LBTQ», Edmondo Cirielli, ex ufficiale dell’Arma dei Carabinieri e deputato di Fratelli d’Italia, ha dichiarato: «Potete dire quello che volete, ma l’istigazione alla discriminazione e l’atto della discriminazione, per quanto odiosi e deprecabili, rientrano nell’ambito dell’opinione».

Durante la discussione dell’articolo 6 per l’istituzione della giornata mondiale contro l’omotransfobia anche nelle scuole, le opposizioni hanno fatto richiesta di voto segreto, che è stata respinta. Felice Maurizio D’Ettore ha attaccato l’articolo perché non sarebbe accettabile spiegare a dei minorenni cosa siano omotransfobia, bifobia e lesbofobia.

Per giorni, Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno chiesto se non ci fosse qualcosa di più importante di cui occuparsi. Meloni, in particolare, in aula ha dichiarato: «Ma siete sicuri che gli omosessuali di questa nazione non avrebbero voluto vedervi al lavoro per difendere le loro attività piuttosto che su questa roba qui?». Diverse persone della comunità LGBT+ hanno replicato che «sì, sono sicuri», sottolineando l’urgenza della legge.

Prima della votazione finale alla Camera i deputati di Fratelli d’Italia hanno indossato un bavaglio sulla bocca per protestare contro quella che secondo loro è una riforma che limita la libertà d’espressione.

Il disegno di legge risponde a una situazione concreta. Ancora oggi l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere una norma specifica che protegga adeguatamente le persone della comunità LGBT+. Arcigay – la principale associazione italiana per i diritti degli omosessuali – parla da tempo di un aumento delle segnalazioni dei casi di violenza. Non solo: secondo l’European LGBTI Survey 2020, in Italia più di una persona LGBT+ su due non fa mai o quasi mai coming out e nove su dieci considerano che il loro paese non si impegni per nulla o quasi per nulla in una lotta efficace ed effettiva contro l’intolleranza e il pregiudizio.

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«L’Italia» ha spiegato a Repubblica Alessandro Zan «è al 35esimo posto in Europa per accettazione sociale LGBT+, con questa norma che comprende anche il contrasto all’abilismo sarà tra le più avanzate d’Europa. Si tratta di un ampio strumento contro le discriminazioni e le violenze».

Cosa prevede
I primi due articoli del ddl Zan introducono l’orientamento, il genere sessuale e l’abilismo negli articoli del codice penale, il 604 bis e ter, che puniscono la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione. Il terzo, il più importante, modifica il decreto legge 122 del 1993, la cosiddetta legge Mancino.

All’articolo 1, la legge Mancino prevede il carcere per «chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Il disegno di legge Zan la estende ai reati di violenza fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’abilismo. Includendo anche il genere, il ddl Zan estende la legge Mancino anche alla violenza esercitata sulle donne in quanto donne, prevista già da alcune leggi come quella sul femminicidio.

Negli articoli successivi viene estesa la condizione di «particolare vulnerabilità» alle vittime di violenza fondata sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’abilismo; viene istituita la giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere: viene prevista una ulteriore dotazione di 4 milioni di euro per il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità; si prevede che l’Istat realizzi almeno ogni tre anni una rilevazione che possa essere utile a pensare e attuare politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza.

Il disegno di legge Zan è molto criticato dalla CEI, la conferenza dei vescovi cattolici italiani, dai movimenti anti-scelta e dai partiti di destra: «L’introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione», aveva scritto la CEI in un comunicato stampa diffuso il 10 giugno. I vescovi cattolici criticavano di fatto i primi due articoli, che a loro dire limitavano la libertà dei membri del clero di esprimere commenti contro la comunità LGBT+ (la Chiesa Cattolica ha posizioni intransigenti sull’omosessualità e le persone transgender). Come ha spiegato l’Espresso qualche settimana fa, se il ddl diventasse legge verrebbe «punita un’associazione che pubblicando la foto di un attivista gay» invitasse «i suoi seguaci a linciarlo». Non verrebbe punita una persona «che potrà ancora liberamente dire: l’utero in affitto è un abominio, il matrimonio omosessuale è sbagliato».

Per altre ragioni, il ddl è stato criticato anche da una parte del movimento femminista italiano, che si oppone al concetto di “identità di genere” sostenendo che cancelli il concetto di sesso biologico. Si tratta del cosiddetto “femminismo essenzialista e trans-escludente” (da cui la sigla TERF): considera che ci sia una corrispondenza tra sesso e genere (una donna si definisce dunque in base al sesso biologico), e rifiuta, di fatto, anche le alleanze simboliche e politiche con il movimento trans. Una posizione superata dai movimenti femministi e trans-femministi più recenti.