Il business delle mascherine su Etsy

Negli Stati Uniti i negozietti artigianali sono stati travolti dagli ordini, guadagnando anche un milione di dollari; in Italia lo stesso ma in scala ridotta

(AP Photo/Michael Probst)
(AP Photo/Michael Probst)

Il sito The Verge ha raccontato di quelli che hanno fatto fortuna vendendo mascherine in tessuto per contenere il coronavirus su Etsy, una piattaforma e-commerce per vendere e comprare soprattutto oggetti fatti a mano, usati o vintage. «Ci vogliono tre cose. Uno: devi conoscere l’industria dell’abbigliamento, anzi possibilmente ci devi lavorare già. Due: devi stare a Los Angeles (newyorkesi, ci dispiace). Tre: devi avere molta energia, perché spedire decine di migliaia di mascherine al mese con una manciata di collaboratori vuol dire lavorare fino a tarda notte e poi svegliarsi molto presto e rifare tutto daccapo, a volte dovendo anche occuparsi dei bambini». Dall’oggi al domani, alcuni piccoli laboratori artigianali senza pretese si sono così trasformati in attività organizzate e frenetiche, che hanno incassato fino a un milione di dollari.

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Tra aprile e giugno, scrive The Verge, i negozi ospitati da Etsy hanno venduto in mascherine 346 milioni di dollari (quasi 300 milioni di euro) e 4 milioni di persone ci sono arrivate per comprare soltanto quelle. È stato un grande successo commerciale anche per la piattaforma, che ha trattenuto circa il 5 per cento dei ricavi: in quei mesi una media di oltre un dollaro su dieci era speso su Etsy per comprare mascherine. Ad aprile, le vendite erano raddoppiate rispetto allo stesso mese del 2019, mentre tra gennaio e febbraio erano aumentate del 16 per cento.

L’arrivo della pandemia ha creato dal nulla un mercato totalmente nuovo, che non era presidiato da nessuno: tutti partivano da zero e avevano le stesse possibilità di fare affari. Su Etsy più di 100mila si misero a proporre mascherine in tessuto: soprattutto donne che preparano oggetti a mano a casa, la tipologia più comune di venditore della piattaforma. Molti la usavano da anni, altri sono arrivati appositamente, come le sorelle Becky Smith e Debbie Cobb, che usano il ricavato delle vendite per comprare i tessuti delle mascherine che realizzano gratuitamente per i più anziani e per la parrocchia. Da aprile ne hanno vendute 2.000, per un totale di oltre 25mila dollari (21mila euro).

Leah Jackson, insegnante di ingegneria che sta su Etsy da due anni, ha trasformato la sala da pranzo di casa sua in un «laboratorio da sarta» con due macchine per cucire, così da soddisfare le richieste dei clienti. Nei primi mesi, lavorava fino all’una di notte e si svegliava alle 7 per occuparsi dei bambini; Tyra Flotte, un’insegnante di musica che vende lavori all’uncinetto su Etsy dal 2014, ha detto di ricevere «20 ordini a settimana» e di non sapere più come fare, ora che è ricominciata la scuola. A luglio le mascherine le avevano fruttato 3.000 dollari (2.500 euro), un’entrata particolarmente utile visto che suo marito è in cassa integrazione e lei d’estate non viene pagata.

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Per i negozi più grandi le cifre sono chiaramente più alte: un’azienda di abbigliamento, rimasta anonima, ne ha vendute circa 500mila, ricavando 4,1 milioni di dollari (3,4 milioni di euro) tra aprile e metà settembre: un aumento di oltre il 2.000 per cento rispetto alle vendite dell’intero 2019. Jennifer Song, ex presidente di un’azienda di fast fashion (che vende moda economica e di bassa qualità), gestisce un negozio di abbigliamento a conduzione familiare; anche lei si è messa a vendere mascherine su Etsy, andando a dormire per mesi alle 4 del mattino e svegliandosi alle 7, mentre il marito si occupava delle spedizioni. Charlette Chang ha venduto su Etsy più di 200mila mascherine, ricavando circa 1,5 milioni di dollari: era arrivata sulla piattaforma a settembre 2019 per vendere le sue magliette e, lavorando già con un’azienda tessile, riuscì a convertire rapidamente gli ordini.

Le mascherine di Chang, come quelle di molti altri rivenditori, sono fatte a Los Angeles, in California, la principale città statunitense dove si produce abbigliamento economico, soprattutto grazie alla manodopera sottopagata. Comprende operai immigrati dall’Asia e dall’America Latina, che vengono spesso pagati a cottimo e che guadagnano meno dello stipendio minimo nazionale. Le loro condizioni, secondo il sito Fast Company, sono peggiorate durante la pandemia, e alcuni non ricevono mascherine sul posto di lavoro, spesso uno stanzone chiuso e poco ventilato che favorisce il contagio. La decisione di convertire queste fabbriche alla produzione di mascherine era l’unica alternativa alla chiusura, disposta dallo stato della California per tutte le attività non essenziali: le mascherine diventarono improvvisamente una delle poche cose che si potevano ancora fabbricare.

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Non ci sono dati che riguardano specificatamente l’Italia, ma anche qui è accaduto lo stesso, seppure in scala minore e più diffusamente sul territorio. Karin Castelli di Predosa, in Piemonte, vende nel suo negozio Karinamente articoli per animali domestici e per appassionati di animali, come porta sacchetti igienici e foulard con stampa di levrieri; a questo ha aggiunto, ha raccontato al Post, «mascherine con la tasca per poter inserire quella chirurgica, quindi in realtà sono dei coprimascherine». Ne ha venduti circa 300/350, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, cosa che l’ha portata a ripensare la proposta dei nuovi prodotti e a crearne «anche alcuni che si abbinino ai porta mascherine». Martina, proprietaria di Pisitta, un negozio di articoli per bambini e cuscini per le spose, ha raccontato che «continuare con la mia attività e inserire in più le mascherine ha significato stravolgere i miei orari». Ne fa per bambini e adulti, con fantasie floreali, macchinine e unicorni e ne ha vendute più o meno 400, soprattutto tra giugno e agosto: «per me che lavoro da sola e faccio tutto a mano è un gran numero» ma ha aggiunto che, al di là della fatica in più, «sono felice di vendere un prodotto che può essere carino e divertente soprattutto per i bambini, in questo brutto periodo».

Se per alcuni il passaggio alle mascherine è stato un naturale adattamento a quello che già facevano, per altri è stata una decisione ponderata, come quella di Simona Baronti dell’Atelir di Gala a Pietrasanta, in Toscana, che disegna tessuti e che vende accessori e complementi d’arredo, online e in un negozio fisico: «non volevo fare anche mascherine, mi facevano impressione, poi le mie amiche mi hanno convinta». Ha raccontato al Post di averne vendute 3-4.000 da maggio, cosa che «ha dato un importante slancio al mio lavoro, soprattutto alla parte che si svolge online».

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Anche Annuscka di AnnusckaAtelier, che al negozio su Etsy ne affianca uno di abbigliamento per donna e bambino a Pavia, ha cominciato per caso: le faceva per la sua famiglia, poi «una mia amica della farmacia mi ha chiesto di produrle per loro» e così «ho iniziato a venderle anche qui su Etsy». Da marzo ne ha vendute circa 2.500, e sono state di «grande aiuto» in un momento in cui il negozio fisico era chiuso «ma soprattutto mi sono sentita utile per gli altri»; in più «questa esperienza mi ha aiutato molto a capire come funziona Etsy, cosa cerca la gente».

Rosanna di ScrunchieCloud, un negozio che vende soprattutto fermacapelli scrunchie, ha raccontato al Post che prima della pandemia «le mie vendite erano circa il 90 per cento all’estero (soprattutto negli Stati Uniti) e il 10 per cento in Italia, mentre le cose si sono ribaltate negli ultimi mesi» anche a causa delle difficoltà delle poste statunitensi da luglio: «per la prima volta dopo tanti anni è successo che le spedizioni fossero perse o arrivassero con enormi ritardi» cosa che l’ha portata a sospendere le spedizioni nel paese. «Probabilmente – aggiunge – tutto questo ha contribuito a far conoscere e usare Etsy di più anche in Italia». Anche lei racconta di avere iniziato a fare le mascherine tra marzo e aprile per i bambini di una vicina che «non riusciva a trovarle lavabili; poi ho continuato a farle da regalare ad amici, parenti e colleghi. Venderle non mi sembrava “etico”, ma dopo averne regalate in giro una sessantina (mettendo a posto la coscienza) e dopo essere entrata in cassa integrazione ho provato a metterle in vendita» su Etsy. Da allora ne ha vendute un centinaio: «non mi ha portato milioni di dollari ma è una piccola integrazione di reddito che è molto utile».

Il business delle mascherine su Etsy è stato coltivato dalla piattaforma stessa. Quando il 3 aprile i Centers for Disease Control and Prevention, il più importante organo di controllo sulla sanità pubblica americana, raccomandarono l’uso della mascherina negli Stati Uniti, Etsy pubblicò subito un post sul suo blog e inviò delle email ai venditori invitandoli a fabbricarle: «Ci aspettiamo una richiesta senza precedenti. Potete fare la differenza». Etsy raccomandò anche di non associare le mascherine a parole come “coronavirus”, “Covid” e ad altri termini medici: «le pubblicità con indicazioni mediche possono essere segnalate dagli utenti e rimosse dal sito». Ancora adesso la ricerca delle mascherine è accompagnata dall’avvertenza che gli articoli in vendita «come mascherine e disinfettanti per le mani, non sono di livello medico/sanitario. I venditori Etsy non possono dare indicazioni mediche o sanitarie».

Etsy si adattò rapidamente per aiutare le vendite: i risultati di ricerca vennero modificati in poche ore, così che cercando la parola mask venivano suggerite le mascherine e non le maschere di Halloween o quelle per il viso. Inoltre ricompensò i primi venditori non facendo loro pagare la pubblicità fino a 100 mascherine o con un buono di 20 dollari.

Gli affari, infine, furono favoriti dal comportamento di altri grandi rivenditori. Amazon e eBay cercarono per prima cosa di contenere la vendita di maschere chirurgiche e FFP2, fatte in tessuto e in materiale filtrante, per dare priorità agli ospedali e bloccare episodi di sciacallaggio. Amazon vietò a negozi terzi di rivenderle e limitò a lungo anche la vendita di quelle di stoffa. Lo stesso aveva fatto, a marzo, eBay: la consentì solo dal maggio quando ormai Etsy aveva già venduto 12 milioni di mascherine in tessuto, per 133 milioni di dollari (113 milioni di euro).

Ora le vendite sono in calo, un po’ perché l’emergenza del coronavirus è più contenuta un po’ perché il mercato delle mascherine è saturo: «le vendite sono calate perché c’è meno bisogno e anche perché siamo ormai in troppi a farle», ha per esempio raccontato al Post la proprietaria di AnnusckaAtelier. Molti dei venditori con cui ha parlato The Verge non ne sono dispiaciuti e sono, anzi, sollevati dal poter tornare ai loro progetti originari, nonché alla loro vita normale, magari con qualche cliente in più.