(© Prada)
  • Moda
  • venerdì 25 Settembre 2020

La sfilata più attesa della moda a Milano

È quella disegnata da Miuccia Prada e Raf Simons, due dei migliori stilisti del momento, per la prima volta insieme

(© Prada)

La sfilata di Prada, che è stata trasmessa mercoledì sul sito e sui social network dell’azienda, era l’evento più atteso della Settimana della moda di Milano, che si tiene dal 22 al 28 settembre e che presenta le collezioni da donna della primavera/estate 2021. Lo era da febbraio, quando il marchio aveva annunciato che Miuccia Prada, la storica direttrice creativa, sarebbe stata affiancata nel ruolo dallo stilista belga Raf Simons. Dopo la sfilata, chiamata significativamente Dialogues, Prada e Simons hanno risposto ad alcune domande raccolte sui social network, a metà strada tra una conferenza stampa e una chiacchierata tra amici di lungo corso.

Prada e Simons sono tra gli stilisti più apprezzati dalla critica e da una solida base di ammiratori: rappresentano entrambi una moda intellettuale, minimalista, all’avanguardia, che ha cambiato come ci vestiamo e che è in grado di interpretare e rispondere al mondo contemporaneo. Sono «due degli autori più rispettati e amati nel mondo della moda, uniti da un’unica missione: riaffermare il primato della creatività nella moda alta», riassume Nicole Phelps su Vogue. Molti osservatori si chiedono, poi, se la collaborazione di una coppia creativa possa essere un nuovo modo di lavorare rispetto alla tendenza di affidare l’estetica di un marchio al gusto assoluto e uniformante di un singolo direttore creativo; altri sperano che l’arrivo di Simons concentri ancora di più l’attenzione sulla moda di Milano.

Prada, che ha 71 anni ed è alla guida dell’azienda di famiglia dal 1978, fa una moda concettuale, sobriamente scandalosa, minuziosa nei dettagli, attenta alla praticità e all’insegna dell’estetica dell’ugly chic, il fascino della bruttezza. Raf Simons, 51 anni, è stato direttore creativo di Jil Sander dal 2005 al 2012, di Christian Dior dal 2012 al 2015 e poi di Calvin Klein dal 2016 al 2018; dal 1995 ha una sua linea omonima di abbigliamento maschile, a cui continuerà a lavorare e a cui aggiungerà una linea femminile, come ha annunciato la scorsa settimana. I suoi sono abiti raffinati, concettuali, dal gusto industriale e dal taglio sartoriale; si considera molto influenzato dal lavoro di Miuccia Prada.

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Da anni si parlava di una possibile collaborazione tra i due, che l’avevano ipotizzata negli anni più volte in varie interviste, avvicinati da convergenze sul modo di intendere la moda, dalla parità di prestigio e dall’aver raramente sbagliato un colpo (in termini creativi più che commerciali: le vendite di Prada sono in calo da anni, mentre Simons era stato licenziato da Calvin Klein perché le sue collezioni, considerate troppo sofisticate, vendevano poco). Anche questa volta il loro lavoro ha soddisfatto le aspettative, perlomeno secondo la maggior parte dei critici.

Sono stati presentati 40 look, tutti indossati da modelle che non avevano mai sfilato prima, in un set costruito dallo studio OMA/AMO (con cui Prada ha collaborato anche per la costruzione della sua Fondazione) fatto di tappeti e tendaggi color ocra e telecamere che pendevano dal soffitto come candelabri. Passando, le modelle guardavano direttamente nelle telecamere, quasi a interagirci, mentre il loro nome compariva su schermi sospesi: è stato un modo di raccontare il rapporto sempre più stretto che abbiamo con la tecnologia, ancora più forte dai mesi del lockdown.

La collezione non ha fuso lo stile dei due stilisti, non c’è stata una sovrapposizione, quanto un affiancarsi e un richiamarsi, una volta è lui a gravitare attorno al gusto di lei, altre accade il contrario: «il bello è che non sappiamo ancora dove andremo», ha detto Prada. Questo modo di collaborare è esemplificato nel gesto con cui le modelle trattenevano i cappotti: richiama quello delle sfilate di Jil Sanders, quando ci lavorava Simons, ma è anche il gesto abituale di Miuccia Prada al termine delle sue sfilate, quando fa capolino dalle quinte e si inchina al pubblico. Allo stesso tempo, la collezione è stata una celebrazione della “Pradaness”, come l’hanno loro stessi definita, cioè l’essenza del marchio, e di Miuccia Prada stessa, «trasformata in iconografia» ha scritto per esempio Rachel Tashjian su GQ.

La collezione ha anche provato a definire una nuova uniforme di Prada, un concetto identitario dell’idea di moda di entrambi: Simons ha spiegato che la considera una forma di partenza e il modo più personale e autentico con cui esprimersi attraverso i vestiti, mentre per Prada – che passa dall’una all’altra – la divisa consente di sentirsi a proprio agio così da poter pensare ad altro senza perdere tempo. La nuova uniforme – che non ha niente di militaresco, precisano entrambi – è fatta di «pantaloni lunghi e stretti anni ’90, una maglietta che è quasi una tunica senza maniche, con il logo a triangolo attaccato sotto il collo e scarpe basse e appuntite in colori contrastanti», spiega Phelps su Vogue.

A questo si aggiungono gli zainetti in nylon (una delle invenzioni di maggiore successo di Prada) riciclati, cuciti e trasformati in gonne, bustini, cappotti; le grafiche e le scritte realizzate dall’artista Peter De Potter con cui Simons collabora da tempo; piccoli orecchini con il logo a triangolo e molte tasche, dove infilare chiavi e mascherine all’occorrenza. La collezione è pratica, contemporanea e ha radici «nell’inconscio collettivo» piuttosto che nella stravaganza e nel singolo gusto dell’artista, come hanno raccontato entrambi: «uno stilista è bravo se i suoi vestiti si connettono alle persone. Più sono collegati alla realtà, più il tuo lavoro ha senso» ha detto Prada.

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In generale, e come sempre per Prada, la sfilata è stata anche un tentativo di dire qualcosa sul presente. «In un momento di incredibile complessità, cos’è davvero importante? Cos’è davvero significativo?», ha detto Prada. «È questo quello che ci chiedevamo. Volevamo creare qualcosa che avesse senso, che fosse utile per le persone». Secondo Vanessa Friedman, critica di moda del New York Times, ci sono riusciti: «Non hanno inciso la storia della moda nel passato e nel presente ma, con pragmatismo, molta grazia e capacità di guardare lontano, hanno gettato le basi per un percorso a venire. Un percorso che avrà risonanza al di là dei vestiti».