Il generoso successo di Bandcamp

È un servizio che vende la musica, in un'epoca in cui ascoltiamo tutto in streaming, e distribuisce agli autori una quota più alta di ricavi: nella sua nicchia funziona

Mentre la quota di ricavi provenienti dagli streaming diventa sempre più predominante nei bilanci dell’industria discografica globale – anche senza bisogno di una pandemia che probabilmente cancellerà almeno un anno di concerti – c’è una società americana che si è ritagliata una solida nicchia basando il suo business su un concetto che sembra un po’ fuori dal tempo: comprare e possedere la musica. Si chiama Bandcamp, e negli ultimi mesi ha ottenuto ulteriori popolarità e apprezzamenti per via di alcune iniziative per donare parte dei ricavi in beneficenza, per combattere la pandemia da coronavirus o per sostenere il movimento Black Lives Matter.

Bandcamp esiste dal 2008 e ha sede a Oakland, sulla baia di San Francisco, ma è una società che funziona su principi molto diversi rispetto a quelle della Silicon Valley e soprattutto rispetto alla più grande società digitale nel settore della musica, Spotify (che è svedese). Una buona parte del successo di Bandcamp dipende proprio dal modello alternativo ai servizi di streaming, accusati di riservare percentuali troppo basse agli artisti, cambiando in peggio il funzionamento dell’industria discografica.

Su Bandcamp non si ascolta la musica in streaming. O meglio, lo si può anche fare, ma è una funzione secondaria. Chiunque può caricare la propria musica sul sito, decidere un prezzo e venderla in formato digitale o fisico (dai vinili alle cassette), insieme al proprio mercandhise ufficiale. Bandcamp trattiene il 15 per cento sul prezzo di vendita, che diventa il 10 per cento sopra una certa soglia. La musica si può comprare in vari formati, compresi quelli che garantiscono una maggiore qualità, e c’è anche la possibilità per gli utenti di pagare più di quanto chiesto, per sostenere una band.

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C’è un’altra grande differenza tra Bandcamp e i servizi di streaming: sul sito il formato più comune è l’album, che sta diventando sempre più marginale in un mercato ormai dominato dalle playlist. Il successo planetario di Spotify e degli streaming sta cambiando la musica, e non soltanto il modo in cui viene distribuita: Bandcamp è invece qualcosa di simile a un negozio di dischi, e propone una nicchia in cui le cose funzionano più o meno come trent’anni fa.

Non sono soltanto questi i motivi per cui Bandcamp è diventato assai apprezzato tra molti appassionati di musica. Spotify è estesamente criticata per il compenso riservato agli artisti, che consente veri guadagni soltanto a chi fa grossi numeri. Per ogni riproduzione, la piattaforma svedese dà meno di un centesimo all’artista: la cifra precisa cambia a seconda del caso, ma spesso si considera come media quella di 0,0038 dollari per singolo ascolto. Il sito della rete di radio pubbliche NPR ha calcolato che per guadagnare uno stipendio medio di 15 dollari all’ora, per un totale mensile di 2.500 dollari, un artista debba fare 657,895 riproduzioni.

Sono numeri da artisti già abbastanza affermati e con una certa notorietà, molto più alti di quelli che raggiungono normalmente gli artisti emergenti. È una vecchia questione, tanto che il CEO di Spotify Daniel Ek ha detto che «da quando esistiamo non ho mai sentito un singolo artista dire “Sono soddisfatto dei soldi che faccio con gli streaming”». Ed è il motivo per cui gli artisti fanno sempre meno dischi e sempre più singoli che sperano finiscano nelle playlist giuste, in modo da macinare ascolti.

Un abbonamento a Spotify o a un altro servizio di streaming come Apple Music costa più o meno come un disco in formato digitale, ma consente l’accesso a gran parte della musica registrata nell’ultimo secolo. In cambio, un po’ come con Facebook o YouTube, l’utente condivide i dati sui suoi gusti e le sue abitudini, fondamentali per qualunque società digitale.

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Bandcamp invece punta sull’idea di possedere la musica che si ascolta, sulla complicità tra l’ascoltatore e la band e su un certo senso di appartenenza a un progetto che distribuisce i soldi in maniera considerata da molti più equa. Lo scorso 20 marzo, quando le dimensioni della pandemia da coronavirus erano diventate chiare in tutto il mondo, Bandcamp decise di eliminare la quota trattenuta sulle vendite per un giorno, lasciandola agli artisti. Ha venduto musica e merchandise per 4,3 milioni di dollari, 15 volte di più di un normale venerdì. L’iniziativa è stata ripetuta a maggio, a giugno e a luglio, con risultati anche superiori.

Bandcamp ha cercato di posizionarsi anche su diversi temi sociali, mostrandosi vicina a istanze progressiste che reputa popolari e condivise tra i suoi utenti. Nelle settimane delle grandi proteste seguite all’uccisione di George Floyd, ha devoluto la sua quota di ricavi ad alcune organizzazioni per i diritti degli afroamericani. Ed è stata aiutata anche da iniziative analoghe di alcuni famosi artisti, come la cantante islandese Björk, che ha destinato i ricavi della vendita dei suoi dischi sul sito a Black Lives Matter UK, per un paio di giorni.

Malgrado il bacino di Bandcamp rimanga di nicchia, imparagonabile a quello di Spotify o di YouTube, i ricavi della società crescono stabilmente di anno in anno, tanto che ha aperto un negozio fisico a Oakland e un sito di news e recensioni musicali, Bandcamp Daily, che va piuttosto bene. Tuttavia, le sue dimensioni sono sempre rimaste contenute. Damon Krukowski, musicista e giornalista musicale americano, ha detto al Guardian che è meglio così, perché eventuali progetti per aumentare i volumi del servizio porterebbero Bandcamp ad avvicinarsi alle normali pratiche da Silicon Valley, tradendo i suoi principi fondativi.