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  • mercoledì 15 Luglio 2020

Cos’è successo a Radio Città del Capo

Breve storia dell'ascesa e del declino di una seguita radio locale bolognese, che dopo anni di guai rischia di chiudere sul serio

Una storica emittente radiofonica locale italiana rischia di chiudere definitivamente dopo diversi anni di riorganizzazioni societarie, tagli alla redazione e scontri tra dipendenti e dirigenza: è Radio Città del Capo, che da oltre trent’anni trasmette a Bologna e che nel tempo ha acquisito anche una certa popolarità nazionale. L’attuale proprietà dell’emittente, la cui programmazione è già stata ampiamente ridimensionata negli ultimi anni, sta trattando la vendita dell’ultima frequenza a disposizione dalla radio, scrive il Corriere di Bologna. Non è ancora chiaro cosa succederà ai dipendenti e all’attuale programmazione – che comunque è sospesa da febbraio – nell’eventualità della cessione.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Radio Città del Capo fu famosa soprattutto negli anni Novanta, quando diventò un punto di riferimento per Bologna e dintorni trasmettendo apprezzati programmi di informazione, cultura e musica. Negli anni Settanta in tutta Italia erano nate le cosiddette “radio libere”, emittenti locali fondate e portate avanti da gruppi di attivisti e giornalisti di sinistra dopo la liberalizzazione dell’etere decisa nel 1976 dalla Corte Costituzionale. Una di queste, Radio Città, subì una riorganizzazione nel 1987 che vide l’insediamento di un consiglio di amministrazione vicino al partito di estrema sinistra Democrazia Proletaria. Un gruppo di redattori uscì dall’emittente, temendo interferenze con l’indipendenza editoriale della radio, e fondò Radio Città del Capo. L’altra radio prese il nome di Radio Città 103, diventata poi Radio Città Fujiko nel 2004.

Negli anni Novanta, Radio Città del Capo fu tra i fondatori di Popolare Network, un’organizzazione di radio locali che iniziò a trasmettere i notiziari della milanese Radio Popolare, che da poco aveva lanciato con successo una campagna di abbonamenti per sostenersi. Questo modello economico fu replicato anche da Radio Città del Capo, che era gestita dalla cooperativa fondata dai suoi redattori, Not Available.

Il sistema funzionò, per via dell’affezionata base di ascoltatori della radio, che arrivarono a un migliaio e per anni permisero il proseguimento e l’ampliamento delle trasmissioni, che andavano dalla cronaca locale ai programmi musicali. Nel novembre del 1991, tra le altre cose, Radio Città del Capo organizzò uno dei primi concerti italiani dei Nirvana, poco fuori Bologna. Per più o meno un ventennio, Radio Città del Capo ebbe una sua notevole importanza e influenza a Bologna, una delle città italiane con il più vivace e radicato attivismo di sinistra, sconfinando talvolta anche nel dibattito nazionale.

Nel 2011 Radio Città del Capo era diventata piuttosto grossa, con una decina di dipendenti e molti collaboratori: ma sostenerla era sempre più difficile, e Not Available decise quindi di fondersi con una cooperativa molto più grande, Voli, che si occupava però di altre cose. Fu l’inizio dei problemi, secondo le testimonianze di chi ci lavorava in quegli anni. Nacquero e aumentarono polemiche e disaccordi interni, ci fu un cambio di direzione e nel 2014 fu fondata una nuova cooperativa, Open Group, che diventò il nuovo editore di Radio Città del Capo e assorbì parte della dirigenza dell’emittente.

L’emittente però era diventata ormai assai marginale nei progetti della cooperativa che la controllava. «La radio di prima era una comunità, con una mappa dei valori molto chiara. Con la mollata di ormeggi del 2012 questo sistema valoriale implose, e così iniziò il suo declino anche il sistema imprenditoriale» ha spiegato al Post Paolo Soglia, a lungo direttore responsabile della radio, che si dimise nel 2011 in disaccordo con la prima fusione, pur rimanendo ancora per anni a lavorare per l’emittente.

Negli anni successivi ci furono altri cambi di direzione, tagli al personale, ridimensionamenti della programmazione e dimissioni di alcuni storici speaker, con il risultato che gli abbonati calarono drasticamente. Redattori, conduttori e abbonati storici si riunirono sotto la sigla RCdCViva, producendo diversi appelli e iniziative per lamentarsi del progetto snaturato, delle grandi difficoltà economiche e della linea editoriale non più indipendente come un tempo. Lo scontro e i negoziati con la proprietà di Open Group andarono avanti a lungo, incontrando però una lunga serie di problemi e divisioni, e senza concludersi con un vero accordo, come ha spiegato più estesamente il collettivo Global Tavor, che ha collaborato a Radio Città del Capo per vent’anni.

Diversi redattori lasciarono quindi la radio, ritenendola ormai una cosa molto diversa rispetto a quella originaria, nonostante mantenesse il vecchio nome. Secondo chi l’aveva fondata e chi ci aveva lavorato, Radio Città del Capo era ormai avviata verso la sua fine.

Nel 2018 ci fu poi una nuova riorganizzazione societaria, l’ultima e quella più direttamente collegata ai guai di questi mesi: fu fondata Netlit, una nuova società a cui passò il controllo di Radio Città del Capo. Open Group quindi esternalizzò l’emittende riducendo il suo impegno economico, partecipando alla nuova società per il 40 per cento insieme a un’altra cooperativa chiamata Mandragola. La sostenibilità economica della radio rimaneva però un grosso problema, ed era da tempo aggravata da alcuni guai amministrativi, che per esempio per un po’ fecero perdere i contributi pubblici per un errore burocratico. L’intero progetto radiofonico continuava a diventare ancora più marginale: «nessuno si voleva occupare della radio su un piano editoriale, la tenevano lì come un giochino, senza una vera guida», spiega Soglia.

Nell’estate del 2019 Netlit, che gestisce un network di radio e un progetto di educazione sui media attivo nel Nord Italia, aveva già venduto a Radio Dimensione Suono una delle due frequenze sulle quali trasmetteva Radio Città del Capo. La seconda frequenza, l’unica rimasta all’emittente bolognese, è attualmente oggetto di trattative, secondo quanto ha riportato il Corriere di Bologna.

Già a gennaio la redazione dell’emittente aveva pubblicato un appello intitolato “Vogliono zittire Radio Città del Capo”, che aveva avuto una certa circolazione, con la conseguenza che le complicate vicende della radio erano state raccontate su diversi siti e giornali nazionali. A difesa della redazione era intervenuta Open Group, spiegando di essere in grande disaccordo con la maggioranza di Netlit, posizione ribadita in un nuovo comunicato pubblicato martedì. Netlit, da parte sua, aveva negato le accuse, sostenendo al contrario di voler ampliare la programmazione di Radio Città del Capo.

Le versioni opposte sulla questione riflettono lo scontro in corso tra le due cooperative che compongono Netlit: Mandragola e Open Group, da cui provenivano originariamente gli attuali redattori della radio. Il destino di Radio Città del Capo deve essere deciso da entrambe le parti, ma il dialogo non sembra andare molto bene: secondo il Corriere di Bologna le due cooperative «si parlano per avvocati», e a ottobre parteciperanno addirittura a un’udienza in tribunale. Open Group e Netlit, contattati dal Post, non hanno voluto commentare la vicenda.