Dettaglio della copertina di "I mostri" di Carlo Calenda; la statua fotografata si trova nel Parco dei Mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo (Feltrinelli, 2020)

Il mostro di tutti i mostri

Il primo capitolo del nuovo libro di Carlo Calenda sui guai cronici italiani ha invece un protagonista molto attuale che li riunisce tutti

Dettaglio della copertina di "I mostri" di Carlo Calenda; la statua fotografata si trova nel Parco dei Mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo (Feltrinelli, 2020)

Giovedì 2 luglio è uscito per Feltrinelli I mostri e come sconfiggerli, un saggio scritto da Carlo Calenda, politico e fondatore del partito Azione, già iscritto al Partito Democratico e ministro dello Sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni.
Attraverso metafore ispirate alla mitologia greca, Calenda elenca e analizza i “mostri” che a suo dire caratterizzano lo scenario politico italiano, cioè problemi strutturali che determinano i guai del paese, come i “giganti” degli estremismi o l'”idrico” disinteresse diffuso per la politica, in riferimento all’Idra di Lerna, che per ogni testa mozzata ne faceva ricrescere due: «sono prodotti dalle nostre azioni, dalle nostre idee e dall’incapacità di fare i conti con la nostra Storia. I mostri siamo noi».
Calenda descrive un’Italia immobilizzata, che si scontra con gli stessi problemi da decenni o più. Se le figure mitologiche spiegate dall’autore possono suonare più ignote o distanti ad alcuni, il primo mostro presentato è attuale e familiare: il coronavirus e quello che ha mostrato.

Il mostro di tutti i mostri: Coronavirus
Mentre terminavo di scrivere questo libro, l’Italia è stata travolta dall’emergenza Coronavirus. Il Nord, cuore produttivo e civile del paese, si è fermato in una settimana, e l’Italia è rapidamente precipitata nel caos e nel terrore. Non siamo riusciti a contenere il virus all’interno degli undici comuni in cui si era dapprima diffuso. I morti sono diventati migliaia e l’intero paese è finito in quarantena. Gli effetti economici dell’epidemia sono devastanti. E il peggio deve ancora venire.

Mai nella storia recente dell’umanità domanda e offerta si sono bloccate contemporaneamente su scala mondiale. Per qualche settimana l’Italia e gli italiani sono diventati, insieme ai cinesi, gli “untori” del mondo. È probabile che il virus si fosse già diffuso anche in altri paesi europei, ma sulle prime pagine di tutto il globo ci siamo finiti noi. Poi il virus è dilagato ovunque e l’Oms ha dichiarato la pandemia.

L’emergenza sanitaria ha materializzato insieme tutti i mostri evocati in questo libro. Incapacità organizzativa e gestionale, identità fragile, media allo sbando, messaggi confusi e provvedimenti incomprensibili, inesistenza di una catena di comando, Europa nel caos. Il Coronavirus è diventato il mostro che incorpora tutti gli altri mostri.

Il governo non è riuscito a mettere insieme una risposta forte ed efficace al primo manifestarsi della crisi. Iniziative simboliche, semplici da implementare ma sostanzialmente inutili, come il blocco dei voli dalla Cina e la verifica della temperatura corporea negli aeroporti, hanno mascherato per qualche giorno la mancanza di un piano di intervento rapido e serio e di una catena di comando funzionante. Poi tutto è precipitato. Approfittando della debolezza dello Stato centrale, le Regioni hanno reagito in ordine sparso. Messaggi contraddittori, lanciati da tutte le forze politiche, hanno accompagnato le prime settimane della pandemia. Provo a riepilogarli in ordine di apparizione attraverso i principali (ridicoli) hashtag che si sono susseguiti: “#abbracciamouncinese”, “#apritetutto”, “#stateacasa”, “#chiudetetutto”,  #Europazonarossa”.

Il sindaco di Firenze, nel pieno della diffusione della malattia, ha lanciato la brillante proposta di aprire gratuitamente i musei. Beppe Sala, sindaco di Milano (l’unico a essersi successivamente scusato), ha rilanciato una campagna chiamata “#milanononsiferma” proprio mentre il virus iniziava la sua crescita esponenziale. Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono passati nel giro di una settimana dal chiedere ai turisti di venire in Italia e “aprire tutto” al pretendere la chiusura di ogni attività nell’intero paese. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha postato foto mentre beveva una birra a Milano, dichiarando che l’influenza stagionale era molto peggio del virus, salvo poi caderne vittima anche lui, rimanendo confinato a casa nella fase più difficile dell’epidemia. Matteo Renzi ha colto la palla al balzo per palesarsi sui media internazionali e rimarcare gli errori dell’Italia (leggi: di Conte). Il governatore della Lombardia Attilio Fontana, tra una polemica e l’altra con il governo, ha visto bene di aprire le residenze per anziani ai malati di Covid-19.

Intanto sui media è accaduto di tutto. I giornali hanno prima cavalcato l’emergenza descrivendola come la peste degli anni duemila e poi invocato la normalizzazione dei comportamenti (“uscite di casa, aprite tutto”) come atto di patriottismo. Il tutto nel giro di tre prime pagine. E mentre alcune testate accusavano di tentata strage il governo, altri giornalisti facevano a gara per chiedere la cessazione di ogni critica all’esecutivo, dichiarando implicitamente la loro inutilità.

Sui social i virologi si sono accapigliati su ogni possibile argomento scientifico e gli statistici dilettanti hanno ricalcolato i tassi di contagio per dimostrare di saperne di più dei medici. La Commissione europea e la Bce hanno reagito in ritardo e solo quando hanno compreso che il problema non era limitato all’Italia. Gli Stati europei hanno risposto in modo sconclusionato ed egoistico, contribuendo a paralizzare l’azione della Commissione. E tutto ciò è accaduto nei primi venti giorni.

Con la pandemia la Storia è tornata in Occidente. E questo ritorno ha mostrato tutta la fragilità della classe dirigente politica occidentale. I deliri di Boris Johnson, la negazione di Trump, l’indifferenza europea quando si riteneva che il problema fosse solo italiano. La verità è che trent’anni di subordinazione della politica all’economia hanno prodotto politici mediocri incapaci di confrontarsi con sfide davvero toste. In tutto il mondo, non solo in Italia.

Intanto la sanità, trascurata e definanziata, è tornata a essere “la prima linea di difesa”. Medici, ricercatori e infermieri sono diventati i nostri eroi e i nostri angeli, celebrati dai balconi e da ogni politico in ogni talk show. Angeli dimenticati per molti anni. Quando nel novembre 2019 decidemmo di lanciare Azione partendo proprio dalla sanità, era già del tutto evidente che il pilastro del nostro sistema di protezione sociale era incrinato da anni di trascuratezza e scarsi finanziamenti. Ma in quel momento il dibattito politico era tutto concentrato su pieni poteri, Flat Tax, scissioni e così via. Non riuscimmo a trovare un solo giornale disponibile a pubblicare i contenuti di quel progetto. Il fatto che in Italia ci volessero otto mesi per una visita oncologica, tredici per una mammografia e mancassero 53.000 infermieri e 8.000 medici sembrava questione irrilevante, non meritevole di attenzione. La risposta unanime dei media fu: “Troppo tecnico e poco politico”. Oggi ci accorgiamo di quanto “politico” sia il Sistema sanitario nazionale.

Pian piano, dalla confusione e dalla frenesia comunicativa delle prime settimane è emersa una linea più definita, fondata sulla chiusura di ogni attività. Una linea tuttavia soggetta a continue revisioni e precisazioni. L’azione di governo ha continuato a essere disorganizzata e confusa. Anche in questo caso, così come nelle fasi iniziali della diffusione del virus, si è scelta la linea più facile da implementare: “Chiudiamo tutto fino a data da destinarsi”. La soluzione più facile per il governo, ma più difficile e penosa per i cittadini. Strategie più elaborate come quella messa in atto in Corea del Sud (testare, tracciare e trattare) sono state prese in considerazione solo molto tardi. E mentre scrivo rimangono ancora sulla carta e forse neanche lì.

Decreti confusi e comunicazioni del presidente del Consiglio via Facebook alle undici di sera per spiegare provvedimenti non ancora varati sono diventati la nuova normalità. Il tutto intriso di un linguaggio alternativamente avvocatesco o melenso, ma sempre privo di gravitas. Invece di dare un senso di forza e concretezza, il premier ha iniziato a parlare di “momento importante per riflettere sulla propria vita”, che “ne usciremo migliori” e così via con altre amenità da libro Cuore. Inebriato da sondaggi sempre più favorevoli, Conte ha dato vita a uno show fondato su una stucchevole “mozione degli affetti”, più che sulla capacità di guidare con mano ferma una comunità fragile. Tutto il contrario di quello che fece Churchill, a cui con molta modestia Conte si è esplicitamente paragonato, durante la Seconda guerra mondiale.

Una pericolosissima pretesa di autosufficienza si è impadronita dell’esecutivo, proprio quando invece sarebbero serviti uno sforzo corale e un’apertura alle proposte. Personalmente ne ho fatte tantissime. Dalla modalità di erogazione della cassa integrazione alla gestione della “terza fase”, fino all’offrire un aiuto diretto al commissario Arcuri sugli approvvigionamenti. Ogni, dicasi ogni, proposta è caduta nel vuoto.

Intanto dalle altre opposizioni non è venuto alcun segnale di responsabilità. I toni dello scontro sono diventati, se possibile, ancora più acuti rispetto al pericolo pre-crisi. Mentre finisco di scrivere questo libro la possibilità di dar vita a un governo politico di unità nazionale, di cui ci sarebbe disperatamente bisogno, appare inesistente.
I briefing giornalieri della Protezione civile si sono ripetuti in modo stanco e approssimativo. La mortalità del virus, le categorie più esposte, il numero di contagiati, la ricerca di una cura specifica e di un vaccino e tanti altri argomenti decisivi si sono trasformati in una cacofonia di voci, che diventavano false certezze poi immediatamente smentite. Il filtro di una seria analisi dei media per separare le notizie dalle fesserie è saltato sin dai primi giorni.

A metà marzo in Europa, finalmente, l’Ue e la Bce hanno iniziato a fare sul serio, sospendendo il Patto di stabilità e mettendo sul tavolo 750 miliardi di euro. Non basteranno. Mentre scrivo si sta combattendo una battaglia per lanciare finalmente un eurobond dedicato al Coronavirus. Ancora una volta, i paesi del Nord Europa, capeggiati dall’Olanda, stanno dando prova di miopia ed egoismo. Difficile prevedere l’esito di questo scontro decisivo per le sorti dell’Europa.

Ci troviamo davvero in territorio incognito. Non conosciamo bene il virus, i suoi effetti, la possibilità di riaprire a breve. Il punto di debolezza maggiore, come sempre, è stata la capacità delle istituzioni di comunicare, gestire e organizzare. Dall’invio dei dispositivi medici a una chiara strategia di risposta economica, sin qui debole e complicata, quello che è mancato è un’azione pubblica efficace.

I cittadini, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno dato prova di serietà. Messi di fronte a una situazione tanto imprevista quanto spaventosa, si sono adattati a provvedimenti drastici e poco chiari. Chiusi in abitazioni spesso troppo piccole e senza collegamenti digitali adeguati, hanno combattuto da soli la paura del presente e l’ansia di un futuro pieno di incognite. Intorno alla metà di aprile, stupito dal livello di apprezzamento molto elevato da parte degli italiani nei confronti del presidente del Consiglio, ho usato i miei canali social per rivolgere una domanda semplice ai cittadini: “A parte chiedere agli italiani di restare a casa, c’è un’iniziativa implementata da questo governo durante la crisi che abbia funzionato a dovere?”. Praticamente nessuna delle migliaia di risposte ricevute dai sostenitori del governo ha saputo citare un provvedimento efficace. La soddisfazione scaturiva dall’appartenenza a partiti che sostenevano il governo, dalla paura e dall’odio verso la destra e da una sfiducia riguardo alla possibilità di portare avanti azioni efficaci in Italia. Conte “non poteva fare altro”. L’ottimismo della rassegnazione.

Siamo il paese delle emergenze. Tutte le debolezze che descriverò in questo libro ne provocano di continuo. Si è sempre detto dell’Italia che nell’emergenza dà il suo meglio. E forse, alla fine, anche questa volta sarà così. Ma per il momento non sembra proprio. Dopo mesi passati a discutere di fascismo, Sardine, Renzi e Conte, pieni poteri, porti aperti o chiusi e altre amenità, ci siamo svegliati in un mondo diverso, dove le baggianate a cui eravamo tanto affezionati hanno finalmente mostrato la loro vera natura.

Davanti alla durezza della realtà di un’emergenza vera abbiamo compreso che l’unica cosa che davvero conta è la capacità di affrontare e gestire i problemi. La tecnica di governo, la competenza e la serietà sono ridiventate un valore dalla mattina alla sera. Almeno così mi sembra, o così voglio sperare. Eppure sento che, dietro una società temporaneamente ibernata dalla diffusione del virus, i nostri mostri rimangono in agguato. Non basterà l’emergenza a cancellarli. Il “saremo tutti migliori” di Conte è un vuoto espediente retorico. Saremo migliori solo se dalla crisi scaturirà la consapevolezza che ci è mancata in tutti questi anni.

Da qui dobbiamo ripartire. I prossimi mesi saranno durissimi. I più duri degli ultimi decenni. Il post-emergenza sarà esso stesso un lungo periodo di emergenza economica e sociale. Ci troveremo a fare i conti con tutte le disfunzioni accumulate negli anni. Dal labirinto questa volta siamo obbligati a uscire se non vogliamo precipitare nel Tartaro. E i mostri dovremo affrontarli tutti in una volta. Forse non c’era un’altra strada. Forse questa volta ritroveremo la forza di una comunità e l’orgoglio del nostro retaggio. In ogni caso questo è un crocevia della Storia per l’Italia tutta. Prepariamoci ad attraversarlo.