L'attrice di Bollywood Madhuri Dixit (Maree Williams/Getty Images)
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  • domenica 5 Luglio 2020

L’India e la discriminazione verso chi ha la pelle più scura

L'uccisione di George Floyd ha riaperto un dibattito in corso da anni, con radici antiche e conseguenze che vanno dal cinema alla cosmesi

L'attrice di Bollywood Madhuri Dixit (Maree Williams/Getty Images)

Il movimento antirazzista che ha ripreso forza negli Stati Uniti e nel resto del mondo dopo la morte di George Floyd a Minneapolis ha avuto delle conseguenze anche in India, dove è tornata ad avere visibilità la discussione sul cosiddetto “colorism”, la discriminazione nei confronti delle persone con una tonalità di pelle più scura.

Qualche giorno fa, Unilever, multinazionale anglo-olandese che con i propri cosmetici copre gran parte del mercato indiano, ha fatto sapere che cambierà nome al proprio prodotto di maggior successo, la crema sbiancante Fair&Lovely (Chiara e amabile). Altre importanti aziende, tra cui L’Oréal, hanno deciso a loro volta di rimuovere le parole “bianco”, “sbiancante”, “luce” o “schiarimento” da tutti i loro prodotti per la pelle o di rinunciare alle loro linee di cosmetici sbiancanti destinate proprio a paesi come India, Bangladesh o Malesia. Infine, un celebre sito indiano di incontri, Shaadi.com, ha deciso di rimuovere un filtro che consentiva alle persone di scegliere la tonalità della pelle delle persone che volevano incontrare.

Si pensa che il termine “colorism” sia stato creato e utilizzato per la prima volta nel 1982 da Alice Walker (femminista nera rivoluzionaria, come lei si definiva, e autrice del romanzo Il colore viola). Nel libro Alla ricerca dei giardini delle nostre madri, con gli articoli, le interviste, i saggi, le recensioni scritte da lei nel periodo compreso tra il 1966 e il 1982, Walker definisce il “colorism” come «il trattamento pregiudizievole o preferenziale delle persone di una stessa razza basato esclusivamente sul loro colore». Il “colorism” non coincide con il razzismo anche se tra loro esiste un’evidente relazione. Un’azienda che rifiuta di assumere persone nere è un chiaro esempio di razzismo. Un’azienda che preferisce una persona nera con un tono di pelle più chiaro rispetto a una dalla pelle più scura è invece un esempio di “colorism”. Che, dunque, si può verificare all’interno di una stessa etnia.

Prima dell’invenzione di questa parola, nella lingua inglese, si usavano altri termini, come “colorstruck” o “colorphobia”. Come ha spiegato qualche tempo fa sul Guardian la scrittrice e attivista Kaitlyn Greenidge «è significativo che il tentativo di definire questo fenomeno provenisse dalla teoria del femminismo nero, un campo di studio che tenta di collegare le eredità di razza, genere, sfruttamento e autodeterminazione. E ha senso che Walker consideri il “colorism” degno di studio poiché il suo effetto è particolarmente sentito dalle donne nere a causa dei suoi legami con la desiderabilità, la femminilità e la sessualità percepite». Il “colorism” ha infatti molto a che fare con il genere tendendo a colpire le donne più degli uomini.

Il “colorism”, secondo Kaitlyn Greenidge, è vivo e vegeto, e molto doloroso perché a lungo negato anche all’interno della comunità nera: «Stiamo parlando di percezioni e pregiudizi all’interno della comunità nera, di come ci trattiamo, e del suprematismo bianco che abbiamo interiorizzato». Negli anni vari studi hanno confermato gli effetti del “colorism” tra gli afroamericani, scoprendo per esempio che quelli che hanno la pelle più chiara tendono a essere ritenuti più intelligenti o attraenti e per questo favoriti, sia all’interno delle proprie famiglie che negli ambienti sociali più grandi, a partire dalla scuola, o che le ragazze dalla pelle scura hanno tre volte più probabilità di essere sospese da scuola rispetto alle loro coetanee dalla pelle chiara. Altri hanno rilevato anche una differenza di retribuzione tra chi ha la pelle più scura e chi ce l’ha più chiara.

– Leggi anche: I neri con la pelle più chiara sono avvantaggiati?

In India, il “colorism” è, almeno in parte, una conseguenza del colonialismo e della pratica dei sovrani britannici di favorire gli indiani dalla pelle chiara. Ma dipende anche, secondo molti studiosi, dal sistema delle caste, dal fatto che una pigmentazione chiara è considerata segno di distinzione sociale, ricchezza e potere, nonostante non esista una relazione diretta tra la casta di appartenenza e il colore della pelle. Questa percezione (presente anche nella cultura giapponese e simile a quella che dall’inizio del ‘900 in Europa associava candore della pelle a nobiltà e bellezza) deriva probabilmente dal fatto che le persone di casta inferiore facevano i lavori umili, sotto il sole, nei campi, e avessero in effetti la pelle più scura.

Ma in India, un ruolo nel radicamento di questo specifico stereotipo l’ha avuto anche Bollywood, cioè il cinema d’intrattenimento in lingua hindi, che è un elemento costitutivo della cultura nazionale e che occupa un posto fondamentale nella vita quotidiana del paese. Come tale, è uno strumento molto efficace per diffondere e radicare idee e stereotipi, e Bollywood, dominata in parte da poche importanti famiglie di attori e registi, è nota per aver assunto per lo più attori dalla pelle chiara, come ha spiegato Yuki Yamazaki, studiosa che si occupa di questi argomenti presso la Fordham University di New York. E Deepa Narayan, che lavora sulle questioni di genere in India, ha spiegato che Bollywood ha contribuito a questi pregiudizi: «Ogni eroina e ora anche ogni eroe sono sbiancati», ha detto, «I cattivi, invece, sono scuri».

Kavitha Emmanuel, la direttrice di Women of Worth, un’organizzazione con sede a Chennai, ha avviato una campagna intitolata “Dark Is Beautiful”. Molti giovani uomini e donne, ha detto, soffrono del fatto che il colore della loro pelle sia un ostacolo sociale. In alcune famiglie, le nuore con la pelle più scura sono chiamate con nomignoli sprezzanti, così come nelle scuole gli studenti sono più frequentemente vittime di bullismo. Per decenni, gli annunci matrimoniali sui giornali indiani hanno mostrato una preferenza per le donne con la pelle più chiara, ma anche in altri ambiti della vita, come quello del lavoro dove una maggiore qualifica può dipendere proprio dalla carnagione della pelle.

Tutto questo ha portato a un’enorme richiesta, in India, di prodotti sbiancanti. Gli scaffali dei negozi sono pieni di creme, oli, saponi e sieri che promettono di schiarire la pelle, e alcuni sono prodotti dalle più grandi aziende cosmetiche del mondo. Il più popolare di questi prodotti è la crema Fair&Lovely di Unilever, appunto.

Emmanuel ha spiegato che mentre movimenti come Black Lives Matter hanno avuto un profondo impatto in Occidente, nei paesi dell’Asia meridionale la battaglia è ancora indietro. Il dibattito sul “colorism” nel paese si è aperto dopo che alcune donne di origine indiana avevano avviato una petizione contro Shaadi.com, popolare sito di incontri. Una donna che vive a Vancouver ha raccontato che quattro giorni dopo l’uccisione di Floyd a Minneapolis aveva usato il servizio, rimanendo colpita dal filtro che classificava le persone in base alla tonalità della pelle. Aveva segnalato il problema, senza ricevere risposta.

La donna aveva quindi pubblicato un post su Facebook, dando origine a una petizione online che ha rapidamente raccolto oltre 1.500 firme. La società ha quindi rimosso il filtro. Nelle ultime settimane, tra l’altro, molti attori e attrici di Bollywood che hanno dimostrato il loro sostegno a #BlackLivesMatter sono stati criticati sui social perché testimonial di prodotti per lo sbiancamento della pelle.