Un manifestante alla protesta dei lavoratori dello spettacolo in piazza Santi Apostoli a Roma, il 27 giugno. (ANSA/CLAUDIO PERI)
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  • domenica 5 Luglio 2020

La musica dal vivo non riesce a ripartire

Con gli attuali protocolli organizzare concerti è quasi impossibile, e quindi è ancora quasi tutto fermo: quasi

Un manifestante alla protesta dei lavoratori dello spettacolo in piazza Santi Apostoli a Roma, il 27 giugno. (ANSA/CLAUDIO PERI)

Mentre quasi tutte le attività hanno riaperto o stanno per riaprire, adattate e riorganizzate per la cosiddetta fase 2, c’è un settore per cui la convivenza con il coronavirus si sta rivelando assai più complicata, se non impossibile: la musica dal vivo.

Se le piscine, le spiagge, i ristoranti e perfino le discoteche hanno trovato il modo di riprendere le attività seguendo le linee guida indicate dal governo e dalle regioni – pur con grandi sacrifici, difficoltà e mettendo in conto perdite economiche – i concerti per l’estate sono stati in larghissima parte annullati. I pochi che ci saranno assomiglieranno più a degli esperimenti, sulla cui sostenibilità economica ci sono grandi dubbi.

Molti locali stanno chiudendo, altri temono che sia solo questione di tempo. Decine di migliaia di lavoratori del settore sono fermi da mesi senza prospettive concrete di ricominciare, e con grandi difficoltà e ritardi nel ricevere i sussidi economici previsti dal governo.

Nella stessa situazione sono quelli che lavorano in altri settori dello spettacolo e dell’intrattenimento, primo fra tutti il teatro. La situazione della musica dal vivo è però probabilmente la più preoccupante, sia perché riguarda più lavoratori sia perché, rispetto alle altre forme di spettacoli dal vivo, le caratteristiche inevitabili dei concerti li rendono ancora più complessi da adattare all’epidemia: tanto che fin da subito sono stati identificati come una specie di simbolo delle situazioni da evitare per contenere il contagio.

Questo ha fatto sì che mentre in tanti bar e discoteche di tutta Italia le regole sanitarie di distanziamento non sono rispettate o sono interpretate in maniera “flessibile”, per i concerti le cose stanno diversamente: o si organizzano rispettando rigidamente i protocolli, oppure non si fanno. E quindi, visto che i protocolli di sicurezza stabiliti li rendono quasi sempre insostenibili economicamente, la maggior parte dei concerti non si fa e basta.

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«Fa un po’ girare le scatole che ognuno faccia quel che gli pare tra manifestazioni in strada e assembramenti alle feste, mentre gli operatori del settore musicale e della live industry sono stati incredibilmente rispettosi delle regole» dice Carlo Pastore, organizzatore del festival Mi Ami, che doveva tenersi a fine maggio a Milano ma che è stato rinviato al 2021. «La grande discriminante tra il locale da concerti e la discoteca è che si pensa che quando c’è un palco con una band, essendo la fonte sonora una sola, la gente si avvicini in modo naturale e si accalchi. Sul dancefloor, pur essendoci un dj, ci si dovrebbe distribuire di più».

Negli ultimi weekend, in realtà, sono circolate molte immagini delle discoteche nelle regioni in cui è stato consentito loro di riaprire: in diversi casi, il distanziamento fisico non è stato rispettato, e in modo plateale.

I più colpiti sono stati i locali di musica dal vivo che hanno spazi soltanto al chiuso, spesso più piccoli e che ospitano solitamente band emergenti: posti in cui peraltro prima dell’epidemia gran parte delle entrate arrivava dalle consumazioni al bar dei clienti, limitate dal divieto di assembramento al bancone.

Le restrizioni sulla capienza impongono un massimo di 200 persone al chiuso, ma distanziate: significa che un posto con una capienza di 250 persone ne può ospitare ora una sessantina. Queste condizioni rendono impensabile pagare una band o un artista per esibirsi, oltre al personale. Tanti locali non possono più permettersi di pagare l’affitto: solo a Milano, hanno già annunciato la chiusura tre dei più apprezzati circoli di musica dal vivo della città, l’Ohibò, la Svolta e il Serraglio.

«Abbiamo avuto richieste di fare campagne di crowdfunding» spiega Roberto Esposito, che del Serraglio era il presidente. «Ma il problema non è racimolare i soldi per andare avanti qualche mese, ma sapere quando si ripartirà: e al momento non c’è modo di saperlo. L’impressione è che finché ci sarà il coronavirus non si potranno fare concerti che permettano di pagare affitti, utenze, personale e artisti. Chi faceva associazionismo non ha fondi per potersi permettere 6 o 7 mesi di spese, o addirittura un anno».

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In mezzo a decine e decine di concerti annullati o rinviati al prossimo anno, c’è comunque chi sta organizzando qualcosa per l’estate: rigorosamente all’aperto, con i posti a sedere distanziati e una capienza massima di 1.000 persone. Questi protocolli, specialmente i posti a sedere, escludono inevitabilmente una larga fetta di artisti e generi musicali, evidentemente inadatti a un contesto simile. Ma artisti italiani come Diodato, Alex Britti, Max Gazzè, Carmen Consoli e Daniele Silvestri – cantautori che già normalmente fanno concerti con il pubblico seduto – hanno cominciato o cominceranno dei piccoli tour in Italia, tutti organizzati dal promoter OTR.

Durante il primo, tenuto da Gazzè all’Auditorium di Roma giovedì, è salita sul palco una delegazione di lavoratori dello spettacolo: una categoria colpita come poche altre dall’epidemia, che da tempo chiede maggiori tutele e attenzioni.

Dopo mesi di incertezza iniziale, anche i lavoratori intermittenti – cioè quelli che lavorano a chiamata, con contratti riconducibili spesso a cooperative – sono stati inclusi tra i beneficiari del reddito di ultima istanza per i lavoratori colpiti dall’epidemia. Hanno potuto quindi fare richiesta dei 600 euro mensili già erogati dall’INPS agli altri lavoratori dello spettacolo, anche se non li hanno ancora ricevuti: rimanendo quindi in molti casi senza reddito da fine febbraio.

«La ripartenza ha riguardato le grandi città e i grandi enti» spiega Elio Balbo, del coordinamento dei Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo del Piemonte. «Nei piccoli teatri e club, e in generale in provincia, non c’è stata. Per i lavoratori è un problema: si abbasserà il prezzo del lavoro, con una conseguente guerra tra poveri. Chi organizza gli eventi sta già facendo offerte al ribasso rispetto alla fase pre-COVID».

C’è anche chi sta provando a organizzare qualche forma di evento al posto dei festival estivi, che perlopiù non si terranno. Pastore per esempio ha organizzato una serie di concerti all’Idroscalo di Milano – vicino a dove si sarebbe tenuto il Mi Ami – con un palco galleggiante e i posti a sedere. Non è stato facile: le tribune già esistenti hanno posti larghi 95 centimetri, che costringono così a lasciarne due vuoti tra una persona e l’altra (o tra gruppi di persone che si autocertificano conviventi nel momento dell’acquisto online dei biglietti). La capienza, quindi, ne è uscita assai ridotta.

Un altro evento che ci sarà, seppur diverso dal solito, è il VIVA Festival che si tiene ogni estate in Valle d’Itria, in Puglia. Quest’anno, ovviamente, non potrà organizzare i suoi normali concerti di musica elettronica a Locorotondo: ha quindi riadattato il suo programma con concerti più adatti a un pubblico seduto, organizzando una serata di apertura – il 6 agosto – in cui la musica suonata da alcuni artisti posizionati sui tetti del centro storico sarà diffusa dalle casse di bar e ristoranti.

Chiamare artisti stranieri è inoltre troppo complicato e rischioso, per le possibili quarantene obbligatorie e spesso per l’indisponibilità degli artisti stessi a viaggiare. Quindi sono stati chiamati solo artisti italiani, e specialmente pugliesi, spiega Giuseppe Conte, tra gli organizzatori del VIVA. «Se sei un festival piccolo come il nostro, se salti un anno difficilmente gli sponsor ti daranno i finanziamenti quello successivo. E quindi abbiamo dovuto pensare ai modi per fare lo stesso il festival».