Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 18-05-2020 Roma , Italia Cronaca Coronavirus, riapertura Nella foto: Centro storico, ristorante Photo Mauro Scrobogna /LaPresse May 18, 2020  Rome, Italy News Coronavirus outbreak: reopening In the picture: Old town, restaurant
  • Scienza
  • mercoledì 10 Giugno 2020

Cinque regole per vivere in una pandemia

Raccolte dal New York Times consultando scienziati ed esperti, per i mesi che ci aspettano

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 18-05-2020 Roma , Italia Cronaca Coronavirus, riapertura Nella foto: Centro storico, ristorante Photo Mauro Scrobogna /LaPresse May 18, 2020  Rome, Italy News Coronavirus outbreak: reopening In the picture: Old town, restaurant

In Italia – come in gran parte del mondo – sono passate ormai diverse settimane dalle riaperture delle attività e degli allentamenti alle restrizioni applicate nei mesi in cui l’emergenza coronavirus era al suo massimo. Se in molte aree la fase acuta della pandemia sta arrivando soltanto adesso, in Europa, in Asia e negli Stati Uniti i nuovi casi di COVID-19 sono in calo e gli ospedali non hanno più problemi di capienza. Se in Italia continuano a esserci decine di morti quotidianamente, da un paio di settimane i casi registrati ogni giorno sono calati nettamente, anche se continuano a esserci picchi e spesso i decessi sono stati diverse centinaia.

Il coronavirus, insomma, esiste ancora: continuano a esserci nuovi focolai, e le preoccupazioni per una possibile seconda ondata di contagi – in estate o in autunno – sono fondate. Ma medici ed epidemiologi convengono che la situazione sia assai più sotto controllo di marzo e aprile, sia negli ospedali sia per quanto riguarda il tracciamento dei contagi. Conosciamo più cose sul virus, abbiamo imparato a curare meglio i malati e abbiamo potenziato i reparti di terapia intensiva e la capacità di testare i casi sospetti: tutte cose che ci rendono più preparati a gestire l’epidemia.

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Un po’ perché insostenibili oltre una certa soglia, un po’ per accettazione del rischio, i rigidi protocolli sanitari – individuali e collettivi – applicati durante il lockdown sono stati così in parte abbandonati, ma questo non significa che sia saggio dimenticare le precauzioni e le accortezze sviluppate in queste settimane, o che non serva darsi delle regole da rispettare.

Il New York Times ha parlato con esperti e scienziati per raccogliere cinque istruzioni fondamentali per vivere in quella che in Italia abbiamo chiamato “Fase 2”: in modo da non abbassare la guardia, riprendendo però contemporaneamente la vita sociale. Convivendo con il virus e limitando il più possibile il rischio del contagio, insomma: quella che, abbiamo capito da tempo, sarà la vita di tutti per un po’.

1. Controlla come va l’epidemia nel posto in cui vivi
Una delle prime cose diventate chiare con lo svilupparsi della crisi sanitaria in Italia era che il contagio non si era diffuso con la stessa violenza in tutto il paese. Al Nord, e specialmente in Lombardia, dove continuano a registrarsi ogni giorno centinaia di casi, la situazione era e continua a essere più preoccupante che al Centro e soprattutto al Sud, dove tante regioni non registrano nuovi casi per giorni. Il livello di attenzione e premura per chi vive in una regione settentrionale, quindi, deve per forza essere più alto di quello di chi sta in Puglia o in Calabria. Ma abbiamo anche capito che spesso i dati ufficiali non rispecchiano con precisione la reale dimensione del contagio.

Erin Bromage, immunologo e biologo della University of Massachusetts, ha quindi consigliato di controllare due dati: la percentuale di tamponi che risultano positivi sul totale, e in generale la curva dei casi registrati. Per quanto riguarda il primo valore, se rimane sotto al 5 per cento per due settimane, dice Bromage, è un segno che il processo di test sulla popolazione nella propria area è adeguato, e la diffusione del virus è sotto controllo.

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In Italia però consultare questo dato può essere complicato oppure impossibile, a seconda della regione in cui si vive. Si può confrontare il numero di nuovi casi di contagio confermati con il numero di nuove persone testate ogni giorno, entrambi forniti quotidianamente dalla Protezione Civile. Se tra fine aprile e inizio maggio, con grandi variazioni a seconda del giorno, la percentuale di casi accertati sulle persone testate era spesso tra il 5% e il 10%, dal 20 maggio a oggi ha superato il 2% soltanto una volta. Anche in questo caso, c’è una grande disparità tra Lombardia e resto d’Italia: nell’ultima settimana, nella prima questa percentuale ha superato una volta il 4% e un’altra il 5%. In Toscana, invece, è stata sempre sotto allo 0,5%, tranne un giorno, mentre in Sicilia addirittura non ha mai superato lo 0,22%.

Ricavare questi dati è però macchinoso. Per aggiornarsi periodicamente su come vanno le cose nella propria regione si possono comunque consultare le pagine speciali sul Sole 24 Ore e su Repubblica, che contengono diverse rappresentazioni grafiche sull’andamento dell’epidemia nelle varie regioni.

2. Limitare il numero di contatti stretti
Il secondo consiglio è quello di creare una “bolla sociale”, cioè una cerchia ridotta di persone che non vivono insieme ma che si frequentano normalmente, isolandosi per quanto possibile dall’esterno. Significa, in pratica, scegliere un’altra famiglia, un’altra coppia o un altro nucleo abitativo (o più di uno) con cui avere contatti frequenti e ravvicinati, accordandosi però perché tutti evitino il più possibile i contatti stretti con persone fuori dalla bolla. È una soluzione particolarmente indicata per chi ha bambini piccoli che hanno bisogno di giocare con altri, oppure figli più grandi che necessitano di stare a contatto con i loro coetanei.

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L’importante sarebbe limitare il numero di persone nella bolla, e cercare per quanto possibile che tutti seguano protocolli analoghi nei loro contatti con altre persone: Julia Marcus, epidemiologa di Harvard, ha spiegato al New York Times che è fondamentale che le persone nella bolla parlino di frequente di possibili nuovi rischi o esposizioni all’esterno, perché le attività delle persone cambiano di continuo e può essere necessario aggiornare i protocolli.

3. Imparare a gestire l’esposizione al rischio
Il rischio del contagio, che sia alto o contenuto, è una questione cumulativa. Più di frequente e più a lungo una persona si espone a situazioni a rischio, maggiori sono le probabilità di essere infettati. Ci sono attività che hanno una componente di rischio molto bassa, come fare sport individuale all’aperto o andare a fare compere, e altre in cui è più alto, come una cena in casa o una festa di pensionamento.

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Dato che rinunciare completamente a questo tipo di forme di aggregazione finché sarà finita l’epidemia sarà molto difficile, conviene regolarsi in modo da concedersi qualche esposizione in più per le cose che riteniamo molto importanti, sacrificandone altre in modo da bilanciare. Un po’ come una dieta, dice il New York Times: se si vuole mangiare il dessert, si mangia un po’ meno a cena.

Johannes Eichstaedt, docente di psicologia a Stanford, ha spiegato: «Non prendetevi rischi quando non sono necessari, e fate sacrifici compatibili con le vostre priorità ed esigenze di salute. Se vedere i miei nipoti al parco significa che posso solo andare al supermercato una volta ogni due settimane, magari è un sacrificio che sono disposto a fare per il mio benessere mentale».

4. Ridurre la durata delle attività a rischio
Linsey Marr, scienziata specializzata negli aerosol della Virginia Tech, ha spiegato che ci vuole un certo tempo a contatto ravvicinato con una persona infetta perché ci sia un rischio concreto di contagio. Quando si fanno i piani, quindi, conviene ridurre il più possibile la durata degli incontri al chiuso e spostarli quando possibile all’aperto.

Non c’è però un tempo esatto sotto al quale non c’è rischio: ci sono ipotesi sul numero di particelle virali necessarie perché ci sia il contagio, che possono essere confrontate con quelle espulse normalmente da una persona infetta in un minuto di conversazione. È per questo, per esempio, che nel contact tracing normalmente si considera contatto stretto una persona rimasta per almeno 15 minuti a distanza ravvicinata da un contagiato.

Sulla base di questi valori, il New York Times consiglia di non passare più di un’ora in una stanza chiusa con altre persone (per esempio dal barbiere o in un negozio). Ma servirebbe tenere in considerazione anche le dimensioni della stanza, la ventilazione, il numero di persone e il ricambio d’aria, tutti fattori che rendono questo tipo di stime assai complicato.

5. Non abbandonare le precauzioni
Se siete usciti nelle ultime settimane, avrete verificato che ci sono già molti contesti in cui le persone non indossano più la mascherina o non praticano più il distanziamento fisico. È in una certa misura inevitabile, e saranno i dati sull’evoluzione della pandemia a dire se sia necessario tornare a protocolli più rigidi, o se perlomeno in estate questo tipo di rilassamento sia tollerabile.

Ci sono però alcune regole fondamentali che andrebbero seguite sempre: tenere con sé una mascherina, da indossare nei contatti ravvicinati con persone fuori dal proprio nucleo abitativo; continuare a praticare il distanziamento fisico, e ad avere contatti sociali prevalentemente all’aperto; lavarsi bene le mani di frequente, e toccare meno superfici pubbliche possibili; applicare protocolli più rigidi se qualcuno nella propria cerchia di contatti è maggiormente a rischio.