Un'operatrice sanitaria sigilla un tampone dopo aver prelevato un campione da un paziente a Collegno, vicino a Torino. (Fabio Ferrari/LaPresse)
  • Italia
  • venerdì 8 Maggio 2020

Il governo manda alle regioni i tamponi, ma a mancare sono sempre i reagenti

Ed è ancora uno dei limiti principali nel fare più test, almeno nelle regioni che non se li producono da soli

Un'operatrice sanitaria sigilla un tampone dopo aver prelevato un campione da un paziente a Collegno, vicino a Torino. (Fabio Ferrari/LaPresse)

La trasmissione di La7 Piazzapulita aveva chiesto giorni fa al governo quanti test per rilevare il coronavirus sarebbero stati fatti entro la fine di maggio: il governo aveva risposto il 30 aprile di aver già mandato alle regioni 2,7 milioni di tamponi, e che soltanto 2 milioni erano stati usati. Il piano, ha aggiunto il governo, è di mandarne altri 5 milioni nei prossimi due mesi. C’è però un problema: queste forniture sono limitate ai soli tamponi, cioè i “bastoncini” con cui si preleva il campione di saliva ai pazienti, e non comprendono i reagenti chimici necessari per elaborare i tamponi e ottenere il responso sull’eventuale positività al coronavirus.

Lo ha confermato al Post Invitalia, l’agenzia nazionale diretta dal commissario straordinario per l’emergenza da coronavirus Domenico Arcuri, a cui competono le misure di rifornimento di materiali e attrezzature sanitarie. In Toscana, per esempio, sono arrivati dal governo 190.800 tamponi, ma senza i reagenti. Nelle Marche sono arrivati reagenti per qualche migliaio di test, ma erano di una tipologia diversa da quelli in utilizzo e non è stato possibile usarli, ha detto una portavoce della regione.

Il problema, ha spiegato Invitalia, è che ogni laboratorio di analisi dei tamponi ha i suoi macchinari, e a macchinari diversi corrispondono reagenti chimici diversi: «di fatto gli approvvigionamenti sono di competenza regionale, perché è complicato comprare reagenti a livello nazionale per ogni macchinario diverso».

Fin da marzo era emerso che il limite principale nel fare più test per il coronavirus non fossero i tamponi in sé, che non mancavano e non mancano, ma i reagenti chimici che – semplificando molto – vengono usati dai macchinari per “estrarre” il campione dal tampone e poi per “amplificarlo” perché se ne possa ottenere un risultato, positivo o negativo. Come raccontano i responsabili di diversi laboratori lombardi, gli approvvigionamenti scarseggiano a livello internazionale, e le regioni stanno avendo grandi difficoltà a procurarsi quelli necessari. A mancare, nello specifico, sono prevalentemente i reagenti di estrazione.

– Leggi anche: Perché non stiamo facendo più tamponi?

Per la Lombardia, la regione che più di tutte le altre ha fatto meno tamponi di quanti avrebbe dovuto, la responsabilità degli approvvigionamenti dei reagenti è di Aria, un ente pubblico che tra le altre cose si occupa di ottimizzare le spese per le forniture sanitarie. Pierangelo Clerici, direttore del laboratorio di microbiologia dell’ASST Ovest Milanese, ha spiegato al Post che dopo le grosse difficoltà di marzo e della prima metà di aprile la situazione adesso è un po’ migliorata, anche se prevede future criticità perché la richiesta di reagenti è destinata a rimanere alta nel medio periodo. Ferruccio Ceriotti, responsabile del laboratorio del Policlinico, concorda sul fatto che le cose vadano meglio: «i reagenti adesso arrivano, anche se sempre all’ultimo, sul filo del rasoio».

– Leggi anche: I due mesi che sconvolsero la Lombardia

Giovedì sera a Piazzapulita c’era in studio anche il microbiologo Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di Padova e tra i coordinatori della risposta del Veneto all’epidemia, considerata la più virtuosa in Italia. Crisanti ha ricordato che il Veneto non sta soffrendo la mancanza di reagenti. Come aveva spiegato al Post, intorno al 20 gennaio il laboratorio di Padova chiese alla regione l’autorizzazione per avviare la produzione autonoma di 500mila dosi di reagenti per un test «fatto in casa, praticamente identico a quello dello Spallanzani». Con l’acquisto di ulteriori strumentazioni in grado di “miniaturizzare” i reagenti, e che quindi consentono di usarne in quantità molto minori, ora il laboratorio ha a disposizione le dosi per analizzare 2,5 milioni di tamponi. Cioè più di quelli fatti in tutta Italia dall’inizio dell’epidemia.

– Leggi anche: Come ha fatto il Veneto

Ricorrere a reagenti autoprodotti non è però semplice, né sempre fattibile. Ci vogliono laboratori in grado di produrne di certificati e affidabili, e in grandi quantità: non a caso quello di Padova è il più attrezzato in Italia per farlo, ha spiegato Ceriotti, e ha tecnologie superiori a quelle in dotazione ai laboratori lombardi. I virologi poi non sono spesso d’accordo sull’affidabilità dei test autoprodotti: se non si riesce a garantirne la qualità come a Padova, hanno spiegato diversi virologi dei laboratori lombardi al Post, è meglio ricorrere a quelli “ufficiali”, prodotti dalle aziende internazionali di biotecnologie per i loro macchinari.

Altri la pensano un po’ diversamente: «se c’è uno sbaglio di uno ogni mille, in un’epidemia quello che conta sono i numeri: che qualcuno sfugga sta nella logica dei grandi numeri. Se non si fanno i tamponi perché non si accetta un errore dell’1 per mille si è sbagliato strategia», aveva detto al Post Crisanti.

La mancanza di reagenti, comunque, non è l’unico limite nel fare più tamponi: nei laboratori che li analizzano manca anche il personale per aumentare di molto la quantità di test elaborati, che deve avere almeno in parte una formazione specifica. Ci sono poi anche limiti di strumentazioni: acquistare nuovi macchinari è diventato molto complicato, perché sono perlopiù prodotti all’estero e quindi vengono venduti prioritariamente nei paesi di produzione, nonostante la grandissima richiesta internazionale.

Aumentare massicciamente il numero di tamponi, insomma, non è un meccanismo immediato e in Italia i test elaborati ogni giorno sono effettivamente aumentati: nella prima settimana di aprile erano stati mediamente 35.500 al giorno, nella prima settimana di maggio sono stati in media 57.500 al giorno. La capacità di test italiana è superiore a quella di altri paesi europei che stanno facendo grande fatica ad aumentare il numero di tamponi: per esempio al 26 aprile erano meno di 550mila in Francia (e 1,76 milioni in Italia), mentre al 2 maggio erano 1,35 milioni in Spagna (e 2,1 milioni in Italia). C’è anche però chi ne sta facendo assai di più: il Regno Unito, anche se complessivamente è più indietro, nell’ultima settimana ha tenuto una media di quasi 73mila test elaborati al giorno. La Germania ha tenuto per tutto aprile una media intorno agli 80mila tamponi al giorno.