(ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI)
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  • venerdì 27 Marzo 2020

La Lombardia non fa tutti i tamponi che dovrebbe

Lo dicono medici, malati e amministratori locali, solo Attilio Fontana sostiene il contrario

(ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI)

Giovedì, durante la quotidiana conferenza stampa sull’epidemia di COVID-19, il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha commentato un’accusa che da giorni viene ormai rivolta all’amministrazione regionale: ovvero di non fare abbastanza tamponi. Fontana ha sostenuto che queste speculazioni siano «vergognose», sostenendo che la Regione stia seguendo «rigorosamente» le raccomandazioni dell’Istituto Superiore di Sanità che prevedono di non sottoporre al test per rilevare il virus SARS-CoV-2 le persone che non presentino sintomi. Quello che dice Fontana è vero solo travisando le raccomandazioni suddette: l’ISS e il ministero della Salute dicono di non fare i tamponi agli asintomatici, ma quelli a cui la Lombardia non sta facendo i test sono anche tantissimi casi di pazienti con sintomi fortemente sospetti.

La ragione di fondo per cui la Lombardia non sta riuscendo a fare tutti i tamponi che dovrebbe è che non ha le risorse per farlo e non ne ha finora allocate a sufficienza. Come ha spiegato lo stesso Fontana, la capacità attuale dei laboratori lombardi è già al suo massimo, di circa 5mila al giorno. Ma seguendo quanto chiedono il ministero e l’ISS, i tamponi dovrebbero essere molti di più.

Partiamo dall’inizio: le raccomandazioni del ministero, diffuse con una circolare del 27 febbraio e poi da una del 9 marzo, dicono che devono essere sottoposte a tampone i casi sospetti, definiti come persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria», e che nei 14 giorni precedenti siano stati in zone con presunta trasmissione comunitaria del virus. È chiaramente specificato che il tampone è raccomandato indipendentemente dal ricovero ospedaliero. Ci sono poi gli altri casi, cioè i pazienti con infezione respiratoria acuta grave che richiedono ricovero e quelli che siano stati a «stretto contatto» con una persona contagiata o probabilmente contagiata.

Il problema è che in Lombardia, segnalano da almeno due settimane medici e amministratori locali, i tamponi fatti riguardano in larghissima parte (e tanti dicono: in unica parte) i casi così gravi da richiedere un ricovero. Lo ha detto peraltro chiaramente giovedì, in conferenza stampa accanto all’assessore Gallera, il professor Carlo Federico Perno dell’ospedale Niguarda di Milano: «Non dimentichiamo che la Lombardia, non per scelta ma per necessità, ha optato per un tamponamento inizialmente sui sintomatici “impegnativi”, quelli che dovevano poi essere ricoverati». “Inizialmente” in realtà significa ancora oggi, secondo le molte testimonianze raccolte e raccontate dal Post e dagli altri giornali nelle ultime due settimane da parte di medici, operatori di case di riposo e amministratori locali. Nonché di molti stessi richiedenti di analisi.

Attualmente, in Lombardia, tantissime persone che presentano sintomi acuti ma che per via del sovraccarico degli ospedali non vengono ricoverati, non sono attualmente sottoposte al tampone, ed è raccomandato loro soltanto di rimanere in casa. Gli si dice di isolarsi dai propri conviventi: che nel frattempo in molti casi continuano a fare la spesa e ad andare al lavoro e che spesso iniziano a manifestare a loro volta sintomi, senza essere sottoposti a tampone.

Nella confusa comunicazione della Regione su questo tema, questo approccio è stato confermato dallo stesso assessore Gallera (al minuto 24.50, qui): la Lombardia ritiene sufficienti sintomi anche lievi per considerare un paziente un potenziale malato di COVID-19, senza necessariamente sottoporlo a verifica con un tampone. Ma è una scelta diversa da quanto raccomandato dalle direttive ministeriali, che indicano di sottoporre a tamponi tutti i casi sintomatici acuti, anche se non hanno bisogno di essere ricoverati.

In una lettera inviata giovedì a 81 sindaci lombardi, Fontana ha scritto che «tutti i soggetti che manifestano sintomatologie cliniche compatibili con le indicazioni emanate dal Ministero della Salute, sono sottoposti al tampone rinofaringeo per accertare la presenza dell’infezione». Contattato dal Post, l’assessorato alla Sanità della Lombardia ha ribadito che il tampone viene fatto a chi denuncia sintomi acuti chiamando al 112. Nella stessa conferenza stampa, Gallera ha detto che i medici di base, all’aggravarsi dei propri pazienti, possono richiedere il tampone». Questo però non sta evidentemente avvenendo, secondo quanto emerge dalle moltissime testimonianze raccolte dal Post e dagli altri giornali nelle ultime due settimane.

Da settimane i medici di medicina generale lombardi segnalano questo problema spiegando che non sanno che terapie prescrivere a questi pazienti fortemente sospetti ma non confermati. Raccontano dell’enorme fatica fatta per tenere sotto controllo decine di pazienti di questo tipo, per dare istruzioni ai familiari conviventi, e del rischio che questi pazienti si aggravino molto rapidamente e che quindi muoiano senza che si faccia in tempo a fare il tampone. Circostanza evidenziata negli ultimi giorni dalle tante segnalazioni di amministratori locali sul numero eccezionale di morti che non sono stati attribuiti al coronavirus.

Per limitare i contagi domestici, che anche con le attuali restrizioni rimangono uno dei principali mezzi di diffusione del virus, è importante isolare i malati di COVID-19 dai sani: il problema è che in Lombardia non si sa davvero chi è malato e chi no.

Fare stime delle dimensioni di questo fenomeno è difficile, ma queste situazioni emergono ogni giorno da almeno due settimane, ripetute oltre che dai medici anche dagli amministratori locali. Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori è uno di quelli che hanno denunciato il problema dei morti a cui non è stato fatto il tampone, e la stessa cosa ha segnalato il sindaco di Nembro sul Corriere della Sera. Per via della natura emergenziale della situazione queste storie sono tantissime ma sono anche parziali e frammentate: ad avere il polso della situazione complessiva è soltanto la Regione, che quando dice di stare rispettando le raccomandazioni ministeriali dice una cosa non vera.

Un altro grande tema è la questione dei tamponi agli operatori sanitari, che siano medici di medicina generale, infermieri delle case di riposo oppure ospedalieri. Da settimane si dice che non vengono sottoposti ai test quelli che entrano in contatto con pazienti affetti da COVID-19 finché non presentano sintomi. Ma la possibilità di contagio da parte degli asintomatici, seppur non ancora confermata con certezza dalla comunità scientifica, è ritenuta probabile. E negli ultimi giorni sempre più inchieste stanno segnalando che gli ospedali siano stati uno dei principali centri di contagio, proprio perché gli operatori sanitari non erano stati sottoposti a test. In questi ultimi giorni la Lombardia ha assicurato che si sia cominciato a prendere provvedimenti in questo senso.

Le ragioni dei pochi tamponi sono evidentemente legate a difficoltà tecniche e al raggiungimento della capienza massima dei laboratori. Il Post ha sentito uno di quelli più attivi in Lombardia, che ha confermato di stare lavorando al massimo delle sue capacità e che la Regione stia cercando di aumentarne il numero, come detto anche ieri da Gallera. Secondo Perno, il numero di tamponi eseguiti è già aumentato negli ultimi giorni. E questo a sua volta dimostra che quelli eseguiti finora erano insufficienti rispetto alle raccomandazioni.

Soltanto giovedì Fontana ha detto di aver inviato una lettera al Comitato Tecnico Scientifico per l’emergenza chiedendo se le disposizioni sui casi a cui fare tamponi fossero cambiate, e che non avendo ricevuto risposta continuerà quindi ad applicare quelle precedenti come fatto finora. Ma non sono state applicate finora né sono applicate ora: il problema non sono gli asintomatici, a cui si riferisce Fontana in una sommaria classificazione tra bisognosi di ricovero e asintomatici, ma i tanti sintomatici acuti fuori dagli ospedali.