(ANSA/LUCA ZENNARO)

I problemi della cassa integrazione

Centinaia di migliaia di lavoratori non hanno ancora ricevuto alcun sussidio, a causa dei ritardi di regioni e INPS

(ANSA/LUCA ZENNARO)

Centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il paese non ricevono soldi da marzo a causa dei problemi nella gestione della cassa integrazione, il principale strumento scelto dal governo per attenuare l’impatto della crisi economica causata dal coronavirus sui lavoratori. Questa situazione è causata in parte dal momento straordinario nel quale ci troviamo, ma secondo molti la responsabilità è anche del tipo di strumenti scelti per distribuire gli aiuti; e anche delle regioni, che hanno avuto particolari difficoltà a fare la loro parte.

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La cassa integrazione è uno strumento ampiamente utilizzato in tutto il mondo. In Italia è gestita dall’INPS, che si occupa di rimborsare le aziende o di pagare direttamente una parte degli stipendi dei lavoratori anche quando questi non lavorano o lavorano a un orario ridotto. Il ricorso massiccio alla cassa integrazione era stato deciso lo scorso marzo, con il cosiddetto decreto “Cura-Italia”.

Le difficoltà nell’implementazione della principale forma di cassa integrazione, la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO), si devono alle dimensioni senza precedenti della crisi (il numero di richieste sembra avviato a superare nettamente quello durante il picco della crisi del 2008) e alla mancanza di personale dell’INPS (resa più problematica dai numerosi pensionamenti causati dalla riforma nota come “quota 100”). Pasquale Staropoli della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, ha spiegato al Post che gli attuali strumenti utilizzati erano stati progettati per gestire un numero di richieste «infinitamente inferiore a quella che si è registrata in questi giorni» e che mai prima d’ora «è accaduto che, di fatto l’intero settore produttivo dell’intero Paese, ricorresse, contemporaneamente, a misure di sostegno al reddito».

Le cose da sapere sul coronavirus

Nonostante questo, la CIGO e gli strumenti equivalenti sono stati richiesti fino ora da un totale di circa 8,3 milioni di lavoratori e all’inizio di maggio l’assoluta maggioranza risulta pagata o in corso di pagamento. Ma è difficile sapere esattamente quanti lavoratori siano ancora in attesa, poiché in molti casi i datori di lavoro hanno anticipato il denaro che sarà poi rimborsato dall’INPS, mentre in un numero residuale di casi sono state le banche a farlo. Staropoli spiega che contando tutte le varie forme di sussidio: «i lavoratori in Cassa Integrazione sono quasi 9 milioni» e che «potrebbero essere quasi 3 milioni quelli in attesa» di pagamento.

Se la CIGO sembra tutto sommato funzionare, è invece in grossa difficoltà la cassa integrazione in deroga, quella destinata alle imprese con meno di 5 dipendenti e a tutte le altre imprese che normalmente non avrebbero accesso alla cassa ordinaria, per esempio perché hanno già sfruttato un’altra forma di cassa integrazione per il tempo massimo consentito. Al 5 maggio l’INPS dichiarava di aver ricevuto 277 mila domande e di averne pagate 46 mila, per un totale di 97 mila beneficiari. Sono numeri piuttosto bassi, non solo per quanto riguarda le domande effettivamente pagate: anche le richieste arrivate all’INPS sono probabilmente soltanto una frazione del totale.

La cassa integrazione in deroga segue infatti un percorso burocratico molto più complicato. Il punto più problematico, sottolineato da tutti gli esperti, è che per farne richiesta un’impresa deve prima passare dalla sua regione. Ogni passaggio in più può rallentare qualsiasi pratica, ma in questo caso le cose si sono aggrovigliate parecchio. Tra gli altri, l’ex presidente dell’INPS ed economista Tito Boeri ha definito un «grave errore» la scelta di ricorrere a questo strumento.

Oltre alla lunghezza aggiuntiva della procedura, il principale problema della cassa integrazione in deroga per come è concepita oggi è che non tutte le regioni sono ugualmente preparate a gestire la mole di richieste arrivate.

In Sicilia, per esempio, i dipendenti della regione hanno chiesto un bonus di 10 euro per ogni pratica sbloccata, provocando l’irritazione della ministra per la Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone: «Mi lascia attonita apprendere della richiesta di ulteriori bonus retributivi da parte dei sindacati dei dipendenti della Regione siciliana per lo sblocco delle pratiche sulla cassa integrazione in deroga». La regione inizialmente aveva accordato il bonus, che poi è stato annullato, e il dirigente generale dell’assessorato regionale del Lavoro si è dimesso. Nel frattempo tutte le richieste provenienti da Lampedusa sono state respinte, poiché il sistema informatico regionale non riconosceva il CAP dell’isola.

In Campania e Veneto, invece, le richieste sono state gestite in maniera piuttosto efficiente, mentre la Lombardia ha incontrato grossissime difficoltà. A metà aprile, circa un mese dopo la chiusura obbligatoria delle attività non essenziali e a quasi due mesi dalle prime misure di quarantena, meno di 20 pratiche erano state inoltrate all’INPS. La situazione si è sbloccata a fine aprile, e ora circa 50 mila richieste sono state inviate all’INPS: ma ce ne sono molte altre ancora in attesa.

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Per prevenire almeno una parte di queste difficoltà, a fine marzo il governo si era accordato con l’ABI, l’associazione che rappresenta le banche, affinché queste ultime anticipassero alle imprese la liquidità necessaria a pagare la cassa integrazione in attesa dei rimborsi dall’INPS. Ma come nel caso dei prestiti garantiti dallo stato, anche in questo caso le banche sono state restie a mettere in pratica gli accordi. Al momento soltanto in pochissimi casi le banche hanno attuato l’anticipo e quasi ovunque sono state le imprese – quelle che hanno le risorse per farlo – a erogare direttamente la cassa integrazione, in attesa del rimborso dell’INPS.