Una canzone di David Sylvian

Un valzer, una pausa, una tromba, e uno che sa come si canta

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Orpheus
David Sylvian adesso ha 62 anni e si fa vedere poco in giro: da tempo fa pochi dischi e collabora con altri ritenuti come lui grandi e raffinati sperimentatori e “contaminatori” del rock. Lui è inglese e il suo successo iniziò alla fine degli anni Settanta con la band dei Japan, che sono ritenuti insieme ai Roxy Music i precursori dello stile estetico “new romantic” degli anni ottanta, ma anche dei grandi e creativi avanguardisti musicali: poi lui da solo proseguì su quella china in bilico tra pop e ricercatezza e si costruì un suo spazio più lontano dalle classifiche ma di grande culto e rispetto. La sua cosa più famosa di sempre è quella meraviglia del 1983 di Forbidden colours, che si è sentita per anni ovunque, scritta e suonata con Ryuichi Sakamoto.

Nel suo quarto disco da solo, del 1987, c’era Orpheus, che è una delle sue canzoni più amate. La bellezza del pezzo sta nel suo andamento notturno e tortuoso, nella voce speciale di lui e nel modo con cui snocciola i versi da subito e poi sposta continuamente il tono: è anche lui uno che sa cantare.
Standing firm on this stony ground
The wind blows hard
Pulls these clothes around
I harbour all the same worries as most
The temptations to leave or to give up the ghost

E qui, già, sentite lo scarto:
I wrestle with an outlook on life
That shifts between darkness and shadowy light
I struggle with words for fear that they’ll hear

E di nuovo:
But orpheus sleeps on his back still dead to the world
E succederà ancora. Ma poi c’è la musica, in cui mettono le mani Sakamoto e altri due che la sanno lunghissima, Mark Isham e Steve Jansen. Mark Isham – che ha fatto cose bellissime in molti campi, e molte colonne sonore – è quello che esce meravigliosamente con quell’assolo di tromba. Segnalo anche la bellezza accogliente dell’inizio (è un valzer, sentite?) e quella teatrale pausa in mezzo alla canzone, prima che appunto riparta la tromba.
(Orfeo cantava, se avete fatto lo scientifico come me).
Qui la fa a DOC, su Raidue. Poi nello stesso disco, metti che vi sia piaciuta, c’era anche Let the happiness in. Ciao, buon 25 aprile: “Ogni contrada è patria del ribelle, ogni donna a lui dona un sospir” sono sempre dei gran versi, come ricordava la newsletter di oggi del Post.

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