Una canzone di Tracy Chapman

Del farsi lasciare senza mettersi troppo di traverso

(Jerod Harris/Getty Images)
(Jerod Harris/Getty Images)

Le Canzoni è la newsletter quotidiana che ricevono gli abbonati del Post, scritta e confezionata da Luca Sofri (peraltro direttore del Post): e che parla, imprevedibilmente, di canzoni. Una per ogni sera.
La prima newsletter, inviata il 15 ottobre scorso, è online per tutti qui: e qui ce ne sono alcune altre accessibili a tutti. Per ricevere le successive gli abbonati devono indicarlo nella propria pagina accountQui c’è scritto cosa ne pensa chi la riceve: invece qui sotto, online sul Post per gli abbonati, c’è ogni giorno la parte centrale della newsletter, quella – dicevamo – sulla canzone.

Goodbye
Malgrado negli Stati Uniti e in altri posti del mondo siano andati bene anche le sue cose dopo, Tracy Chapman da noi è quel suo primo disco speciale del 1988, quello dove c’erano Fast car e Talkin’ bout a revolution (e Baby can I hold you, la più bella di tutte). Dopo ne ha fatti altri sette, fino al 2008, ma è anche il tipo che non si fa vedere tanto, quindi dopo quel periodo di grandi attenzioni se ne è saputo poco. Ora ha 56 anni e l’ultima ragione per cui ha fatto notizia è la causa contro Nicki Minaji che aveva usato senza il suo permesso un sample di Baby can I hold you in un suo pezzo (il pezzo è stato bloccato da un giudice, le parti stanno trattando un accordo economico).

I suoi dischi successivi a quello furono meno speciali, ma dentro quasi tutti c’erano delle belle cose, impreziosite da quel suo modo un po’ disilluso ed estraneo di cantarle: come se “ok, ma non facciamoci troppo prendere”. È sempre stata una da “queste sono le canzoni, poi vedete voi”, e grande autrice di testi d’amore non banali.
Nel disco del 2002 che si chiamava Let it rain c’era Goodbye.
For you
It’s all in a day
One day in a life
It’s all in the one word
The one word is goodbye

Lui se ne va, o lei se ne va (questa cosa del dover declinare in italiano il genere degli altri nelle canzoni d’amore è una faticaccia): qualcuno se ne va, insomma. E se ne va con un palese sollievo, quella parola “goodbye” è una specie di liberazione, lo capisce, lei che viene lasciata. Lei invece vede e sente tutto il resto.
For me
It’s all in what you say
Though you’ve tried to be kind
It’s all in the words
From the lips that once touched mine with a sigh
Goodbye

E però tutto ha ancora quell’andamento di “sai che c’è? Amen”, con intorno quell’oboe notturno e la canzone che se ne va dondolando. Goodbye.
For me
It’s all in a day
It’s the part in life
When it’s all in the words
To fate and circumstance resigned
Goodbye

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