Una strada del quartiere Shinjuku di Tokyo il 7 aprile. (Christopher Jue/Getty Images)
  • Mondo
  • giovedì 9 Aprile 2020

Anche il Giappone comincia a preoccuparsi

Dopo settimane di misure rilassate e pochi contagi registrati, i numeri hanno iniziato a crescere molto: qualcuno si chiede se c'entrino le Olimpiadi poi spostate

Una strada del quartiere Shinjuku di Tokyo il 7 aprile. (Christopher Jue/Getty Images)

Martedì il Giappone ha dichiarato lo stato di emergenza per il coronavirus a Tokyo e in altre sei prefetture densamente popolate, una misura arrivata molto in ritardo rispetto a quelle simili prese in gran parte del mondo, e che ha sollevato domande sul tempismo dei provvedimenti presi dal primo ministro Shinzo Abe. Oggi il Giappone ha un numero di contagi accertati molto limitato: meno di 5mila, con 94 morti confermate. Ma negli ultimi giorni i nuovi contagi registrati sono cresciuti a ritmi molto più alti, e le modalità con cui il paese ha effettuato i test finora lasciano supporre che, come in molti altri paesi compresa l’Italia, il numero dei contagi sia molto più alto.

In un paese che era stata considerata finora un’anomalia fortunata, e che sembrava avere evitato gli effetti devastanti della pandemia di COVID-19 nonostante la vicinanza geografica e commerciale a paesi molto colpiti come Cina e Corea del Sud, le preoccupazioni stanno crescendo. La domanda che in tanti si sono stanno facendo è: l’approccio rilassato tenuto dal Giappone nell’ultimo mese è stato lungimirante?

Il famoso incrocio di Shibuya, normalmente il più affollato di Tokyo, l’8 aprile. (Carl Court/Getty Images)

Non una vera quarantena
Anche dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, quella in vigore a Tokyo e nelle prefetture di Kanagawa, Saitama, Chiba, Osaka, Hyogo e Fukuoka non è una forma di lockdown come quelle imposte in gran parte d’Europa o in certe aree degli Stati Uniti. Dopo circa un mese di chiusura, per esempio, le scuole in molte aree del paese hanno riaperto questa settimana, anche se negli ultimi giorni in città come Tokyo la maggior parte delle famiglie ha tenuto i figli a casa.

I negozi possono rimanere aperti, anche se negli ultimi giorni hanno in parte chiuso volontariamente. Ai lavoratori è raccomandato di lavorare da casa quando possono farlo, ma tanti settori non sono organizzati per il lavoro da casa e tanti uffici, almeno fino a pochi giorni fa, sono rimasti sostanzialmente affollati come prima, così come i mezzi pubblici nelle ore di punta. Il diffuso zelo per il lavoro, unito a una popolazione mediamente anziana e all’arretratezza tecnologica di molti settori, ha fatto sì che per moltissime società e aziende il lavoro nell’ultimo mese non sia cambiato granché.

– Leggi anche: Il primo giorno di emergenza a Tokyo raccontato da Flavio Parisi, che ci vive

Le cose da sapere sul coronavirus

Il governo ha rinnovato la richiesta alle persone di uscire soltanto per motivi essenziali, ma continuano a non essere in vigore vere restrizioni e sanzioni per gli spostamenti. Gli eventi che prevedono assembramenti di persone sono vietati da settimane, ma per le strade e nelle piazze delle città continua a esserci generalmente molta più gente di quella in giro in Europa, seppur in quantità molto inferiori al normale.

La stazione ferroviaria Shinagawa, a Tokyo, l’8 aprile. (Carl Court/Getty Images)

Questo rilassamento delle precauzioni provoca da giorni uno scontro tra l’amministrazione locale di Tokyo e il governo centrale, con la prima che vorrebbe un lockdown più stringente e il secondo che, per esempio, sottolinea l’importanza di tenere aperte attività come parrucchieri e centri estetici. Per ora l’indicazione del governo è che le amministrazioni osservino l’evolversi della situazione in questi primi giorni di stato di emergenza, e che poi potranno essere valutate misure più stringenti: per ora, quindi, nemmeno Tokyo chiederà a negozi e attività di chiudere.

Contagi
Fino all’ultima settimana di marzo, il bilancio dei contagi ufficiali era sembrato ampiamente sotto controllo. I 1.000 ammalati erano stati raggiunti soltanto il 19 marzo, e l’incremento quotidiano era stato a lungo stabile e contenuto, nell’ordine di poche decine. Le cose sono cambiate alla fine del mese scorso, quando i nuovi contagi registrati hanno iniziato ad aumentare di 200, 300 e perfino 500 ogni giorno. Questo aumento dei casi ha portato il governo a dichiarare l’emergenza. L’area più interessata è stata quella di Tokyo, che giovedì ha registrato 181 nuovi contagi in un solo giorno raggiungendo i 1.500 totali.

Pochi test
Come in molti altri paesi del mondo, anche in Giappone si discute sulla quantità di test eseguiti: ma i dati mostrano una situazione assai più preoccupante che altrove. Finora sono stati fatti poco più di 60mila test, su una popolazione di 127 milioni di persone. Significa meno di 500 test ogni milione di abitanti, un numero bassissimo se paragonato a quelli europei (16mila la Germania, oltre 13mila l’Italia, poco meno il Portogallo). È vero che i casi positivi scoperti sono pochi, in relazione ai tamponi totali – il rapporto è simile a quello tedesco – ma la poca estensione dei test ha preoccupato comunque gli esperti.

In particolare, dai dati è emerso che per buona parte del mese di marzo la capacità di analisi dei tamponi dei laboratori giapponesi, che secondo quanto detto da Abe il 14 marzo era di oltre 6.000 al giorno (pochi), è stata sfruttata soltanto in parte. Tra il 18 febbraio e il 19 marzo sono stati fatti meno di 4o.000 test, cioè meno di 1.500 al giorno. «Non pensiamo che in Giappone ci sia bisogno di testare la popolazione come in altri paesi» aveva commentato Takuma Kato, funzionario del ministero della Salute che supervisiona la divisione per le malattie infettive.

Takeshita-dōri, una strada pedonale nel quartiere di Harajuku a Tokyo, l’8 aprile. (Carl Court/Getty Images)

Questa posizione però non è quella dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che prescrive di fare molti test. L’esecuzione di tamponi a tappeto non è stata possibile quasi da nessuna parte, salvo in casi virtuosi come la Corea del Sud, ma il fatto che il Giappone per settimane non abbia raggiunto nemmeno la capacità massima del suo attuale sistema di laboratori è stata criticata dagli esperti. Abe nei giorni scorsi ha comunque detto che la capacità totale sarà espansa a 20mila test analizzati al giorno: l’Italia, per fare un paragone di un paese che comunque sta facendo meno test di quanti raccomanda l’OMS, da un paio di settimane analizza oltre 30mila tamponi al giorno.

C’entrano le Olimpiadi?
Il fatto che il numero di contagi rilevati abbia cominciato a crescere significativamente a partire dalla fine di marzo, e cioè subito dopo l’annuncio ufficiale del rinvio delle Olimpiadi estive di Tokyo al 2021, ha sollevato alcune perplessità. A insinuare che ci sia stato un collegamento tra le due cose è stato tra gli altri Yukio Hatoyama, primo ministro giapponese tra il 2009 e il 2010, che su Twitter ha accusato il governo di aver voluto tenere basso il numero dei contagi ufficiali per realizzare le Olimpiadi, mettendole prima della salute dei cittadini.

Il ministero della Salute ha categoricamente negato queste accuse, che però sono sembrate ancora più plausibili quando si è capito che il Giappone stava facendo meno test di quanti avrebbe potuto, e quando – appena un giorno dopo il rinvio ufficiale delle Olimpiadi – la governatrice di Tokyo Yuriko Koike ha chiesto alla popolazione di rimanere a casa nei weekend fino a metà aprile.

Preoccupazioni
Kenji Shibuya, direttore dell’Istituto per la Salute della Popolazione al King’s College di Londra, ha detto al New York Times che il Giappone «ha fatto casino», rilevando soltanto la «punta dell’iceberg» dei casi di contagio. Senza tenere sotto stretto controllo i contagi nell’ultimo mese e mezzo, dicono gli esperti, il Giappone ha perso la possibilità di capire le dinamiche e gli spostamenti delle infezioni nel paese, e le situazioni e le zone che presentano più rischi per le quali vanno quindi applicate misure speciali. Hiroshi Nishiura, epidemiologo dell’Università dell’Hokkaido ed ex membro di un comitato di esperti che consiglia il governo, dice che «è possibile che Tokyo sia entrata in un periodo di crescita esplosiva dei contagi» e che «sono necessarie misure più restrittive sugli spostamenti».

Non conoscere davvero le reali estensioni del contagio potrebbe essere poi un problema anche per capire cosa – e quando – aspettarsi nei reparti di terapia intensiva, che sono arrivati vicini al collasso o sono collassati in diversi paesi del mondo. In Giappone ci sono 5 posti letto di terapia intensiva per ogni 100mila abitanti, contro i 30 della Germania e i 9 dell’Italia a inizio epidemia (diventati oggi oltre 15). Lo stesso ministero della Salute prevede che nel picco dell’epidemia a Tokyo potranno esserci 700 persone al giorno che richiedono un ricovero in terapia intensiva. In città sono disponibili oltre 3.000 ventilatori polmonari, un numero di per sé piuttosto alto, ma la preoccupazione è che non ci siano sufficienti operatori medici in grado di usarli.