Persone detenute nella prigione di Cook County, Chicago, Illinois, maggio 2017 (Scott Olson/Getty Images)
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  • lunedì 23 Marzo 2020

Gli stati americani che stanno rilasciando detenuti per prevenire focolai nelle carceri

Sono persone che hanno commesso reati minori e non violenti, che sono anziane o già malate

Persone detenute nella prigione di Cook County, Chicago, Illinois, maggio 2017 (Scott Olson/Getty Images)

Diversi stati americani hanno deciso il rilascio anticipato di alcune categorie di detenuti per contenere la diffusione del coronavirus (SARS-CoV-2). Sono persone che hanno commesso reati minori, che sono anziane o già malate. Gli stati coinvolti da queste misure sono, tra gli altri, California, New York, Ohio e Texas. Nelle altre carceri del paese, i funzionari stanno vietando l’ingresso ai visitatori, limitando il movimento dei detenuti stessi e controllando il personale.

Negli Stati Uniti ci sono più di 2,2 milioni di persone in carcere: la preoccupazione è che corrano un altissimo rischio di contagio, a causa del sovraffollamento delle strutture, degli spazi ristretti in cui si ritrovano, della mancanza di igiene (manca il sapone e le soluzioni idroalcoliche sono vietate perché contengono, appunto, alcol) e di un sistema sanitario non eccezionale. «Avranno il personale, le attrezzature e i servizi adeguati per curare le persone?» si è ha chiesto per esempio Steve J. Martin, un consulente per il complesso carcerario di Rikers Island a New York: «E se non ce li hanno, manderanno quelle persone in ospedale o dove potranno ottenere un’adeguata assistenza sanitaria?». Daniel Vasquez, ex guardia delle carceri statali di San Quentin e Soledad in California, ha detto al Wall Street Journal che i detenuti sono a strettissimo contatto tra loro, «alcuni in doppia e tripla cella. Penso che sarà impossibile impedire che il virus si diffonda».

Gli esperti sono poi preoccupati dal fatto che all’interno delle carceri si trovino persone ad alto rischio, cioè di età pari o superiore ai 55 anni. Dai dati del 2016 risulta che nelle carceri statali e federali americane ci siano 164 mila persone appartenenti a questa fascia di popolazione, un numero che è più che triplicato dal 1999. Per ora non sono stati segnalati focolai all’interno delle carceri, ma risultano già diversi casi di contagio, anche tra il personale delle prigioni di Pennsylvania, Michigan, New York e dello stato di Washington.

Per prevenire la diffusione del virus, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno poi suggerito di isolare gli individui sintomatici. Nelle carceri, però, questo può essere davvero difficile, «praticamente impossibile», secondo Homer Venters, ex dirigente medico dei servizi sanitari correzionali di New York. In molti centri di detenzione sono già previste aree separate per vari tipi di detenuti: uomini e donne, detenuti migranti e persone con malattie mentali. E lo spazio a disposizione è molto ridotto.

Amy Fettig, vicedirettrice del National Prison Project dell’American Civil Liberties Union (ACLU), organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà individuali, ha affermato che in questa situazione si dovrebbero comunque equilibrare la sicurezza pubblica con i diritti civili, come l’accesso a biblioteche e alle attività ricreative, o le visite esterne.

Alcuni funzionari della sanità pubblica e sostenitori dei diritti dei prigionieri hanno proposto liberazioni su larga scala dei detenuti. In diversi stati dove effettivamente si è ridotta la popolazione carceraria, giudici e pubblici ministeri hanno comunque cercato di dare rassicurazioni sul fatto che non si sta procedendo a una liberazione di massa: «Non stiamo aprendo le porte delle prigioni», ha dichiarato ad esempio il giudice della contea di Cuyahoga (Ohio) Brendan Sheehan. «Stiamo esaminando i casi di criminali non violenti di livello inferiore, e quelli dei detenuti che hanno un rischio medico più elevato». L’obiettivo è creare maggiore spazio per i detenuti e, se servirà, per le quarantene. Qualche giorno fa lo sceriffo della contea di Los Angeles, Alex Villanueva, ha dichiarato di aver ridotto la popolazione carceraria da 17.076 a 16.459 dalla fine di febbraio. Non solo: sono diminuiti anche gli arresti. Nella contea, che è la più popolosa degli Stati Uniti, sono scesi da circa 300 a 60 al giorno.