(AP Photo/Alessandra Tarantino)
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  • mercoledì 12 Febbraio 2020

Si può salvare Roma?

Un viaggio nella capitale il cui declino sembra non avere fine, e che tra un anno dovrà scegliere il suo nuovo sindaco

di Davide Maria De Luca
(AP Photo/Alessandra Tarantino)

L’ultima notizia sulla crisi di Roma – ammesso che si possa chiamare così un fenomeno praticamente perenne – è di due settimane fa. Secondo la società di ricerca statunitense Inrix, specializzata in analisi sul traffico urbano, Roma è la seconda città al mondo per tempo perso ogni anno negli ingorghi: 254 ore, poche meno delle 272 ore perse nella capitale della Colombia, Bogotà. È almeno dal 2018 che Roma ha questa posizione in classifica e Milano non è troppo lontana, all’ottavo posto, ma la notizia ha comunque fatto il giro dei giornali e dei telegiornali italiani.

Da tempo, infatti, quando la stampa si occupa di Roma lo fa per descrivere una città in una spirale apparentemente infinita di sfascio e decadenza, in cui non funzionano le cose essenziali – la gestione dei rifiuti e il trasporto pubblico – e si moltiplicano episodi di micro e macro criminalità, abbandono di interi quartieri e apparente incapacità della classe dirigente locale, sia politica che imprenditoriale, di affrontare questi problemi. La discussione sulle cause storiche di questi problemi è ricca di opinioni e punti di vista, e pur attribuendo varie responsabilità a varie amministrazioni della città ha preso atto che i problemi della città sono ormai gravissimi e profondi. C’è un’altra importante discussione, però, che trova meno visibilità: cosa si può fare? Roma si può salvare? Tra poco più di un anno a Roma si tornerà a votare per scegliere il nuovo sindaco, e il tema tornerà molto attuale: una persona benintenzionata che diventi sindaco di Roma, oggi, cosa potrebbe fare?

Fare un giro a Cinquina, nell’estrema periferia Nord di Roma, vuol dire fare un tour ravvicinato nella crisi della città. In questo quartiere dove abitano 15 mila persone le strade sono dissestate e piene di buche, i marciapiedi – dove ci sono – sono sconnessi e l’immondizia si accumula in mucchi che arrivano alle spalle di un adulto. Non ci sono metropolitane o ferrovie per arrivare a Cinquina, e l’unico autobus in funzione tutta la notte si ferma a cinque chilometri dal quartiere. Per le persone che lavorano nei ristoranti turistici del centro, in gran parte stranieri, tornare a casa alla fine del turno notturno significa camminare ogni notte per oltre un’ora.

Christian Raimo, insegnante, scrittore e dal 2018 assessore alla cultura del III Municipio di Roma, una delle quindici amministrazioni con poche risorse e pochi poteri in cui è diviso il comune di Roma, conosce bene le difficoltà di questo quartiere remoto. «Come la organizzi la raccolta dell’immondizia quaggiù? Come lo organizzi il trasporto pubblico fino a qui?», chiede mentre in macchina percorriamo via di Tor di San Giovanni, che divide a metà il quartiere, alla nostra destra le villette e i piccoli condomini condonati dalle grandi sanatorie degli anni Ottanta, a sinistra i palazzoni popolari degli anni Settanta che la cronica mancanza di fondi per la manutenzione ha reso prematuramente decrepiti. Umidità, infiltrazioni, ascensori che rimangono rotti per mesi e acqua calda che può venire a mancare in ogni momento sono problemi quotidiani per gli abitanti del quartiere.

Cinquina si trova a quindici chilometri dal centro di Roma. Se fossimo a Milano, saremmo più o meno nel centro di Monza. Se fossimo a Parigi, ci troveremmo vicino alla reggia di Versailles. Qui finalmente si interrompe lo sterminato centro abitato di Roma, il comune più grande d’Italia e uno dei più vasti d’Europa. Oltre i palazzi popolari si apre la campagna ondulata della riserva naturale della Marcigliana, e in un istante dalla periferia di una grande città sembra di trovarsi nella campagna della Toscana. Se termina la città, però, non finisce il suo immenso confine amministrativo. «Qua è ancora il mio municipio», dice Raimo, mentre percorriamo per chilometri un tratto di strada circondato da campi, pecore, maneggi di cavalli, trattori e aziende agricole. Mucchi di spazzatura e un’automobile del servizio di car sharing elettrico del comune, rovesciata sul ciglio della strada, sono gli unici elementi che ci ricordano dove siamo.

La riserva naturale della Marcigliana, poco lontano dal quartiere Cinquina (Davide Maria De Luca)

Raimo è una delle persone più conosciute dell’attivismo cittadino di sinistra a Roma. È stato uno dei principali animatori dell’occupazione del Teatro Valle, un teatro comunale dismesso gestito per anni da un gruppo di attivisti e intellettuali e che alla fine, prima di essere sgomberato dal comune, era arrivato a costituire una fondazione con 5.600 soci e organizzare centinaia di attività all’anno. Nel 2018, dopo l’inaspettata vittoria del centrosinistra alle elezioni del III Municipio, è stato nominato assessore alla Cultura; lo stesso anno ha dato vita “Grande come una città”, un movimento culturale e politico che ha organizzato centinaia di incontri ed eventi sul territorio: una scuola popolare di teatro, incontri con i cittadini per organizzare un’agenda civica del municipio e una scuola di politica popolare. Il nome si riferisce al fatto che, con i suoi 200 mila abitanti, se il III Municipio fosse una città sarebbe la 14esima più grande d’Italia.

“Grande come una città” è il caso più famoso di mobilitazione dal basso in città, ma non è l’unico. Da decenni a Roma si è sviluppato un forte attivismo cittadino che va dai comitati di quartiere alle ciclofficine, dagli orti urbani alle palestre popolari. Il III Municipio da solo conta 250 diverse associazioni, quasi tutte coinvolte nei progetti di “Grande come una città”. La vitalità dell’attivismo è una delle realtà positive meno raccontate dai media maggiori, romani e nazionali. Secondo Raimo, però, la capacità di autorganizzarsi non basta da sola a risolvere i problemi della città. «La politica non può essere ridotta a volontarismo. C’è bisogno di una visione, di risorse, di un progetto a lungo termine».

Quando usciamo dalla riserva della Marcigliana entriamo nella via Salaria che, costeggiando la linea ferroviaria che porta alle stazioni di Tiburtina e Termini, arriva fino al grande parco di villa Borghese. Ai bordi della strada i capannoni con la scritta “affittasi” non si contano. Sulla facciata della grande impresa di costruzioni Condotte, in crisi da anni, uno striscione recita “Condotte SPA Non deve morire”. Sulla stessa strada si trovano anche il Salaria Sport Village, sequestrato al costruttore Diego Anemone in seguito alle inchieste sul G8 della Maddalena e sulla ricostruzione dell’Aquila, e il TMB Salario, il compattatore di rifiuti che ammorbava di un odore fetido l’intero quartiere, la cui chiusura in seguito a un incendio nel dicembre 2018 ha aggravato la perenne crisi dei rifiuti in città. Poco lontano, sugli ex uffici della televisione Sky c’è ancora il cartello “affittasi”: l’azienda nel 2018 ha chiuso e ha trasferito tutti a Milano. Negli ultimi anni si è spesso parlato di dare a Roma una nuova vocazione di città culturale e di centro cinematografico, ma dice Raimo: «Come si fa a crederci se poi non riusciamo neanche a tenerci la televisione?».

Che a Roma manchi da anni una visione strategica – quella che l’antropologo e studioso di Roma Federico Bonadonna chiama la “mancanza di un’idea di città” – è un’accusa che si sente continuamente, parlando con chi ne studia i problemi. Ma è un tema che affiora anche nei convegni degli imprenditori, negli incontri politici, nei seminari universitari. Secondo questi critici, oggi Roma è una città senza vocazione. Non è un grande centro finanziario e non è mai stata una città industriale; una scelta consapevole, quest’ultima, fatta dai primi governi nazionali unitari e mantenuta dal regime fascista e poi dalle amministrazioni comunali democristiane del primo dopoguerra, che temevano che un’alta concentrazione di operai nella capitale avrebbe potuto turbare le stabilità dei governi. Fino a pochi anni fa la città aveva sopperito a questa mancanza grazie alle sue funzioni di cittadella amministrativa e politica, in cui una parte significativa della crescita economica era dovuta alla spesa dei ministeri e dei grandi enti parastatali.

«Roma è una città che pensa di non poter vivere senza politica», dice oggi Marino Sinibaldi, direttore di Radio Tre ed ex presidente del Teatro di Roma, un incarico che lo portò a confrontarsi con Christian Raimo sulla vicenda Teatro Valle. Dal suo ufficio ingombro di libri al quarto piano della sede di Radio Rai di via Asiago si possono vedere i palazzoni signorili del quartiere Delle Vittorie, uno dei pochi in città costruito seguendo un preciso piano regolatore. Fu edificato nei primi anni del Novecento, durante la giunta guidata da Ernesto Nathan, il sindaco ebreo e massone ricordato ancora oggi come uno dei migliori che la città abbia avuto, e prese il suo nome dopo la vittoria nella Prima guerra mondiale. La sera, le vie di questo quartiere benestante dove abitano soprattutto anziani sono deserte e buie, a causa dei tagli all’illuminazione pubblica e alla mancanza di manutenzione. In via Monte Zebio, a due passi dagli studi Rai del Teatro delle Vittorie, una fila di lampioni che si accende e spegne a intermittenza dà alla strada un’aria spettrale.

Sinibaldi è cresciuto poco lontano da qui, nel borgo dei Fornaciari, una zona popolare sulle pendici del colle del Gianicolo, in un’epoca in cui nelle borgate mancava non soltanto la luce, ma anche le strade, i telefoni e le fognature. La politica a quei tempi era il pane quotidiano per centinaia di migliaia di persone. E una volta tornati dal lavoro, l’unica attività aperta nel quartiere oltre al bar erano le sedi di partito. La politica era una presenza costante e spesso anche un veicolo di mobilità sociale per i romani più poveri e per le migliaia di immigrati che affollavano la città. All’epoca si andava alla DC per un posto da tranviere e dal PSDI per uno negli ospedali, racconta Sinibaldi, figlio di un conducente ATAC.

La politica oggi è cambiata e per certi versi in meglio. Ma, sostiene Sinibaldi, soprattutto a Roma si è anche fatta debolissima, così debole che «è diventata spesso uno strumento nelle mani della criminalità». Persino il Partito Democratico, l’unico partito nazionale ad aver mantenuto una struttura organica, con circoli e sedi territoriali, oggi attraversa una profonda crisi, come ha mostrato il rapporto commissionato all’ex ministro Fabrizio Barca dopo lo scandalo politico e giudiziario “Mafia Capitale”, che portò all’arresto di alcuni esponenti del partito. Il rapporto, pubblicato alla fine del 2015, sosteneva che 27 circoli del PD sui 108 totali della capitale erano “dannosi” perché “bloccano il confronto sui contenuti”, premiano la “fedeltà” ai capi locali e “emarginano gli innovatori”.

Il rapporto con la politica a Roma in questi ultimi anni si è fatto perverso, dice Sinibaldi: «Nec sine te nec tecum vivere possum», dice Sinibaldi, «la città non può vivere né con la politica né senza». E tra le due alternative oggi prevale senza dubbio il “senza” e non soltanto perché la partecipazione politica non è mai stata così bassa. Soprattutto in periferia, un tempo serbatoio di voti del Partito Comunista, il voto è diventato liquido e di protesta, ieri confluito nel Movimento 5 Stelle, oggi spostatosi verso la destra della Lega e di Fratelli d’Italia. Ma ancora più significativo della crescente sfiducia dei romani è stato il taglio della spesa per la funzione pubblica, quella che sosteneva i grandi organici ministeriali e gli sterminati apparati parastatali, scesa di un terzo negli ultimi 30 anni.

Oggi Roma non è più la città centrale dell’amministrazione pubblica che era un tempo, ma continua a non essere una città industriale. Dopo la crisi del 2008 il PIL è rimasto più o meno stabile, ma la poca grande industria che ancora esisteva ha sofferto molto. A parità di produzione, il numero di imprese è aumentato: segno che ci sono sempre più aziende, ma sempre più piccole. Raramente si tratta di giovani startup innovative, anche se Roma non va così male su questo fronte. A crescere numericamente sono soprattutto le imprese a basso valore aggiunto, legate ai servizi alla persona. Tra il 2009 e il 2015, ad esempio, il numero di ristoranti e pizzerie è cresciuto del 20 per cento e quello di minimarket alimentari del 25 per cento. Il turismo di massa ha sostituito una fetta sempre più grande dell’economia cittadina, soprattutto nel centro città. Tra 2005 e 2015 gli arrivi di turisti sono cresciuti di quasi il 68 per cento, e la capacità ricettiva della città è aumentata del 65 per cento, soprattutto grazie all’arrivo di piattaforme digitali come Airbnb, che ha raggiunto un picco di 24mila inserzioni.

Questa situazione garantisce una sorta di rendita alle famiglie abbastanza fortunate da possedere una proprietà nel centro turistico della città, ma l’occupazione che ha prodotto – camerieri, commessi, portieri, addetti alle pulizie – è spesso precaria e poco pagata. Il risultato è la crescente espulsione verso la periferia e i comuni della cintura esterna di persone che non possono permettersi gli affitti del centro. Oggi all’interno del percorso seguito dalle antiche mura Aureliane vivono appena 111 mila persone: meno delle 170 mila che lo abitavano ai tempi della breccia di Porta Pia nel 1870, quando buona parte del centro era occupato da campi, pascoli e dai vasti parchi delle ville nobiliari, e meno di un quarto dei 450 mila abitanti raggiunti nell’immediato dopoguerra.

Gentrificazione e terziarizzazione dell’economia sono problemi comuni e studiati in tutte le grandi metropoli, e anche a Milano, ma a Roma assumono una dimensione e una scala quasi senza eguali. Oggi «non esiste una sola Roma, ne esistono sicuramente due e probabilmente molte di più», dice Salvatore Monni, professore di Economia all’Università di Roma Tre, animatore del blog #Mapparoma e autore insieme a Federico Tomassi e Keti Lelo del libro “La Mappa delle Diseguaglianze”, appena pubblicato da Donzelli: un volume che raccoglie e mappa, quartiere per quartiere, la condizione sociale ed economica dei romani. Nelle cartine tracciate da Monni e dai suoi colleghi emerge un centro città sempre più anziano e abitato da single, accanto a una vasta periferia dove sono costretti a vivere giovani e famiglie. «La disuguaglianza presente in città, ancora prima che di reddito, è di opportunità». Il ricco quartiere dei Parioli, per esempio, ha otto volte i laureati della periferia; a Galeria, sulla strada per Ostia, il 30 per cento degli abitanti ha soltanto la licenza elementare.

«Anche i servizi sono distribuiti in modo asimmetrico», continua Monni, «proprio dove ce ne sarebbe più bisogno mancano asili nidi, centri culturali, sanità, presidi di sicurezza». Secondo Monni la crisi di Roma è arrivata in questi ultimi anni sulle prime pagine dei giornali perché i problemi della città hanno iniziato ad affacciarsi anche nel centro storico. «Nel resto della città il problema della raccolta dei rifiuti, per esempio, c’è da sempre, non è un problema di oggi. Dieci anni fa c’erano già i rifiuti per strada nel VI Municipio, a Borghesiana come a Giardinetti».

Le amministrazioni di centrosinistra guidate da Francesco Rutelli e Walter Veltroni negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila sono state le ultime a tentare un approccio strategico per risolvere questi problemi. Per riallacciare i rapporti con le enormi periferie descritte da Monni, gli assessorati all’Urbanistica elaborarono un vasto programma di sviluppo edilizio, confluito nel Piano Regolatore del 2008, che prevedeva la creazione di una serie di “centralità” lungo il Grande Raccordo Anulare, una sorta di nuovi “centri di gravità urbanistici” formati da uffici, centri commerciali, servizi e spazi pubblici, in grado di rivitalizzare le aree circostanti e diminuire la capacità di attrazione del centro storico oramai sovraccarico. Quelle amministrazioni provarono anche a elaborare una nuova “idea di città”, per sostituire la vecchia “cittadella amministrativa”: trasformare Roma in un grande centro culturale, della conoscenza e del turismo, investendo nell’accoglienza e nei grandi eventi, come il Giubileo del 2000 e i Mondiali di nuoto del 2009.

Nel primo periodo, quando i governi nazionali di centrosinistra erano allineati alla giunta cittadina, la città ricevette investimenti straordinari e il piano sembrò funzionare. Si iniziò a parlare di “modello Roma” come esempio di successo cittadino, migliore e alternativo a quello di Milano, che ancora si dibatteva negli strascichi degli scandali di Tangentopoli. Ma nel 2001, con l’arrivo del governo del centrodestra, gli investimenti furono tagliati. Alle crescenti necessità di rispettare i parametri europei e di contenere l’indebitamento si aggiunse un’altra vecchia questione: l’ostilità nei confronti di una “capitale malamata”, come l’ha descritta il giornalista Vittorio Emiliani in un suo recente libro. La Lega, il secondo partito dell’allora maggioranza di governo, aveva avuto tra i suoi slogan “Roma ladrona” e la sua antica inimicizia per Roma culminò alla fine del decennio nella proposta di spostare alcuni ministeri al Nord.

Per sopperire al taglio degli investimenti le amministrazioni locali si indebitarono, scommettendo sul successo dei loro piani di sviluppo, ma l’arrivo della crisi rese insostenibile il peso dei mutui contratti e delle obbligazioni emesse (ancora oggi il debito di Roma è affidato a una gestione commissariale: per ripagarlo i romani pagano le addizionali fiscali più alte d’Italia, oltre a ricevere un contributo dalla fiscalità generale). Nel frattempo, le “centralità” stentavano a decollare e si popolavano soprattutto di grandi centri commerciali, passati durante le due giunte Veltroni da 2 a 28. Le giunte sempre più a corto di risorse barattavano gli oneri di urbanizzazioni che i costruttori si erano impegnati a realizzare – parchi, scuole, marciapiedi, centri sociali – con denaro contante, provocando così la trasformazione dei nuovi distretti negli ennesimi quartieri dormitorio, addensati intorno ai distretti dello shopping e privi di servizi. Come ha raccontato un recente ed efficace reportage fotografico di Luca Dammicco, la sterminata periferia di Roma è rimasta un territorio desolato, che si anima soltanto all’ora di rientro dal lavoro.

La Vela di Calatrava e il Centro Sportivo per i mondiali di nuoto del 2009 (Davide Maria De Luca)

«Il problema di questa città è che è troppo grossa». Diego Ciarafoni, attivista dell’associazione antimafia Libera, è di fronte alla più controversa eredità degli anni del “modello Roma”: la Vela di Calatrava, uno scheletro d’acciaio dipinto di bianco a forma di pinna di squalo che si innalza per settanta metri e domina il panorama della periferia est di Roma, a quasi 20 chilometri dal centro città. Qui nel 2009 si sarebbero dovuti disputare i mondiali di nuoto, ma la costruzione del complesso sportivo, portata avanti dall’imprenditore Diego Anemone (quello del Salaria Sport Village), proseguì lentamente, i costi lievitarono e alla fine i magistrati aprirono un’inchiesta per corruzione. I Mondiali furono disputati dall’altra parte della città, nella struttura del Foro Italico costruita dal regime fascista e dove svetta ancora oggi l’obelisco con la scritta “Mussolini Dux” di cui, con cadenza periodica, si discute la demolizione, ma senza mai arrivare a nulla. Di fronte a noi, nell’ammaccata recinzione provvisoria che circonda il complesso, c’è un buco. Ciarafoni spiega che in passato alcuni attivisti dei centri sociali locali lo hanno usato per entrare nella vela e girare un video di allenamenti sportivi, un tentativo provocatorio per ottenere un recupero della struttura. A 11 anni dalla costruzione non c’è ancora un piano concreto.

A poche centinaia di metri dalla Vela, accanto ai blocchi residenziali con microappartamenti per studenti costruiti dalla famiglia Caltagirone, una delle più potenti dinastie di costruttori romani, tuttora proprietaria del maggiore quotidiano cittadino, Il Messaggero, c’è la facoltà di scienza dell’Università di Tor Vergata. Ciarafoni, laureato in matematica, ha studiato qui prima di diventare, nel 2015, assessore PD alla Scuola del VII Municipio, quello che, oltre alla Vela e all’Università, ospita alcuni dei quartieri più difficili della capitale. Ciarafoni è cresciuto a Romanina, una delle tante borgate romane sorte abusivamente negli anni Cinquanta, condonate nei decenni successivi e diventata oggi un sinonimo del degrado di Roma, almeno per la grande stampa. Qui si trovano le ville sequestrate e demolite alla famiglia criminale dei Casamonica, insieme a una delle principali piazze di spaccio all’aperto della città.

Come il III Municipio di Raimo, anche il VII è grande e vario come una città. Ciarafoni ricorda che con i suoi 330 mila abitanti il Municipio ha la stessa popolazione di Bologna e da solo ha oltre 120 edifici scolastici. Mentro lo attraversiamo i sobborghi di villette con i loro orti di Romanina Vecchia si trasformano nei palazzoni residenziali della nuova borgata costruita da pochi anni. Qui, di fronte a un centro commerciale, un’area vuota e recintata occupa lo spazio dove sarebbe dovuto sorgere un centro culturale, uno degli interventi che il comune ha sacrificato decidendo di monetizzare e incassando gli oneri di urbanizzazione. Una decisione, spiega Ciarafoni, su cui il Municipio non ha voce in capitolo. Poco più avanti troviamo un altro edificio abbandonato. Sono le Officine Marconi, dove fino a pochi anni fa l’attore Ascanio Celestini organizzava un festival culturale, a cui le amministrazioni di centrodestra tagliarono i fondi. Nella zona presto si costruirà ancora. Una gigantesca area di campagna incolta accanto al quartiere è già stata lottizzata e ospiterà una nuova area residenziale, nonostante in città, secondo la sindaca Virginia Raggi, ci siano oltre 200 mila case vuote.

Nel 2016, all’epoca della vittoria di Raggi, la giunta di cui faceva parte Ciarafoni è stata sconfitta e nel Municipio si è insediato il Movimento 5 Stelle. Ciarafoni continua a occuparsi del quartiere organizzando attività nelle scuole e nelle piazze. Spesso il lavoro per l’associazione Libera lo porta nel vicino VI Municipio, l’area più sofferente ed emarginata di tutta la città, come ricordano le mappe di Monni: qui si concentrano il numero più basso di laureati, la maggiore disoccupazione, i redditi più bassi e i più bassi indici di sviluppo umano. È qui che si trova Tor Bella Monaca, forse il quartiere più famigerato della capitale.

Per arrivarci da Romanina Nuova impieghiamo pochi minuti. Parcheggiamo di fronte al palazzo R9 dell’Ater, dove nel maggio del 2018 oltre 200 carabinieri e poliziotti sono intervenuti con un blitz notturno per cancellare un murales dedicato a Serafino Cordaro, un boss locale ucciso nel 2013. Qui ogni palazzo ha la sua famiglia criminale, spesso impegnata in una guerra fratricida con quella del palazzo accanto. Mentre camminiamo tra gli edifici decrepiti, Ciarafoni indica le sentinelle che ci osservano circospette dagli androni bui. Tor Bella Monaca è una zona di spaccio e le vedette sono sempre allerta per avvertire dell’arrivo della polizia. Come nel III Municipio, anche a Tor Bella Monaca centinaia di attivisti come Ciarafoni si impegnano tutti i giorni per cercare di migliorare il quartiere. Oltre a Libera, ci sono ad esempio l’associazione Tor Più Bella e il centro sociale El Chentro. Anche grazie a questi attivisti, due anni fa la fondazione 999 Contemporary ha fatto realizzare sei murales che occupano un’intera parete di altrettanti palazzi popolari, tra cui uno dipinto dallo street artist romano Diamond.

Basta spostarsi di poche centinaia di metri dai palazzi popolari, per trovarsi di fronte a un panorama completamente diverso. Dall’altro lato della via Casilina sorge il Consorzio di Torre Gaia, un’area residenziale recintata con guardie private all’ingresso. Qui vige un’altra forma di autorganizzazione, quella degli abitanti benestanti che pagano un cospicuo contributo per vivere in una zona che gli annunci immobiliari definiscono invariabilmente “esclusiva”. La manutezione stradale del consorzio è perfetta e la raccolta dei rifiuti puntuale. Mentre percorriamo lentamente le stradone alberate, Ciarafoni indica la villa dove ancora oggi si trova ai domiciliari Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana. Ma questa diversità di ambienti in uno stesso quartiere non deve stupire. Il VI Municipio ha la stessa superficie della città di Parigi.

Le dimensioni di Roma sono una realtà con cui i romani devono fare i conti ogni giorno, ma che raramente emerge come fattore nel dibattito nazionale. Come ricorda il comune sul suo sito, Roma ha una superficie che è pari a quella dei 9 comuni italiani più grandi messi insieme. In tutto si estende su una superficie di 1.200 chilometri quadrati, più di sei volte la superficie di Milano (180 chilometri quadrati) e addirittura dodici volte quella di Parigi (100 chilometri quadrati). L’unica capitale europea che supera Roma per dimensioni, anche se di poco, è Londra, che però ha tre volte i suoi abitanti. Roma è una città che si estende per il largo, con una bassissima densità di abitanti. Se a Parigi ogni chilometro quadrato ospita 22 mila abitanti e Milano 7.700, a Roma il numero di abitanti per chilometro quadrato è quello di una provincia poco popolata: duemila duecento.

Questa enorme espansione è frutto del retaggio storico della città. Il comune era già enorme nel 1871, quando si tennero le prime elezioni comunali: 2 mila chilometri quadrati, 800 più di oggi (nel frattempo diversi comuni, come Fiumicino, si sono distaccati dalla città, in cerca di maggiore autonomia). All’epoca dell’Unità d’Italia in città vivevano poco meno di 200mila persone e Roma era la seconda città del paese, dietro a Napoli e alla pari con Milano, Torino e Palermo. Londra in quel momento aveva già più di 3 milioni di abitanti, Parigi quasi due e Berlino poco meno di un milione. Da allora la crescita di Roma è stata esplosiva, senza eguali in Italia o in Europa. Nel 1911, 40 anni dopo essere diventata capitale, la popolazione di Roma era già più che raddoppiata. Venticinque anni dopo raddoppiò di nuovo superando il milione di abitanti e altrettanto fece nel successivo quarto di secolo, raggiungendo i due milioni di residenti nel 1971 per poi fermarsi, nei primi anni Ottanta, agli attuali 2,8 milioni.

Salvo pochi momenti, questa espansione è stata disordinata e caotica, dettata più dagli interessi dei costruttori che dai piani regolatori. Immensi quartieri residenziali sono sorti apparentemente a caso, sui terreni che i “palazzinari” riuscivano ad acquistare, edificando in fretta e spesso senza curarsi della presenza di strade e altri servizi, confidando che poi il comune guidato dalle giunte democristiane vicine ai loro interessi avrebbe provveduto a portarceli in un secondo momento. Accanto ai blocchi residenziali multipiano costruiti dai “palazzinari”, sono sorte improvvisate borgate abusive di villini circondati da piccoli orti, costruite dagli immigrati provenienti soprattutto dal Centro e dal Sud Italia. Qui le case venivano tirate su in una notte, come racconta il film Il Tetto di Vittorio De Sica, perché la legge proibiva di sequestrare e demolire le case abusive mentre erano abitate.

La famiglia di Ciarafoni, arrivata dalle Marche negli anni Cinquanta, era una tra le migliaia che in quegli anni dovettero arrangiarsi per trovare una sistemazione nella città in crescita tumultuosa. Oggi le borgate come Romanina Vecchia, con le sue costruzioni basse, circondate da piccoli giardini, ognuna abitata da una o due famiglie, portano ancora i segni di questo sviluppo disordinato. I negozi si contano sulle dita di una mano. Non ci sono piazze, né altri luoghi di aggregazione. L’arrivo della “centralità di Tor Vergata” negli ultimi anni, il progetto urbanistico uscito dal Piano Regolatore del 2008, ha portato nella zona centri commerciali e catene di fast food, ma ha fatto poco per cambiare la situazione, qui come a Tor Bella Monaca. Nei pochi parchi per bambini i giochi spariscono la notte perché infastidiscono l’attività degli spacciatori.

Ciarafoni è uno dei molti che sostengono che a causa delle dimensioni della città, della varietà e complessità dei suoi quartieri, Roma non potrà mai essere governata senza una legge speciale che ne modifichi il funzionamento istituzionale dando nel contempo più potere ai municipi. Non si può pensare di governare la città dal Campidoglio. «Nessuno conosce tutta Roma, non è plausibile. Se tu mi chiedi come è fatta Valle Aurelia io non so come risponderti, è proprio un’altra città, – dice – o si sviluppano una qualche forma di autonomia dei Municipi e i meccanismi per controllarli o le cose qui non funzioneranno mai».

Anche Estella Marino, ingegnere, funzionaria di ATER, l’ente della regione Lazio che si occupa di edilizia popolare, e studiosa di problemi urbani, la pensa allo stesso modo. «È evidente che Roma non è paragonabile a nessun altro comune ed è il motivo per cui gli strumenti a disposizione del sindaco non funzionano», spiega nella sua casa di Testaccio, storico quartiere operaio e popolare, diventato negli ultimi anni una delle aree preferite da artisti e creativi. Il VI Municipio è a 16 chilometri da qui, un’ora e venti di viaggio con i mezzi pubblici. I problemi che le dimensioni della città comportano sono numerosi: un numero minore di contribuenti per ogni chilometro quadrato di territorio in cui il comune deve erogare servizi pubblici. Ma non solo. «L’assetto istituzionale di Roma è quello di un semplice comune – dice Marino – ma, per esempio, si trova a gestire un volume di appalti da ministero». Secondo lei, il sindaco di Roma dovrebbe occuparsi dei grandi problemi cittadini, siano essi attirare grandi investimenti internazionali o preparare piani di edilizia popolare. Ma i problemi ordinari, dalla manutenzione del verde, alla gestione degli spazi pubblici, passando per i servizi sociali, dovrebbero essere delegati a dei nuovi Municipi, dotati di autonomia e capacità di decisione e di spesa.

Marino conosce bene uno dei problemi che oggi sono più visibili nella capitale: la raccolta dei rifiuti. Dal 2013 al 2015 è stata un apprezzato assessore all’Ambiente nella giunta di Ignazio Marino. È stata lei, insieme al sindaco suo omonimo, a decidere la chiusura della più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta, che per anni aveva accolto tutti i rifiuti della capitale. I problemi più immediati che vediamo oggi, sostiene, sono il frutto di una combinazione delle caratteristiche uniche di Roma, della decisione di chiudere Malagrotta e del modo con cui la giunta che le è succeduta ha deciso di gestire il problema dei rifiuti. Il piano di Marino prevedeva di chiudere Malagrotta, oramai quasi satura e divenuta una pericolosa bomba ecologica, e di avviare nel contempo un piano di investimento quindicennale per la creazione di una serie di moderni impianti per il trattamento di rifiuti, finanziato con una parte dei circa 700 milioni di euro l’anno generati dalla tassa sui rifiuti. Era un piano, sostiene oggi Marino, che avrebbe dovuto essere intrapreso almeno 20 anni fa, ma che non era mai stato avviato, a causa di un misto tra mancanza di visione strategica e presenza di Malagrotta che permetteva di liberarsi di enormi quantità di rifiuti a un costo contenuto.

La giunta Raggi, eletta con un programma in cui prometteva una completa rottura con le amministrazioni precedenti, ha cancellato il piano di Marino, ma ha faticato a produrne uno nuovo e oggi è impegnata nella difficile ricerca di un sito dove costruire una nuova discarica, una soluzione simile a quando veniva utilizzata Malagrotta. Nel frattempo, AMA ha sofferto del calo di investimenti subito da tutta l’amministrazione pubblica cittadina e la giunta Raggi ci ha messo del suo. In quattro anni, AMA ha cambiato sette consigli d’amministrazione. «Anche una pizzeria, se cambi il gestore due volte l’anno, avrà dei problemi», dice oggi Marino. E gli effetti non hanno tardato a mostrarsi: l’immondizia che fino a qualche anno fa si accumulava soltanto nelle periferie ha iniziato ad ammucchiarsi anche nel centro storico.

Anche il trasporto pubblico romano ha una storia simile: una situazione che presentava una serie di difficoltà uniche è stata aggravata da una gestione che negli ultimi anni non si è dimostrata all’altezza. Al tema dei trasporti è dedicato un capitolo della più importante rassegna di studi accademici sulla capitale realizzata recentemente, intitolata “Roma in transizione”, pubblicata nel 2018 e curata da due ricercatori di urbanistica, Gabriella Punziano e Alessandro Coppola. Nella sezione dedicata al trasporto pubblico, il ricercatore Aurélien Delpirou paragona la vicenda di Roma a quella di Parigi e la descrive come «eccezione romana», frutto della «dispersione urbana» della città, aggravata dalla mancanza di investimenti pubblici che hanno prodotto «un significativo deficit in termini di accessibilità collettiva».

Come quelli dei rifiuti, anche quelli dei trasporti sono problemi resi più complicati dalle grandi distanze cittadine e dalla scarsa densità dei suoi abitanti. Avrebbero dovuto essere risolti per tempo, con una politica di investimenti concordata tra città e governo e portata avanti con costanza. Un piano simile, ribattezzato la “Cura del ferro”, venne proposto negli anni Novanta dall’allora vicesindaco e assessore alla Mobilità Walter Tocci, ex senatore del PD e uno dei più esperti osservatori di questione romane. Tocci proponeva di potenziare le linee tranviarie e metropolitane e di integrare le ferrovie di superficie in un nuovo sistema di trasporti urbani. Il risultato avrebbe dovuto essere una stazione metro o ferroviaria entro seicento metri da casa per metà dei romani. Dopo un inizio promettente, con l’apertura o riapertura di numerose linee di tram, la “Cura del ferro” è naufragata nel corso degli anni Duemila, come molte altre iniziative di quegli anni a causa dei tagli agli investimenti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il parco mezzi di ATAC è sempre più decrepito e suscettibile ai guasti e l’azienda è in un pessimo stato organizzativo. Le corse sono diminuite in centro del 30 per cento e in periferia del 50 per cento.

In un accorato appello per la salvezza della capitale che Tocci ha recentemente rivolto alla Camera di Commercio di Roma, il salotto buono degli imprenditori cittadini, l’ex vicesindaco ha parlato a lungo della crisi dei suoi servizi pubblici e delle azioni energiche necessarie per risolverla. ATAC e AMA, ha detto, «non sono più servizi pubblici, sono pericoli pubblici. Sono pericoli per il bilancio comunale e soprattutto per la vita quotidiana della città. Sono carrozzoni inefficienti e corporativi che dissipano risorse». In alcune borgate periferiche «sono rimaste solo le paline a testimoniare che una volta ci passava l’autobus. ATAC e AMA fanno male soprattutto alla povera gente. Basta con la conservazione di questi carrozzoni, vanno rivoltati come un pedalino, non solo per renderli più efficaci, ma per ripensarne la logica di funzionamento».

L’idea che Roma per salvarsi abbia bisogno di un’azione energica, di nuovi investimenti e di nuove competenze, di una nuova legge che ne decentri le capacità decisionali, dando nel contempo al sindaco e alla giunta maggiori poteri, è sempre più trasversale. Lo scorso dicembre, ha tenuto il suo primo incontro pubblico l’Osservatorio interparlamentare per Roma, un gruppo di trenta parlamentari proveniente da tutti i partiti impegnato a studiare una riforma della città di Roma in occasione del 150 esimo anniversario di Roma capitale d’Italia, che arriverà nel febbraio 2021. Non c’è ancora un accordo sui dettagli e probabilmente i parlamentari hanno visioni diverse sul futuro della città, tra chi ritiene si debba puntare sugli investimenti pubblici per riallacciare i collegamenti con le sue sfilacciate periferie, e chi preferisce cercare di attrarre investimenti internazionali, come ha fatto con successo Milano. Ma c’è un vasto accordo sul fatto che una città difficile come Roma non possa continuare ad andare avanti con i poteri di un sindaco normale, con appena 1.900 euro di bilancio per abitante, contro i 3.900 di Milano, con meno dipendenti e dirigenti di gran parte delle altre grandi città italiane, 80 ogni 10 mila abitanti contro i 100 di Milano.

Ma accanto a queste questioni ce ne sono altre che possono facilmente prendere il sopravvento nel dibattito sulla città, soprattutto in un periodo di campagna elettorale. La questione della sicurezza, per esempio, intesa soltanto nella sua accezione di repressione delle manifestazioni criminali. Quella del decoro urbano nel centro città e nei quartieri benestanti. O la percezione di una crisi migratoria. Sono questioni dal forte appeal mediatico, ma che non sono necessariamente le priorità per la città. Roma rimane una delle città europee più sicure e una delle grandi città italiane con il numero minore di stranieri. Ma è anche una città piena di problemi antichi che rendono difficile la vita di migliaia di romani.

È un pomeriggio di gennaio insolitamente caldo e soleggiato quando con Raimo ritorniamo nel centro del suo Municipio, sulla cima del Monte Sacro, dove i Plebei dell’antica Roma si radunavano per protestare contro i Patrizi e dove nel 1805 il rivoluzionario venezuelano Simon Bolivar giurò di liberare il Sud America dalla dominazione spagnola. «Oggi a Roma non si vive bene», dice Raimo mentre ci salutiamo di fronte alla sede del Municipio, un raro esempio di architettura fascista che ha resistito al giudizio estetico dei posteri: «Ma la maggior parte dei romani, in una bella giornata di sole come questa, riesce almeno a sopravvivere bene». Oggi, con le future elezioni della primavera 2021 sempre più vicine, rimane poco più di un anno per immaginare se il prossimo sindaco cercherà di rendere la vita un po’ migliore a quei fortunati e più sopportabile a tutti gli altri.