Isabel dos Santos al festival del Cinema di Cannes nel 2018.(Emma McIntyre/Getty Images)
  • Mondo
  • lunedì 20 Gennaio 2020

La donna più ricca dell’Africa è nei guai

La diffusione di gran quantità di documenti riservati ha insinuato grandi sospetti sulla legalità della fortuna di Isabel dos Santos, figlia dell'ex presidente dell'Angola

Isabel dos Santos al festival del Cinema di Cannes nel 2018.(Emma McIntyre/Getty Images)

Lunedì diversi media internazionali hanno pubblicato i risultati di un’indagine su un gran numero di documenti riservati che insinuano sospetti sulla legalità del patrimonio di Isabel dos Santos, la donna più ricca dell’Africa, figlia dell’ex presidente dell’Angola José Eduardo dos Santos, rimasto al potere per quasi quarant’anni tra la fine degli anni Settanta e il 2017. Isabel dos Santos ha una fortuna di oltre due miliardi di dollari, secondo Forbes, e possiede proprietà immobiliari di lusso in mezzo mondo. Ma soprattutto è a capo di un conglomerato con interessi in moltissimi settori, e che secondo i documenti letti dai media internazionali sono stati acquisiti negli anni grazie a operazioni opache, rese possibili dalla sua vicinanza alla presidenza dell’Angola.

Dos Santos ha 46 anni ed è nata a Baku, in Azerbaijan, il paese dove suo padre era stato mandato a studiare ingegneria nelle scuole sovietiche dal Movimento popolare per la liberazione dell’Angola, il partito filo-comunista di cui faceva parte. Suo padre conobbe lì sua madre, la campionessa di scacchi russa Tatiana Kukanova, con la quale tornò in Africa dopo l’indipendenza dell’Angola dal Portogallo, nel 1975. Nel giro di pochi anni dos Santos scalò le gerarchie del partito e diventò presidente, nel 1979.

Dos Santos però crebbe a Londra, dove si era trasferita con la madre dopo la separazione dei suoi genitori. Frequentò una scuola d’eccellenza femminile, e poi studiò ingegneria al King’s College. Lavorò per un paio di anni da Coopers & Lybrand, società di consulenza e revisione di bilancio oggi nota come PwC, e tornò infine in Angola negli anni Novanta, quando si posero le basi per la fine della guerra civile che andava avanti fin dagli anni Settanta, e che sarebbe finita formalmente soltanto nel 2002.

José dos Santos con la cancelliera tedesca Angela Merkel nel 2009. (Sean Gallup/Getty Images)

Fu in quel periodo che dos Santos fece le sue prime fortune, il tutto mentre suo padre era presidente del paese. Cominciò con un incarico dirigenziale per una società di nettezza urbana a Luanda, la capitale del paese, ma presto mise in piedi un’azienda propria di trasporti. L’esperienza acquisita nella gestione delle comunicazioni tra i veicoli le consentirono di entrare da subito nel settore delle telecomunicazioni mobili: oggi smentisce che l’essere la primogenita del presidente del paese abbia avuto un ruolo nell’aggiudicazione di un grosso appalto statale da parte di un consorzio di società di cui faceva parte. Negli anni successivi comprò un quarto di Unitel, diventato oggi il principale operatore telefonico del paese.

Negli scorsi mesi l’International Consortium of Investigative Journalists, un’organizzazione che riunisce media di tutto il mondo specializzati nel giornalismo investigativo, hanno ricevuto oltre 700mila documenti sugli affari e il patrimonio di dos Santos, che sono stati chiamati “Luanda leaks”. Rivelano che il suo impero è composto da oltre 400 società e che ha proprietà di lusso in alcuni dei posti più prestigiosi del mondo, da una casa da 55 milioni di dollari a Monaco a un’isola privata a Dubai a uno yacht da 35 milioni.

Ma soprattutto, i documenti dimostrano secondo i giornalisti che li hanno studiati che dos Santos ha costruito la sua fortuna grazie alla corruzione e allo sfruttamento delle risorse statali dell’Angola. Dal 2016 al 2017 è stata presidente di Sonangol, la compagnia petrolifera nazionale angolana, su nomina dal padre. Sul suo ruolo nella società è stata di recente aperta un’indagine giudiziaria in Angola, in particolare riguardo ai 38 milioni di dollari pagati dalla società poche ore dopo il licenziamento di dos Santos, deciso nel 2017 dal presidente succeduto a suo padre. Quei soldi, secondo i procuratori, andarono a una società di Dubai chiamata Matter Business Solutions DMCC, di proprietà di uno stretto collaboratore di dos Santos. Mesi dopo il suo licenziamento, il successore di dos Santos sostenne che c’erano stati altri 135 milioni di dollari di consulenze pagate alla società di Dubai.

I giornali hanno raccontato una storia simile che riguarda il settore dei diamanti. Nel 2012, il marito di dos Santos – il collezionista d’arte Sindika Dokolo – firmò un accordo con la società nazionale angolana di estrazione diamantifera per acquisire l’azienda di gioielli di lusso svizzera De Grisogono. L’accordo prevedeva la divisione a metà delle spese, ma un anno e mezzo dopo l’operazione la società statale aveva versato circa 79 milioni di dollari, Dokolo soltanto 4, peraltro meno del premio che aveva ricevuto dalla stessa società per aver concluso l’affare. Secondo Bravo da Rosa, nuovo capo della società diamantifera, le perdite totali sono state intorno ai 200 milioni di dollari, senza che ai contribuenti angolani ne siano rientrati.

Lo scorso mese i beni in Angola della coppia sono stati bloccati dalle autorità per l’indagine in corso sull’operazione. Secondo il procuratore nazionale, le attività di dos Santos hanno provocato danni economici al paese per circa un miliardo di dollari.

Il New York Times ha raccontato che i documenti mostrano come le grandi banche internazionali come Citigroup, Deutsche Bank e Banco Santander hanno rifiutato in questi anni di avere come cliente dos Santos, che invece ha collaborato a lungo con alcune delle più grandi società di consulenza finanziaria al mondo come Boston Consulting Group, McKinsey & Company e PwC. Secondo alcuni esperti di riciclaggio di denaro e contabili contattati dal New York Times, però, c’erano «ovvi segnali d’allarme» che negli affari di dos Santos fossero coinvolti fondi statali usati illegalmente.

In un’intervista data a BBC, dos Santos ha respinto le accuse, chiamando l’indagine giudiziaria ai suoi danni una «persecuzione politica» e sostenendo che le sue attività siano interamente finanziate dal settore privato. Dokolo ha accusato il nuovo governo di voler usare lui e sua moglie come capri espiatori. Dos Santos ha anche molti ammiratori e sostenitori, che in queste settimane hanno confermato le sue doti da imprenditrice.

L’Angola è uno degli stati con il maggior prodotto interno lordo dell’Africa, e con un valore medio relativamente alto per quello pro capite, se paragonato con gli altri paesi sub-sahariani. Ma è un valore che nasconde le profonde diseguaglianze sociali del paese, dove il 30 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Dos Santos non è l’unica della famiglia ad avere problemi con la legge: la sua sorellastra è stata espulsa dal parlamento l’anno scorso, con l’accusa di eccessivo assenteismo, mentre il fratellastro José Filomeno dos Santos è sotto processo per corruzione. Dal 2017 il padre di dos Santos, attualmente molto malato e ricoverato a Barcellona, si era dimesso e a lui era succeduto João Lourenço, compagno di partito la cui campagna anti-corruzione ai danni della famiglia del suo predecessore ha sorpreso molti osservatori.