La portaerei USS Gerald R. Ford (Steve Earley/The Virginian-Pilot via AP, File)
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  • giovedì 16 Gennaio 2020

Le portaerei hanno un futuro?

Sono molto costose e facilmente attaccabili dai sistemi missilistici più avanzati, ma al momento non ci sono molte alternative, scrive l'Economist

La portaerei USS Gerald R. Ford (Steve Earley/The Virginian-Pilot via AP, File)

Nessuna nazione al mondo ha tante portaerei quanto gli Stati Uniti: sono 11 quelle gigantesche a propulsione nucleare, e 9 quelle più piccole a propulsione convenzionale. Tranne il Regno Unito, che metterà in mare la sua seconda portaerei l’anno prossimo, tutte le altre marine mondiali ne hanno al massimo una. Le portaerei sono le più grandi navi militari a essere mai state costruite, hanno contribuito a rendere gli Stati Uniti la principale potenza militare al mondo e sono state ampiamente utilizzate nella storia militare statunitense dell’ultimo secolo. Ma oggi il futuro di queste enormi e costosissime navi è incerto.

Le portaerei furono introdotte per la prima volta negli anni Venti e furono utilizzate in forma massiccia per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Lo scontro tra Stati Uniti e Giappone per il dominio dell’Oceano Pacifico fu uno scontro tra squadre di portaerei che alla fine gli americani riuscirono a vincere, imponendosi in battaglie in cui le due flotte non si vedevano mai a occhio nudo: l’intero scontro veniva condotto dagli aerei lanciati dalle portaerei.

Negli anni successivi le portaerei acquisirono sempre maggiore importanza. Durante la guerra di Corea dalle portaerei statunitensi partì il 41 per cento delle sortite aeree, e durante la guerra del Vietnam quasi la metà. Nei primi tre mesi della guerra in Afghanistan, nel 2001, dalle portaerei statunitensi partirono tre quarti di tutte le missioni; due anni più tardi, quando Turchia e Arabia Saudita si rifiutarono di concedere le proprie basi agli americani per attaccare l’Iraq, gli Stati Uniti schierarono cinque portaerei dalle quali partirono ottomila sortite solamente nel primo mese di guerra. Nel 2014, inoltre, quando iniziò l’offensiva dello Stato Islamico in Iraq, tutti gli attacchi aerei statunitensi partirono dalla portaerei USS George H. W. Bush, posizionata nel Golfo Persico.

Nonostante per tanti anni le portaerei siano state uno strumento fondamentale nelle operazioni militari statunitensi, l’Economist ha spiegato quali sono oggi i problemi principali di questi mezzi e quali potrebbero essere le alternative. Innanzitutto le portaerei sono estremamente costose e influiscono pesantemente sul budget della difesa dei vari paesi. Nel 2017 per esempio la USS Gerald R. Ford, la prima nave di una nuova classe di portaerei a propulsione nucleare, è diventata la nave da guerra più costosa di sempre: 13 miliardi di dollari (circa 11,7 miliardi di euro), il doppio di quanto era costata la George H. W. Bush dieci anni prima, e più di tutto quello che spendono ogni anno per la difesa la Polonia o il Pakistan. Gli Stati Uniti non sono i soli però a continuare a investire nelle portaerei: la Cina per esempio ha da poco commissionato la sua prima portaerei costruita in patria (quella che possiede già la comprò “di seconda mano” dall’Ucraina), il Regno Unito ha iniziato a testare la sua seconda portaerei e persino il Giappone, le cui forze armate hanno prevalentemente una funzione difensiva, ha annunciato che convertirà due cacciatorpedinieri di classe Izumo in portaerei nei prossimi anni (ma saranno portaerei molto piccole).

Eppure, come scrive l’Economist, tra gli esperti di operazioni militari ci sono diversi dubbi sull’utilità di avere una portaerei nel 2019. Una volta il pericolo maggiore per le portaerei durante una guerra erano i sommergibili, che a differenza dell’aviazione potevano arrivare facilmente in alto mare, ma oggi i sistemi missilistici stanno diventando sempre più avanzati e permettono di colpire una portaerei anche se si trova a più di mille chilometri dalla costa. La Cina, per esempio, ha un sistema di missili balistici chiamato DF-21D, soprannominato “ammazza-portaerei”, che permette di raggiungere un obiettivo distante anche 1.500 km, e nel 2018 ne è stata inaugurata una nuova versione chiamata DF-26 che permette di colpire obiettivi fino a 4000 km. Secondo Jerry Hendrix, capitano della marina militare statunitense in pensione, 1.200 sistemi DF-21D costerebbero alla Cina quanto una sola portaerei statunitense.

Ovviamente le portaerei hanno i mezzi per difendersi e rispondere agli attacchi, a cominciare dai cacciatorpedinieri che le scortano e che hanno a bordo sistemi lanciamissili per respingere minacce provenienti dal mare e dal cielo. Questo, oltre al fatto che le portaerei sono obiettivi in movimento, rende gli attacchi contro le portaerei non infallibili. Il problema è che l’esercito cinese, o quello iraniano, potrebbero lanciare contro le costose portaerei americane un numero tale di missili poco costosi da superare quasi qualsiasi difesa: ed è sufficiente che un solo missile vada a segno per infliggere gravi danni a una portaerei. Per sicurezza, le portaerei dovrebbero restare ad almeno 1.800 km dalle coste, secondo quanto stimato da esperti di operazioni militari: in caso contrario potrebbero subire fino a 2.000 attacchi in un solo giorno.

Se dal punto di vista difensivo questa sarebbe la soluzione migliore per le portaerei, da quello offensivo avrebbe delle ripercussioni decisamente negative sulla riuscita degli attacchi: gli aerei, infatti, non potrebbero percorrere tali distanze senza fare rifornimento. Mentre nel corso degli anni il raggio dei missili è aumentato costantemente, l’autonomia dei caccia si è infatti quasi dimezzata, passando dai 2.240 km che riuscivano a percorrere nel 1956 ai circa 1000 km di oggi. I rifornimenti in volo possono essere una soluzione, ma riducono il numero di sortite possibili per ogni aereo.

La cosa migliore da fare, scrive l’Economist, sarebbe sostituire i normali caccia con dei droni, che possono volare più a lungo e effettuare anche missioni che sarebbero più rischiose per i piloti. Gli Stati Uniti, però, per ora hanno scartato questa ipotesi, preferendo utilizzare i droni solo per rifornire di carburante gli aerei da caccia in volo. Al momento, comunque, difficilmente vedremo potenze come Stati Uniti e Cina fronteggiarsi militarmente e le portaerei continueranno ad avere un ruolo centrale in conflitti militari contro paesi più piccoli, meno avanzati tecnologicamente, e contro i quali lo schieramento di un mezzo del genere risulta ancora la strategia più efficace per effettuare attacchi aerei quando non c’è una base nelle vicinanze.