Pescatori sul Mekong in Cambogia, alla periferia di Phnom Penh. (AP Photo/Heng Sinith)
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  • domenica 10 novembre 2019

Il fiume Mekong rischia grosso

Sorregge un gran pezzo dell'economia del sud est asiatico, che però ne sta approfittando troppo: ci sono decine di dighe in costruzione lungo il suo corso

Pescatori sul Mekong in Cambogia, alla periferia di Phnom Penh. (AP Photo/Heng Sinith)

La scorsa settimana la centrale idroelettrica di Xayaburi, nel nord del Laos, è entrata in funzione: costata diversi miliardi di dollari e costruita nell’arco di nove anni, è stata finanziata in buona parte dalla Thailandia. Sfrutta l’acqua del fiume Mekong, il dodicesimo più lungo del mondo e il più importante del sud est asiatico: con la sua potenza di 1,3 gigawatt, produrrà energia elettrica che sarà acquistata al 96 per cento dalla Electricity Generating Authority of Thailand.

Non appena è entrata in funzione, la diga della centrale di Xayaburi ha fatto abbassare di un metro e mezzo i livelli del Mekong, portandoli ai livelli minimi da un secolo, ma il Laos progetta di costruire nei prossimi anni circa 140 dighe, sul Mekong e sui suoi affluenti, per metà finanziate dalla Cina, con l’ambizione di diventare “la batteria dell’Asia”. Esperti, ambientalisti e rappresentanti delle comunità locali avvertono da anni che lo sfruttamento del Mekong sta provocando e provocherà enormi danni alle decine di milioni di persone che vivono nel bacino del fiume, e che per millenni hanno basato la propria sopravvivenza su risorse il cui futuro sembra ora più che mai a rischio.

La diga della centrale idroelettrica di Jinghong, sul tratto cinese del Mekong. (Yang zheng/AP Images)

Il Mekong nasce in Cina, sull’altopiano del Tibet, e si sviluppa per oltre 4mila chilometri attraversando Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, per poi sfociare nel mar Cinese Meridionale con uno dei delta più fertili ed estesi del mondo. È il fiume del film Apocalypse Now, le cui acque sostengono le immense risaie del Vietnam e della Thailandia, e ospita migliaia di specie animali diverse in uno degli ecosistemi più ricchi al mondo. Lungo il suo bacino vivono circa 60 milioni di persone, comprese quelle delle due capitali che attraversa, Vientiane in Laos e Phnom Penh in Cambogia, che in larga parte vivono lungo il letto del fiume passando buona parte della propria vita sull’acqua.

Un mercato galleggiante sul delta del Mekong a Phong Dien, in Vietnam. (Sergi Reboredo/picture-alliance/dpa/AP Images)

Negli ultimi decenni, la vita lungo il Mekong è cambiata. Lo sviluppo economico della Cina prima, della Thailandia e del Vietnam poi e infine di Laos e Cambogia ha intensificato lo sfruttamento delle sue risorse, che è stato perlopiù indiscriminato. Nelle sue acque vengono riversati quotidianamente agenti inquinanti, con conseguenze sui pesci e i crostacei che vengono pescati a ritmi di milioni di tonnellate all’anno, ed esportati in tutto il mondo per un giro di affari stimato in 17 miliardi di dollari. Il riscaldamento globale poi mette a rischio l’esistenza dei ghiacciai tibetani dai quali nasce il Mekong, così come i cambiamenti nella regolarità e nell’intensità dei monsoni che lo alimentano lungo il suo percorso. Ma è stato soprattutto lo sfruttamento del suo enorme potenziale idroelettrico a rappresentare un problema.

Pescatori sul Mekong a Phnom Penh, in Cambogia. (AP Photo/Heng Sinith)

Come ha spiegato Sam Geall sul sito Foreign Affairs, la Cina ha avviato una vasta campagna per costruire dighe lungo il suo tratto del Mekong – almeno dieci, finora – e per finanziarne a decine in Laos, uno degli ultimi paesi a guida comunista del mondo, e che spera di rilanciare la sua economia grazie all’energia idroelettrica. Le economie del sud est asiatico, specialmente Vietnam e Thailandia, sono tra le più in crescita al mondo, e il bacino del Mekong è una delle aree più produttive e floride della regione. Da anni i governi stranieri co-finanziano le infrastrutture nella regione: in Vietnam, per esempio, Australia e Giappone hanno costruito ponti lungo il fiume che hanno permesso di attraversare in pochi minuti distanze che fino a pochi anni fa dovevano essere percorse in barca. La Cina, ovviamente, non è stata da meno, e ha concentrato sul sud est asiatico parte del suo ambizioso progetto globale di infrastrutture conosciuto come Belt and Road Initiative.

Celebrate un tempo come pulite ed efficienti, oggi le centrali idroelettriche sono considerate poco sostenibili perché stravolgono l’ecosistema della fauna acquatica, creando ostacoli difficilmente superabili dai pesci, e perché trattengono lungo i fiumi sedimenti fondamentali per l’agricoltura. Questo approccio non è condiviso dalla Cina e dal Laos, nonostante nel 2010 la Mekong River Commission, un’organizzazione intergovernativa formata negli anni Novanta da Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam per gestire le risorse del Mekong, avesse proibito la costruzione di nuove dighe e centrali idroelettriche per dieci anni.

Un ponte sul Mekong a Stung Treng, in Cambogia. (Jason South/Fairfax Media/Getty Images)

Come ha raccontato il New York Times, all’inizio degli anni Duemila, la Mekong River Commission stimò che l’energia idroelettrica avrebbe fruttato ricavi per 30 miliardi di dollari ai paesi del sud est asiatico, ma successive analisi diedero valutazioni opposte, concludendo che al contrario le economie locali avrebbero perso miliardi di dollari dallo sfruttamento idroelettrico del Mekong. Secondo la commissione, se tutte le dighe che sono state progettate verranno concluse, il 97 per cento dei sedimenti che arrivava un tempo al delta del Mekong rimarrà bloccato lungo il corso del fiume entro il 2040, con conseguenze devastanti per l’agricoltura del bacino. Le indicazioni della commissione però non sono vincolanti, e peraltro la sua rilevanza è stata offuscata negli ultimi anni dalla Lancang-Mekong Cooperation Framework, un’organizzazione analoga fondata dalla Cina nel 2015.

Le risaie irrigate dal Mekong in Vietnam. (Kyodo)

I problemi dello sfruttamento idroelettrico del Mekong non sono soltanto a medio o lungo termine. L’anno scorso, il crollo di una diga in Laos provocò un’alluvione che uccise decine di persone e distrusse migliaia di case: l’incidente fu provocato da un errore umano, concluse il governo del Laos, che però non individuò mai i colpevoli. Migliaia di persone in Cina, in Cambogia e in Laos, poi, sono state costrette a spostarsi per far posto alle centrali e agli annessi bacini d’acqua, che hanno sommerso interi villaggi abitati per secoli dalle comunità locali che vivevano lungo il fiume e che in molti casi hanno dovuto cambiare radicalmente stile di vita, non potendo più contare sull’acqua del Mekong. È il caso per esempio degli abitanti di Srekor, in Cambogia, ora completamente sommerso per far posto alla Lower Sesan 2, la più grande centrale idroelettrica del paese, finanziata da Cina e Vietnam.

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