Un monumento del periodo comunista a Sofia (Christopher Furlong/Getty Images)
  • domenica 3 Novembre 2019

La fuga dalla Germania Est attraverso la Bulgaria

Era una meta turistica per molto tedeschi dell'Est, per qualcuno diventò un passaggio per provare a raggiungere la Turchia

Un monumento del periodo comunista a Sofia (Christopher Furlong/Getty Images)

Hendrik Voigtländer è una guida turistica di Berlino, presso l’ex carcere della STASI (il Ministero della Sicurezza di Stato della Germania Est), che oggi si chiama memoriale Hohenschönhausen. Ai turisti che accompagna, ha una storia personale da raccontare, di quando nel 1988, appena un anno prima della caduta del muro di Berlino, tentò di fuggire dalla Germania Est. Non provando a scavalcare il muro di Berlino, ma facendo il giro largo dalla Bulgaria verso la Turchia, e seguendo così una delle molte altre rotte che in quegli anni furono usate da chi provava a fuggire dal regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca.

La Turchia rappresentava il confine a Sud del blocco comunista dell’Europa dell’Est e una via di fuga possibile per raggiungere i paesi democratici dell’Europa dell’Ovest.  A partire dal 1951, il regime comunista in Bulgaria – che apparteneva al Patto di Varsavia, sotto il controllo dell’Unione Sovietica –  costruì lungo il confine con la Turchia una linea difensiva con recinzioni, torrette, muri campi minati. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per limitare i tentativi di scappare, furono intensificati i controlli, e chi tentava di attraversare  illegalmente il confine rischiava l’arresto e la fucilazione.

L’archivio della STASI riporta pochissime testimonianze sugli eventi al confine bulgaro. Sappiamo che tantissimi cittadini della Germania dell’Est, in quegli anni, provarono a superare i controlli fingendosi turisti e sperando che il viaggio verso sud fosse più sicuro di quello attraverso il confine a Berlino o nel resto della Germania. Qualcuno ci riuscì, ma per molti il viaggio terminò con l’arresto o, nel peggiore dei casi, con la morte. Le guardie avevano l’ordine di arrestare coloro che tentavano il passaggio clandestini e avevano la possibilità di sparare.

Ancora oggi, i governi della Germania e della Bulgaria hanno difficoltà a riconoscere i crimini commessi in quegli anni e a trovare informazioni. Alcuni politici di entrambe i paesi hanno iniziato a fare delle ricerche e i pochi documenti a disposizione parlano di circa duemila cittadini della DDR che cercarono di raggiungere l’Ovest attraverso la Bulgaria tra i primi anni Cinquanta e il 1989, quando finì il regime. Circa 500 di loro riuscirono a fuggire, gli altri furono catturati: 18 furono uccisi, ma si tratta solo dei casi accertati.

Hendrik Voigtländer ricorda molto bene il giorno in cui tentò il viaggio attraverso
la Bulgaria, e lo ha raccontato al giornale tedesco TAZ. Voigtländer era un elettricista e in quegli anni, riuscì spesso a viaggiare all’estero, visitando altri paesi comunisti come Polonia, Ungheria, Russia e Bulgaria. Quando presentò la richiesta per andare a Cuba alla Libera Gioventù Tedesca, l’organizzazione giovanile del Partito di Unità Socialista di Germania, ricevette però un rifiuto, in quanto non aveva mai partecipato alla sessioni dell’organizzazione giovanile. Questo divieto, ha raccontato, cominciò a fargli pensare alla fuga.
Nel 1988 un suo amico, ex compagno di scuola, gli propose di viaggiare verso la Bulgaria per arrivare poi in Turchia. In quegli anni, la Bulgaria era anche una meta turistica per i cittadini della Germania Est: nel 1980 i turisti tedeschi furono 20.000 e nel 1988 erano già diventati 30.000. Per Voigtländer e il suo compagno, camuffare la prima parte del viaggio come una gita turistica non sarebbe stato troppo difficile.

Il 24 Settembre del 1988 i due, poco più che ventenni, guidarono verso Lipsia, dove presero un aereo e con un volo di 3 ore arrivarono a Burgas, in Bulgaria, fingendo una vacanza sul Mar Nero. Un lunedì mattina i due lasciarono alle 6.30 un hotel, con vestiti alla moda, orologio ai polsi, catenine d’oro al collo e una bottiglia d’acqua: alla reception comunicarono che stavano facendo una gita in montagna. Istanbul distava 350 chilometri, il confine con la Turchia circa 50.

Salirono su un autobus diretto verso sud e, alla domanda dell’autista sulla loro provenienza, risposero Amburgo. Dopo pochi chilometri, presso la cittadina di Malko Tarnovo sul confine, passarono oltre un posto di blocco. Sembrava fatta, ma pochi metri dopo l’autista si fermò e li fece scendere. Le guardie di frontiera li arrestarono e i due furono imprigionati prima a Burgas, poi a Sofia per 2 mesi. Voigtländer fu riportato dalla STASI a Berlino e detenuto per alcune settimane e poco prima della caduta del muro di Berlino venne rilasciato. Oggi fa la guida turistica a Berlino e racconta la sua storia ripercorrendo proprio il carcere della STASI, diventato oggi memoriale. La guardia che li arrestò oggi è pensionato e vive ancora presso la cittadina Malko Tarnovo con sua moglie e due figli, uno dei quali è diventato una guardia di confine.

Questo e gli altri articoli della sezione La fine del Muro di Berlino sono un progetto del corso di giornalismo 2019 del Post alla scuola Belleville, progettato e completato dagli studenti del corso.