Il presidente indonesiano Joko Widodo (Oscar Siagian/Getty Images)
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  • domenica 3 novembre 2019

Che succede in Indonesia

La più solida democrazia del sudest asiatico sta adottando politiche sempre più repressive e controverse, influenzate da una visione dell'Islam rigida e conservatrice

Il presidente indonesiano Joko Widodo (Oscar Siagian/Getty Images)

Lo scorso maggio Joko Widodo è stato rieletto presidente dell’Indonesia, paese che dopo una complicata transizione dal regime autoritario di Suharto, tra il 1998 e il 1999, è diventata la terza democrazia più grande al mondo e la più solida del sudest asiatico. O almeno così è stata per lungo tempo definita. Da alcuni mesi l’Indonesia sta attraversando una situazione complicata: in molti pensano che stiano prevalendo posizioni sempre più conservatrici e repressive, che sia in atto un processo di islamizzazione di alcuni settori della società, e allo stesso tempo però che stia emergendo una nuova ed estesa collaborazione tra i molti piccoli movimenti di opposizione che fino a poco tempo fa si mobilitavano separatamente.

Foreign Policy ha recentemente spiegato come in Indonesia i movimenti all’opposizione siano sempre stati frammentati e divisi per aree di interesse. Le attiviste per i diritti delle donne, ad esempio, non hanno lavorato in modo intersezionale, tendendo ad occuparsi di questioni specificatamente femministe, così come gli ambientalisti hanno preso posizione sulla riforma agraria e sulla crisi climatica, ma senza creare legami con altri movimenti in qualche modo affini.

Dallo scorso settembre, però, sembra essere avvenuto un cambiamento: decine di migliaia di studenti, operai, agricoltori, donne, pescatori, attivisti vari e singoli cittadini si sono uniti per protestare contro una serie di nuove leggi promosse dal governo, spinti dalla preoccupazione per la direzione in cui, secondo loro, il paese sta andando. A fine settembre ci sono state manifestazioni a Giacarta e in quasi tutte le principali città del paese.

Una manifestazione contro la limitazione dei poteri della commissione anti-corruzione del paese, Surabaya, Indonesia, 26 settembre 2019 (AP Photo/Trisnadi)

Uno dei tratti principali della politica indonesiana da qualche anno a questa parte è la  religione, che ha iniziato ad avere un ruolo sempre più determinante nella vita pubblica del paese. Alla fine degli anni Novanta, quando si andava in ​​una scuola pubblica, raramente si vedeva una studentessa o un’insegnante con il velo, mentre oggi è la norma. Le ordinanze locali per applicare la sharia si sono moltiplicate: si va dalla richiesta di indossare obbligatoriamente abiti musulmani negli uffici pubblici al divieto di vendita, distribuzione e consumo di alcolici. Hanno preso forza anche i movimenti a favore del matrimonio minorile e contro i vaccini, che usano argomentazioni religiose per giustificare le loro posizioni: il matrimonio precoce impedisce l’adulterio, ha detto di recente un religioso molto popolare, e i vaccini non sono halal, quindi non sono consentiti dalla legge islamica.

Joko Widodo, un tempo fortemente criticato dall’ala estremista islamista del paese e considerato vicino all’islam moderato, ha ora invece scelto come vicepresidente Ma’ruf Amin, religioso e studioso che è anche presidente del Consiglio degli ulema indonesiani (Mui). Ma’ruf Amin è contro lo scambio di auguri di Natale, condanna i movimenti e le persone LGBTQI e vuole limitare i luoghi di culto per i non musulmani.

Joko Widodo ha nominato nel suo nuovo governo personalità provenienti dall’ambiente militare e come ministro della Difesa ha scelto il suo rivale alle presidenziali, Prabowo Subianto, ex generale molto vicino all’élite più tradizionale del paese, ex genero del generale Suharto, dittatore dell’Indonesia per tre decenni, e sostenuto dai gruppi islamici radicali come il Fronte dei difensori dell’Islam, che spesso agisce come una sorta di polizia morale.

La nomina di Prabowo Subianto ha causato molto disagio anche tra i sostenitori di Joko Widodo. L’ex generale fu tra le altre cose accusato di aver organizzato il rapimento e la tortura di alcuni attivisti prima delle manifestazioni anti-governative del 1998, quando era a capo dell’esercito. In vista della nomina di Prabowo Subianto, Usman Hamid, responsabile di Amnesty International Indonesia, aveva detto che se l’ex generale fosse diventato ministro della Difesa, come poi è accaduto, quella «sarebbe stata una giornata nera per i diritti umani del paese».

Da tempo, esperti e osservatori denunciano come in Indonesia la progressiva diffusione del conservatorismo politico e religioso abbia trovato una scarsa opposizione pubblica. Ma le ultime proteste scoppiate nel paese sembrano invece aver portato a un cambiamento, avendo unito sotto un’unica mobilitazione indonesiani di diversi orientamenti politici e ideologici, accomunati semmai dall’età (è infatti preponderante la componente giovanile).

Il primo grave problema che il paese ha dovuto affrontare dopo le elezioni sono stati gli incendi che hanno colpito Sumatra e Kalimantan (la parte indonesiana del Borneo) e che hanno prodotto una foschia molto densa in varie aree del sudest asiatico. L’Autorità nazionale indonesiana per la gestione dei disastri ritiene che il 90 per cento degli incendi sia stato di origine dolosa, con l’obiettivo di liberare la terra dalle foreste e sostituirle con nuove piantagioni di palma da olio. Questo ha causato una rabbia diffusa accompagnata dalle critiche di inadeguatezza al governo, accusato di non essere in grado di fermare gli incendi e perseguire i responsabili. La recente attenzione su emergenza climatica, salute delle persone e degrado ambientale ha portato ad attivarsi molti giovani, che sui social hanno scelto l’hashtag #IndonesiaDibakarBukanTerbakar (“L’Indonesia non brucia, è bruciata”).

Protesta contro il governo per accelerare gli interventi contro gli incendi a Palangkaraya, Indonesia, 20 settembre 2019 (AP / Fauzy Chaniago)

Subito dopo gli incendi, a fine agosto, sono poi scoppiate le proteste in Papua e Papua Occidentale, sull’isola della Nuova Guinea, contro le discriminazioni razziali e a favore dell’indipendenza. Papua e Papua Occidentale facevano parte delle Indie orientali olandesi e nel 1969 furono annesse all’Indonesia con un referendum molto discusso perché a votare furono solo circa mille uomini e donne scelti dal governo militare indonesiano, su una popolazione di 800mila abitanti.

Dal referendum del 1969 i movimenti indipendentisti hanno organizzato una guerriglia a bassa intensità contro le forze indonesiane, che hanno risposto schierando contingenti militari nella regione e impedendo a organizzazioni non governative e osservatori internazionali di visitarla. Secondo le scarse testimonianze che provengono dalla regione, nel corso degli anni le forze di sicurezza indonesiane hanno compiuto numerosi abusi, assassinii, arresti illegali, torture e intimidazioni. Ancora oggi decine di attivisti si trovano in prigione per aver sostenuto pacificamente il movimento per l’indipendenza.

Stavolta, da quelle due regioni le proteste si sono diffuse in tutto l’arcipelago e in dozzine di città, mosse dalla richiesta generale di un maggior rispetto dei diritti umani. E questo è un notevole cambiamento: in precedenza, molti indonesiani progressisti non erano nemmeno a conoscenza della situazione in Papua o evitavano di prendere una posizione per paura di essere etichettati come sostenitori dell’indipendentismo. L’uso eccessivo della forza da parte della polizia contro i manifestanti (che ha portato a trenta morti e a centinaia di feriti), il blocco dell’accesso a internet e l’invio di più di mille militari nella regione ha poi alimentato una sfiducia nei confronti del presidente: diffusa e condivisa.

Wamena, Papua, 23 settembre 2019 (AP Photo/George Yewun)

In tutto questo, il parlamento indonesiano ha approvato senza alcun dibattito pubblico un disegno di legge che limita i poteri della commissione anti-corruzione del paese. La Commissione per lo sradicamento della corruzione, KPK, era stata istituita nel 2002 e ha avuto molto successo nel perseguire i casi di corruzione, anche quelli più complicati e che coinvolgevano figure politiche molto importanti. In base alla nuova legge, il KPK – che secondo i sondaggi ha un altissimo livello di fiducia tra gli elettori di ciascun schieramento politico – è passata da essere un organo indipendente a essere un’agenzia governativa, con forti limiti al suo potere di investigazione.

Una manifestazione contro la limitazione dei poteri della commissione anti-corruzione del paese, Giacarta, Indonesia, 25 settembre 2019 (AP Photo/Achmad Ibrahim)

Decine di migliaia di studenti e attivisti sono poi scesi tutti insieme per le strade delle maggiori città indonesiane, chiedendo di bloccare l’approvazione di una controversa riforma del codice penale che avrebbe imposto nuovi limiti alle libertà individuali, criminalizzato i rapporti sessuali fuori dal matrimonio (cosa che avrebbe colpito soprattutto le coppie omosessuali, per le quali non è possibile sposarsi legalmente), previsto limitazioni all’aborto e alla libertà di parola e imposto il divieto di accesso alla contraccezione per i minorenni.

A metà settembre, a seguito delle proteste, Joko Widodo aveva chiesto al Parlamento di ritirare la proposta di legge: i parlamentari avevano accettato precisando però che ad occuparsene sarebbe stato eventualmente il nuovo Parlamento, quello che si è appena insediato.

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