Un gruppo di manifestanti sostenitori di Jawar Mohammed fuori dalla sua casa ad Addis Abeba, in Etiopia, il 24 ottobre 2019 (AP photo Mulugeta Ayene)
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  • sabato 26 Ottobre 2019

Ci sono delle proteste in Etiopia e sono morte 67 persone

Riguardano la marginalizzazione delle persone di etnia oromo, e sono scoppiate dopo le denunce di un oppositore del primo ministro Abiy

Un gruppo di manifestanti sostenitori di Jawar Mohammed fuori dalla sua casa ad Addis Abeba, in Etiopia, il 24 ottobre 2019 (AP photo Mulugeta Ayene)

Questa settimana in Etiopia ci sono state diverse manifestazioni di protesta del gruppo etnico degli oromo, il più grande tra quelli presenti nel paese, nelle quali sono morte 67 persone, ha detto la polizia. Alcune di queste sono state uccise dalla polizia, altre sono morte negli scontri violenti tra membri di gruppi etnici rivali. Le proteste hanno coinvolto migliaia di persone nelle più grandi città del paese, e sono state seguite da dure critiche al primo ministro Abiy Ahmed Ali per come ha reagito, o meglio per come non ha reagito.

Le proteste non hanno direttamente a che fare con il processo di pace tra Etiopia ed Eritrea, per il quale l’11 ottobre Abiy ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Sono iniziate dopo che il giornalista e fondatore di una rete televisiva Jawar Mohammed, un oppositore di Abiy di etnia oromo, ha accusato la polizia di stare organizzando il suo arresto o la sua uccisione.

Nell’ultimo anno le tensioni tra i diversi gruppi etnici dell’Etiopia sono aumentate. Nel settembre del 2018 nella capitale Addis Abeba ci furono violenti scontri che causarono la morte di 28 persone, che erano stati causati dal ritorno dei leader esiliati di un ex gruppo di ribelli, l’Oromo Liberation Front (OLF). Lo scorso giugno poi il governo etiope dovette affrontare un tentato golpe nello stato di Amhara, nel nord del paese.

Abiy è stato criticato, contestualmente alle proteste, per il modo in cui ha risposto alle notizie delle violenze. Il 23 e il 24 ottobre il primo ministro stava infatti partecipando a una riunione tra il governo russo e più di 50 leader di paesi africani a Sochi: nonostante le proteste e i morti di mercoledì, Abiy è rimasto all’evento in Russia e non ha neanche commentato quanto stava succedendo ad Addis Abeba. Prima che le proteste degli ultimi giorni iniziassero, Abiy aveva detto al Parlamento che alcune reti televisive – che il primo ministro ha evitato di nominare – stavano fomentando le rivalità tra gruppi etnici. Anche Abiy è oromo, diversamente dal precedente primo ministro Hailemariam Desalegn, ma nonostante la sua presenza al governo gli oromo continuano a sentirsi il gruppo etnico più marginalizzato del paese.

Secondo gli esperti della situazione politica in Etiopia Jawar, che ha 33 anni e 1,75 milioni di follower su Facebook, potrebbe volersi candidare a primo ministro alle elezioni del prossimo anno, previste per maggio. In passato, in alcune occasioni, era stato un alleato di Abiy: in particolare con la sua rete televisiva Oromo Media Network aveva spinto le proteste che nel 2018 avevano aiutato il primo ministro a ottenere il potere. All’epoca Jawar viveva negli Stati Uniti, paese di cui ha la cittadinanza, ma dopo l’inizio del mandato di Abiy era tornato in Etiopia e aveva iniziato a criticare il nuovo primo ministro.

In un’intervista ad AFP, Jawar ha detto che Abiy sembra stare riportando l’Etiopia verso l’autoritarismo del passato: «Ha mostrato i primi segni di un atteggiamento dittatoriale, cercando di intimidire le persone, compresi i suoi alleati più vicini che lo hanno aiutato a essere eletto, solo perché a volte sono in disaccordo con alcune delle sue politiche».

Giovedì Jawar ha invitato i propri sostenitori a riaprire le strade bloccate con le barricate e riappacificarsi con i gruppi con cui si erano scontrati, ma secondo alcune testimonianze gli scontri sono proseguiti fino a venerdì in alcune zone dello stato dell’Oromia.