(Robert Schlesinger/picture-alliance/dpa/AP Images)

Gmail ci ha abituati a non pagare, ma ora Google inizia a chiedere il conto

Mentre la nostra casella di posta si riempiva di gigabyte, lo spazio fornito gratuitamente agli utenti ha smesso di crescere

(Robert Schlesinger/picture-alliance/dpa/AP Images)

Gmail è uno dei servizi di posta elettronica più usati al mondo. Fu messo online nel 2004 da Google e nei suoi 15 anni di esistenza ha raccolto più di 1,4 miliardi di iscritti, che ogni giorno utilizzano gratuitamente i propri indirizzi email per scambiarsi messaggi e per registrarsi a decine di siti, compreso quello della propria banca. Gmail ha raggiunto un successo planetario offrendo più spazio di archiviazione per le email rispetto alla concorrenza, con un’interfaccia all’epoca particolarmente innovativa e flessibile e abituando tutti a usufruirne gratuitamente, ma ora le cose potrebbero cambiare, almeno a giudicare da alcune scelte di Google nell’ultimo periodo.

Un tempo, nelle pagine che invitavano a iscriversi a Gmail, Google enfatizzava la possibilità di ottenere un indirizzo email e diversi gigabyte di spazio online gratuitamente, grazie al suo modello di business basato sulla pubblicità. Il servizio era inoltre promosso segnalando che lo spazio di archiviazione sarebbe aumentato costantemente, come poteva verificare ogni iscritto osservando il conteggio dei gigabyte disponibili al fondo della versione per browser di Gmail.

Le cose cambiarono nel 2013, quando Google decise di unire tutti i suoi servizi che prevedevano uno spazio di archiviazione online, mettendo quindi insieme Gmail, Drive e Google Foto. I gigabyte per ogni iscritto furono portati a 15, annullando poi il sistema di aumento nel tempo dello spazio di archiviazione. Da allora ogni nuovo iscritto a Google ha avuto a disposizione 15 GB per le proprie email, foto e per i file in Drive, con qualche rara occasione di aumento gratuito nel corso di particolari promozioni, con bonus diffusi nel 2015 e nel 2016 ai partecipanti ad alcune campagne sulla sicurezza online.

Da diversi anni, quindi, ci sono centinaia di milioni di account che continuano ad accumulare dati, banalmente ricevendo nuove email o salvando foto e file su Drive. Più gli account invecchiano, più aumenta la quantità di dati che si accumulano, fino a raggiungere il limite dei 15 GB. Il problema sta diventando comune a moltissimi utenti di Gmail, posti a un certo punto davanti a due scelte: fare pulizia e cestinare migliaia di messaggi email del loro archivio o file dai loro Drive; rassegnarsi a passare alla versione a pagamento del servizio, sempre offerto da Google. Ci sarebbe la terza opzione di aprire un account secondario, ma porta a numerose complicazioni soprattutto per la gestione dei file e rende comunque difficile il trasferimento della vecchia corrispondenza.

Lo scorso maggio Google ha rivisto la propria offerta a pagamento di archiviazione online, che non aveva riscosso molto successo, semplificandola e dandole un nuovo nome: Google One. Attraverso un sito molto semplice e intuitivo – già collegato al proprio account Google gratuito – dà la possibilità di abbonarsi a un servizio per avere 100 GB di spazio spendendo 20 euro l’anno. Per avere più spazio ancora si pagano cifre più alte fino a 300 euro al mese per 30 terabyte, ma è l’offerta da 100 GB – la più economica – a essere consigliata da Google alla maggior parte degli utenti. L’idea è abituarli a pagare poco (meno di due euro al mese) per avere qualcosa di più dal loro account e non dover più pensare allo spazio che si sta esaurendo e al rischio di perdersi qualche email importante.

Inoltre i piani di Google One possono essere condivisi in famiglia, in modo che più persone possano spartirsi come meglio credono i 100 GB tra i loro account. L’idea anche in questo caso è incentivare più persone a passare al modello a pagamento, spendendo una frazione di quanto costa un abbonamento mensile a Spotify per la musica o a Netflix per film e serie tv.

Dopo avere offerto per 15 anni servizi gratuiti basati sulla pubblicità e dai quali siamo diventati dipendenti (nel bene e nel male), ora Google inizia a chiedere qualcosa di diverso in cambio, sapendo che moltissimi non rinunceranno all’indirizzo di posta elettronica che usano da tempo e al quale sono collegati molti altri loro account. Pochi euro al mese moltiplicati per centinaia di milioni di utenti potrebbero trasformarsi in una fonte di ricavo notevole per Google, che continua comunque a produrre buona parte dei propri ricavi dalle pubblicità che mostra sul suo motore di ricerca e all’interno degli altri suoi servizi, Gmail compresa.

Come nota Bloomberg, di recente Google ha dato un altro indizio sulla riduzione delle occasioni per accedere gratuitamente ai suoi servizi. Dopo la recente presentazione dei suoi nuovi Pixel 4, la società ha confermato che lo spazio su Google Foto per salvare le loro foto continuerà a essere illimitato (quindi non conteggiato nei 15 GB), ma che le immagini non saranno più salvate alla massima qualità come era invece avvenuto con i precedenti Pixel.

Dallo scorso maggio gli acquirenti dei nuovi Chromebook, i computer che usano il sistema operativo Chrome OS di Google, ricevono 100 GB di spazio online gratuito solo per un anno, e non più per due come avveniva in passato.

La quantità di dati salvata online da ciascuno di noi è aumentata enormemente negli ultimi anni, e ha reso sempre più complicata e onerosa per le aziende l’offerta di spazio gratuito. Apple è stata tra le prime a passare a un modello a pagamento tramite il suo servizio iCloud: superati i 5 GB di spazio gratuiti, Apple dà la possibilità di sottoscrivere un abbonamento a un euro al mese per 50 GB e a tre euro al mese per 200 GB. Negli anni, molti utenti sono passati all’opzione a pagamento, per essere sicuri di mantenere i loro backup e gli altri dati, a cominciare dalle foto. Il passaggio è stato graduale e non ha indisposto più di tanto gli utenti, comunque già abituati a spendere per altri servizi offerti dall’azienda, mentre per Google potrebbe essere più complicato, avendo abituato tutti ad avere servizi non a pagamento.

L’annuncio del salvataggio online delle foto dei Pixel 4 non alla massima qualità, per esempio, ha portato a diverse proteste, con messaggi sui social network e richieste di mantenere la promessa fatta in passato per i precedenti Pixel. È stata anche pubblicata una petizione online su Change.org, che finora ha raccolto quasi 12mila adesioni.

Google finora ha attuato le sue modifiche senza fare molta pubblicità alla versione a pagamento di Gmail e degli altri servizi, confidando che gli utenti ci arrivino da soli, soprattutto se non vogliono perdere il loro indirizzo e rinunciare ai loro archivi di dati. Se anche solo un utente su dieci decidesse di passare all’opzione base da 100 GB, Google potrebbe produrre oltre 3 miliardi di ricavi in più all’anno, grazie ai suoi abbonamenti.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.