Un'immagine satellitare scattata da Planet Labs Inc. mostra una colonna di fumo salire dallo stabilimento saudita colpito sabato da un attacco, a Buqyaq (Planet Labs Inc via AP)
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  • lunedì 16 settembre 2019

Gli attacchi agli stabilimenti petroliferi dell’Arabia Saudita, spiegati

Non si sa ancora chi sia il responsabile, ma si sospetta dell'Iran e ci sono già state conseguenze sul prezzo del petrolio

Un'immagine satellitare scattata da Planet Labs Inc. mostra una colonna di fumo salire dallo stabilimento saudita colpito sabato da un attacco, a Buqyaq (Planet Labs Inc via AP)

Sabato sono stati attaccati due importanti stabilimenti petroliferi in Arabia Saudita appartenenti ad Aramco, l’azienda statale saudita di idrocarburi. Gli attacchi, 17 in tutto, sono stati compiuti nell’est del paese, a Khurais e Abqaiq, e hanno provocato danni molto rilevanti alla capacità di Aramco di produrre petrolio per settimane e forse mesi, con conseguenze sul prezzo globale del greggio. Non è ancora chiaro chi sia il responsabile: l’operazione è stata rivendicata immediatamente dai ribelli houthi, che stanno combattendo una guerra in Yemen contro uno schieramento guidato dai sauditi, ma ci sono diversi dubbi.

Gli Stati Uniti dicono che dietro agli attacchi potrebbe esserci l’Iran, e secondo diversi giornali americani, tra cui il New York Times, il governo guidato da Donald Trump starebbe studiando la possibilità di rispondere militarmente. Lunedì pomeriggio, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se il responsabile fosse stato l’Iran, Trump ha detto che «al momento sembra proprio così», ma ha anche aggiunto che non vuole iniziare nessuna guerra.

I dubbi sulla rivendicazione dei ribelli houthi ci sono stati fin da subito, per diverse ragioni. Il governo statunitense, alleato dell’Arabia Saudita, ha detto che gli attacchi ai due stabilimenti petroliferi erano partiti da nord o nordovest, quindi da Iran o Iraq, e non dallo Yemen, che si trova a sud. Inoltre sarebbe stata usata una combinazione di droni sofisticati e missili da crociera, cioè armamenti che indicano obiettivi e livelli di precisione molto al di là della capacità e delle disponibilità dei ribelli houthi, ma più compatibili con un paese come l’Iran, che da diverso tempo ha iniziato a compiere operazioni militari contro obiettivi ostili nel Golfo Persico, su cui si affaccia anche l’Arabia Saudita.

Un’immagine satellitare diffusa dal governo statunitense mostra i danni provocati dagli attacchi allo stabilimento petrolifero saudita di Abqaiq (U.S. government/Digital Globe via AP)

Sabato Mike Pompeo, segretario di Stato americano, ha accusato l’Iran di essere dietro all’operazione, che ha definito «un attacco senza precedenti alle forniture energetiche mondiali», anche se non ha specificato da dove sarebbe partito. Per il momento l’Arabia Saudita non ha indicato apertamente alcun responsabile.

Se si dovesse confermare il coinvolgimento dell’Iran negli attacchi di sabato, il governo statunitense potrebbe valutare l’ipotesi di una ritorsione militare. Già lo scorso giugno Trump aveva annullato all’ultimo minuto un’operazione militare contro l’Iran che lui stesso aveva approvato poco prima, e che avrebbe potuto portare a una rapida e significativa escalation di tensione tra i due paesi storicamente rivali nel Golfo Persico. L’attacco era stato deciso come ritorsione per l’abbattimento di un drone americano di cui si era reso responsabile l’Iran, ma secondo Trump sarebbe stato troppo rischioso, perché nell’operazione sarebbero potute morire 150 persone. Domenica il governo statunitense ha detto che prima di prendere qualsiasi decisione dovrà valutare molte cose e raccogliere più informazioni, anche perché le fotografie satellitari diffuse non mostrerebbero così chiaramente che gli attacchi siano arrivati da nord e nordovest (alcune sembrano mostrare danni sul lato occidentale delle strutture).

Un’immagine satellitare diffusa dal governo americano mostra alcuni danni provocati dall’attacco nello stabilimento di Abqaiq: i punti colpiti si trovano nella parte occidentale delle strutture, cosa che non sembra compatibile con le dichiarazioni del governo secondo cui gli attacchi sarebbe arrivati da nord e da nordovest (U.S. Government/DigitalGlobe, via Associated Press)

Intanto l’Iran ha negato le accuse, così come il governo iracheno, formalmente amico degli Stati Uniti. Secondo diversi esperti, comunque, gli attacchi di sabato sarebbero coerenti con la strategia che il regime iraniano sta portando avanti da mesi, cioè quella di uno scontro sempre maggiore con gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

Indebolito dalle sanzioni statunitensi reintrodotte da Trump dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, ha scritto il New York Times, l’Iran ha cercato di infliggere danni simili ai suoi avversari, in particolare minacciando l’abilità dell’Arabia Saudita e degli altri suoi alleati nel Golfo Persico di vendere petrolio. Ali Vaez, capo dell’Iran Project all’International Crisis Group (ong che si occupa di studiare crisi e conflitti), ha detto: «L’Iran vuole mostrare che invece di una gara dove c’è un vincente e un perdente, ci può essere una gara dove tutti escono perdenti».

Al di là delle decisioni che prenderanno Stati Uniti e Arabia Saudita una volta accertati i responsabili degli attacchi, quello che è successo sabato ha già avuto importanti conseguenze sulla capacità saudita di produrre petrolio, e quindi sul prezzo globale del greggio. L’Arabia Saudita è responsabile infatti di circa il 10 per cento delle forniture mondiali di petrolio, con 7,4 milioni di barili esportati al giorno. Gli attacchi di domenica hanno ridotto sensibilmente questa percentuale, che potrebbe rimanere più bassa fino a che non verranno riparati tutti gli impianti danneggiati: si stima infatti che gli attacchi abbiano distrutto la produzione di 5,7 milioni di barili al giorno di greggio.

Il Wall Street Journal ha scritto che il danno provocato dai bombardamenti di sabato, «un colpo che probabilmente nessun fornitore globale di petrolio ha subìto dai tempi della prima guerra del Golfo», ha evidenziato il ruolo fondamentale del petrolio saudita nella produzione mondiale e rischia di provocare scossoni notevoli ai mercati energetici globali. Reuters ha scritto che due fonti vicine ad Aramco hanno parlato di «mesi» perché la produzione saudita di petrolio ritorni ai livelli normali. Le precedenti stime parlavano di settimane.

Per evitare un eccessivo aumento del prezzo del petrolio, domenica Trump ha autorizzato a immettere sul mercato petrolio della Strategic Petroleum Reserve statunitense, riserva gestita dal dipartimento dell’Energia americano, nel caso in cui sarà necessario stabilizzare il mercato. Lunedì mattina, all’apertura dei mercati, è stato registrato il più grande aumento nel corso di una sola giornata del prezzo del petrolio, che è salito a 71 dollari al barile. Il Brent, l’indice del petrolio alla borsa di Londra, dove si vende e compra il petrolio nel bacino atlantico settentrionale, è salito di 12 dollari al barile nell’istante stesso in cui sono iniziate le contrattazioni.

Al momento non ci si aspetta uno sconvolgimento nel mercato globale del petrolio: la stessa Arabia Saudita ha abbastanza riserve di greggio da poter soddisfare gli impegni presi almeno per i prossimi 60 giorni. La questione rimane comunque capire quanto ci metteranno i sauditi a riparare i danni provocati dagli attacchi, e riportare la produzione di petrolio sui livelli precedenti a sabato.

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