(AP Photo/Hassene Dridi)
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  • domenica 15 settembre 2019

Oggi si vota per le presidenziali in Tunisia

Sono importanti, molto seguite e dall'esito incerto: quella tunisina è considerata l’unica delle cosiddette “primavere arabe” ad avere avuto un esito democratico

(AP Photo/Hassene Dridi)

Domenica 15 settembre in Tunisia si terranno le elezioni presidenziali. Si voterà con due mesi di anticipo a causa della morte, avvenuta a luglio, del presidente Beji Caid Essebsi, il primo ad essere stato eletto democraticamente nella storia del paese. Quelle di domenica saranno le seconde presidenziali dopo la rivolta del 2011, che portò alla fine del governo del presidente Ben Ali, al potere dal 1987. Il prossimo 6 ottobre, in Tunisia, si terranno anche le elezioni legislative.

Quella tunisina è tuttora considerata l’unica delle cosiddette “primavere arabe” ad avere avuto un esito democratico, ma il paese in questi ultimi anni non ha risolto i propri problemi e il processo verso la democrazia ha avuto risultati altalenanti. Da una parte la Tunisia è stata celebrata internazionalmente e presa come modello: è stato l’unico paese tra quelli coinvolti nella “primavera araba” che è riuscito a instaurare un regime democratico, ha tenuto regolari elezioni presidenziali, legislative e municipali e i suoi successi gli sono stati riconosciuti con l’attribuzione del Premio Nobel per la Pace al “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino”, cioè quattro organizzazioni che contribuirono alla transizione democratica dopo la rivoluzione del 2011. Dall’altra parte però la rivoluzione non è stata sufficiente a cambiare le cose. O meglio, ne ha cambiate alcune, ma altre no.

Dal 2011 si sono succeduti nove governi che non sono stati in grado di creare abbastanza posti di lavoro per le persone istruite (quattro tunisini su cinque con più di 15 anni sono alfabetizzati); non sono riusciti a rispondere alle richieste di migliori servizi, nel campo sanitario ad esempio. L’ultimo di questi governi ha stretto un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito di quasi tre miliardi di dollari distribuiti in quattro anni, in cambio di riforme economiche. Le riforme sono entrate in vigore dal primo gennaio 2018, e oltre ai rincari hanno previsto anche un taglio agli stipendi e alle nuove assunzioni nel settore pubblico, che da solo rappresenta la metà delle spese statali. L’austerità ha causato diverse proteste e molto malcontento.

Le votazioni di domenica si svolgeranno dunque in questo contesto, all’interno di un panorama politico in pieno processo di riconfigurazione e con il rischio di indebolire la relativa stabilità politica del paese. Nel 2014, quando si tennero le prime presidenziali, la scena politica era polarizzata tra il campo islamista-rivoluzionario di Ennahda e il campo modernista di Essebsi, che vinse con il partito Nidaa Tounes di matrice laica, fondato nel 2012.  Oggi è tutto più confuso: ogni famiglia politica conta almeno tre candidati, poi ci sono i candidati indipendenti che in alcuni casi sono sostenuti da nuovi movimenti populisti e anti-sistema.

I candidati sono in totale 26 (su più di 90 candidature proposte: 24 sono uomini e 2 sono donne): saranno votati direttamente dai cittadini e dalle cittadine. Se nessuno otterrà la maggioranza, le due persone che avranno raccolto il maggior numero di voti passeranno al secondo turno, che si terrà entro il 3 novembre. La campagna elettorale si chiuderà il 13 settembre e i risultati preliminari saranno annunciati il ​​17.

Per la prima volta, sono stati organizzati dei confronti in tv tra i vari candidati, un fatto che è stato considerato storicamente molto significativo, e il tema della partecipazione al voto delle donne è al centro del dibattito: le iscritte sui registri elettorali sono più degli iscritti, ma il timore che le donne non riusciranno ad esprimere concretamente il loro voto è molto alto. Uno dei problemi principali è quello del trasporto. Anouare Mnasrri, presidente di un’associazione che difende i diritti delle donne in politica, ha proposto alla Commissione elettorale di creare una mappatura delle aree più isolate e al ministero dell’Interno di organizzare un sistema speciale di trasporti, il giorno del voto. «Molti politici approfittano di questo handicap per offrire autobus o automobili. Di conseguenza, le donne si sentono obbligate a votare per il partito o la persona che ha dato loro i mezzi per farlo. Vorremmo che questo cambiasse».

Tra i candidati favoriti ci sono Nabil Karoui, uomo d’affari che è stato arrestato a fine agosto con l’accusa di riciclaggio, frode finanziaria e corruzione; Abdelfattah Mouro, uno dei membri fondatori di Ennahda e primo candidato presidente della formazione islamista; Kais Saied, professore di diritto costituzionale, indipendente; Abir Moussi, una sostenitrice di Ben Ali; Youssef Chahed, l’attuale primo ministro, e Abdelkarim Zbidi, ex ministro della Difesa che si presenta come indipendente.

Nabil Karoui è un potente uomo d’affari che è stato arrestato a fine agosto con l’accusa di riciclaggio, frode finanziaria e corruzione. Lui ha negato le accuse e sostiene che il suo sia stato un arresto politico per screditarlo. Ha 56 anni ed è proprietario di Nessma TV, un canale privato molto seguito nel paese: per questo viene spesso descritto come il “Berlusconi tunisino”. Nel 2017 ha fondato un’associazione benefica per combattere la povertà e durante la campagna elettorale si è presentato come il candidato della povera gente. La sua popolarità è aumentata dopo una serie di visite e donazioni ai villaggi più poveri dell’entroterra e del sud del paese, iniziative generosamente pubblicizzate attraverso i canali che possiede. Il suo successo, dicono gli osservatori, è il sintomo di una reazione contro il sistema, alimentata dalle promesse sociali ed economiche non mantenute dai governi usciti dalla rivoluzione del 2011.

Tra i principali candidati c’è anche l’attuale primo ministro Youssef Chahed, nominato nel 2016 dal defunto presidente Essebsi: ha 43 anni ed è un ingegnere. Negli ultimi mesi, la sua popolarità è crollata di fronte alle spaccature interne dell’area politica di cui fa parte e alle difficoltà del suo governo per ridurre l’inflazione e la disoccupazione. All’inizio di quest’anno ha fondato un suo partito, Tahya Tounes, sostanzialmente attorno alla sua persona. A metà agosto Chahed ha deciso di non dimettersi, ma di “delegare le sue prerogative” come capo del governo a uno dei suoi ministri fino alla fine della campagna elettorale. Ha anche rinunciato alla nazionalità francese per rispettare un articolo della Costituzione che proibisce al capo dello stato di possedere una nazionalità straniera, ma è stato molto criticato per non aver detto prima di avere una doppia cittadinanza.

Abir Moussa è una donna, ha 44 anni, è presidente del Partito costituzionale libero della Tunisia, uno dei più antichi del paese, e ha una posizione molto critica nei confronti della “primavera araba” e degli islamisti. Un altro candidato di cui si parla molto è il ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, che si è dimesso prima di presentarsi. Ha 69 anni e dice di essere al di sopra della politica di partito e delle lotte interne che, secondo lui, hanno avuto conseguenze negative sull’economia del paese negli ultimi anni. È stato due volte ministro della Difesa, prima in un governo guidato dagli islamisti di Ennahda e poi con Chaded.

Il partito islamista moderato Ennahda, una delle principali forze politiche presenti in parlamento e quella che ha ottenuto i migliori risultati alle amministrative del 2018, ha scelto, per la prima volta, di avere un proprio candidato alla presidenza. Si chiama Abdelfattah Mouro, ha 71 anni, è avvocato, è uno dei membri fondatori di Ennahda e ha preso le distanze dalle posizioni più conservatrici del suo partito. Negli ultimi due anni,  Ennahda ha in generale cercato di modificare la propria immagine, insistendo nel voler essere descritto come un partito “democratico musulmano” e non più “islamista”.

Sebbene la diversità dei candidati rifletta la vitalità democratica del paese, l’attuale panorama politico presenta una situazione complessa e dall’esito incerto. La scissione islamisti contro progressisti, secondo gli osservatori, è diventata insomma solo una delle tante: c’è anche una contrapposizione regionalista, una divisione molto netta tra chi è stato al governo e chi rappresenta l’opposizione al sistema, e quella che ha a che fare con un giudizio sull’ultimo governo. «Spesso nel mondo arabo, quando parliamo di elezioni sappiamo già chi alla fine vincerà con il 99,99 per cento» ha commentato Lassad Khedder, a capo di un sindacato di categoria: «Oggi, invece, non sappiamo chi vincerà».

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