(Marco Cassini)

Come sarebbero le fascette dei libri se dicessero la verità

"La nostra imitazione sfigata di quell’altro libro che è andato fortissimo", "Si abbina bene a ogni tazza", eccetera

(Marco Cassini)

Un comune divertimento di chi lavora nel mondo dei libri o ne legge molti è commentare le fascette, cioè le strisce di carta che nelle librerie avvolgono gran parte dei volumi pubblicati più di recente e su cui vengono riportate presunte buone ragioni per cui si dovrebbe acquistare un certo libro. Alcune dicono quante copie di quel libro sono già state vendute o quante ristampe sono state fatte, altre citano il giudizio di un altro scrittore sul libro o un premio letterario che ha vinto. Come molti altri tipi di pubblicità, spesso esagerano. Per prendere in giro le fascette (e tutta l’editoria) domenica l’editore di Sur Marco Cassini ha proposto su Twitter un gioco con l’hashtag #FascettaOnesta: provare a scriverne una che dica qualcosa di vero su tanti libri non così speciali che vengono pubblicati e «rivelare i segreti del mondo editoriale».

Quelle più riuscite sono quelle scritte dagli addetti ai lavori, che conoscono bene i lati meno lusinghieri del mestiere di fare libri. Martina Testa, editor, traduttrice e collega di Cassini da Sur (che è una piccola casa editrice), si è forse tolta un sassolino dalla scarpa proponendo: «Un grande autore strappato a un piccolo editore».

Lo scrittore e social media manager di Adelphi Michele Orti con la sua ha spiegato perché le fascette che citano il numero di ristampe di un libro sono spesso ingannevoli, dato che non specificano da quante copie fossero le ristampe: fare tante ristampe da poche copie è una strategia del mercato editoriale piuttosto tipica dopo la crisi successiva al 2008. Inizialmente era un modo per contenere i costi ed essere prudenti, nel tempo è diventata anche questione di marketing.

La scrittrice e attivista Giulia Blasi ha pensato a quelli che a volte scrivono i libri anche se il loro nome non c’è sulla copertina.

Sullo stesso genere:

Blasi ne ha scritta una anche per certi libri scritti da donne, dato che il tema le sta a cuore.

La blogger e influencer Francesca Crescentini invece si è ispirata a un fenomeno che coinvolge le librerie dell’usato: capita che siano ben fornite di libri appena usciti, a volte con dediche degli autori indirizzate a nomi propri uguali a quelli di noti giornalisti.

Il fumettista Tito Faraci, tra le altre cose curatore della collana Feltrinelli Comics, ne ha scritta una per i tipi di libri di cui si occupa.

Quella che gli è venuta meglio però è quella che descrive un altro meccanismo che capita nel mercato editoriale: una casa editrice fa una grossa offerta a uno scrittore che ha avuto successo con la concorrenza e spera che quel successo si ripeta.

Dello stesso genere, cioè sulle vere motivazioni per cui una casa editrice pubblica un libro, riproposte come giustificazioni non richieste:

E pensando agli autori che diventano tali solo perché amici o parenti di qualcuno di importante, oppure perché sono importanti loro stessi per ragioni che non c’entrano con la scrittura.

Anche il peraltro direttore del Post Luca Sofri ci si è messo.

Ma non è stato l’unico a pensare a quei libri che una casa editrice fa simili ad altri che hanno avuto successo in passato.

Lo scrittore Marco Rossari invece ha usato l’hashtag per scherzare sulle motivazioni estetiche per comprare un libro, che si tratti di arredare una stanza oppure mettere una foto su Instagram.

Rossari non è stato il solo a pensarci.

Lo scrittore Diego De Silva invece ha scritto il negativo triste – e onestissimo – di una tipica fascetta:

Tanti altri invece hanno continuato il gioco immaginando recensioni brevi ma sincere di tanti libri.

E infine, forse le più universali di tutte.

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