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  • mercoledì 28 Agosto 2019

Il ritmo che si sente un po’ ovunque

Da Ed Sheeran a Giusy Ferreri, da Luis Fonsi a Fedez e Liberato: storia del "tresillo", che ha conquistato il pop contemporaneo

Da alcuni anni esiste la tendenza ben visibile e molto raccontata del pop contemporaneo a ricercare atmosfere e sonorità “caraibiche”, in quelle canzoni pensate per diventare grandi hit estive, singoli confezionati appositamente per dominare le classifiche e macinare milioni e milioni di riproduzioni sui servizi di streaming. Le canzoni in questione possono essere diversissime tra loro, per lingua, strumenti musicali, raffinatezza, originalità: ma sono tutte accomunate dallo stesso ritmo. Si chiama “tresillo”: è una derivazione della clave, un “pattern ritmico” – cioè una singola unità del ritmo – tipico della musica afrocubana. Ed è diffuso nella musica occidentale più o meno da duecento anni.

Non è quindi una rivelazione o una novità, ma è anzi una caratteristica arcinota tra gli addetti ai lavori della musica, anche se fuori dalla nicchia se ne è parlato soprattutto negli ultimi mesi, come successo di recente sul New York Times. Rimane però un aspetto poco noto a chi non conosce la teoria musicale: imparare a riconoscerlo significa capire cos’è che accomuna canzoni come “Shape of You” di Ed Sheeran a “Gasolina” di Daddy Yankee, per fare due esempi di canzoni famose diversissime tra loro, ma entrambe basate sul tresillo.

Reggaeton ovunque
Negli ultimi anni le canzoni che si richiamano a generi come il reggaeton e la dancehall, originari del Porto Rico e della Giamaica, sono diventate molto popolari anche al di fuori della comunità latina: un po’ perché negli Stati Uniti, il maggior mercato del pop contemporaneo, la minoranza ispanica è sempre più influente (ed è sempre meno una minoranza), un po’ perché sono notoriamente generi da ballare, adatti a tormentoni e in particolare a quelli estivi, per via delle ambientazioni un po’ esotiche e per il tono generalmente brioso che li caratterizza. Le caratteristiche musicali che hanno reso popolari questi generi sono le stesse che li hanno resi insopportabili a moltissime persone, che hanno malvisto la recente ascesa di artisti come J Balvin, il più popolare cantante reggaeton del momento, ormai invitato anche a festival importanti e autorevoli come il Primavera Sound di Barcellona.

Il successo della musica caraibica non si vede soltanto dalla quantità di artisti reggaeton che calcano le classifiche, ma anche per l’influenza che ha sulla musica pop “tradizionale”. Sempre più canzoni, infatti, sono accomunate da un ritmo (un pattern ritmico, più propriamente) tipicamente latinoamericano e caraibico, conosciuto come tresillo. È una di quelle cose piuttosto difficili da capire per chi non mastica un po’ di teoria musicale, ma sostanzialmente consiste in tre suoni di durata diversa, riprodotti ripetutamente. A voler scendere un po’ più nel dettaglio, il ritmo di questi suoni è “sincopato”: l’accento ritmico, cioè, cade in un posto diverso rispetto al solito. Non suona “dritto”, insomma, ma ha una cadenza inaspettata.

Boom-cha ba boom-cha
In ogni caso, è più facile capirlo ascoltandolo: l’attacco di “Shape of You” è un buon modo per riconoscere il tresillo. Contate pure i suoni: le prime tre note che si sentono sono la singola unità, la quarta è la prima della “terzina” successiva. Boom-cha ba / boom-cha ba / boom-cha ba e così via.

Anche se potrebbe sfuggire a un ascoltatore poco accorto, quel ritmo alla base di “Shape of You” è il tratto più distintivo della musica reggaeton: può aiutare sentirlo nel suo habitat naturale, per esempio la famosa canzone del 2004 “Gasolina”, del cantante Daddy Yankee. Si sente il tresillo a partire dal minuto 0.20.

Oppure in “Despacito” di Luis Fonsi, uno dei più grandi successi della storia del pop mainstreamdove il tresillo comincia a sentirsi distintamente dal minuto 1.25.

E tornando al pop anglosassone: Justin Bieber lo ha usato per la sua canzone “Sorry” del 2015. Da 0.13 in poi: un due-tre / un due-tre / un due-tre.

Per fare un esempio italiano, invece, torna buona “Oi Marì”, una delle ultime canzoni di Liberato, dove il tresillo si sente molto bene fin dall’inizio.

Ma anche “Roma – Bangkok” di Baby K con Giusy Ferreri, per fare un altro esempio di una delle prime canzoni pop italiane mainstream ad aver sdoganato il reggaeton.

E “Senza Pagare” di Fedez e J-Ax, uguale.

Da dove arriva?
La storia del tresillo, come quella di molte cose della musica, è una storia di commistioni, appropriazioni e scambi tra culture molto diverse, anche legate a eventi tragici. È infatti un ritmo nato nell’Africa subsahariana, che arrivò nelle isole dei Caraibi durante la tratta degli schiavi a partire dal XVI secolo. Lì si radicò profondamente nelle tradizioni musicali di posti come Cuba, Porto Rico e Giamaica, diventando l’unità ritmica fondamentale della musica che oggi chiamiamo “afrocubana”.

A essere precisi, il tresillo è una variazione della clave, che è il vero ritmo alla base della musica latina: la clave, per com’è tradizionalmente intesa nella teoria musicale, non è altro che un tresillo a cui seguono altre due note. Nel tempo la clave è stata variata, tagliata e allargata per generare vari ritmi, più o meno complessi: uno di questi, tra i più semplici, è il tresillo. Nell’Ottocento diventò molto popolare fuori dai Caraibi per via della habanera, una danza tradizionale cubana, e da lì iniziò a essere incorporata anche nella musica europea: una variazione della clave, per esempio, sta alla base della famosa aria “L’amour est un oiseau rebelle” della Carmen, l’opera più famosa di George Bizet. La si sente nell’accompagnamento iniziale degli archi, che invece di tre note ne suonano quattro: ma il principio è lo stesso.

All’inizio del Novecento, il tresillo e le sue variazioni elaborate dalla musica caraibica entrarono nel bagaglio culturale dei primi musicisti ragtime e jazz del sud degli Stati Uniti. Essendo questi musicisti afroamericani, e quindi discendenti di schiavi, la clave faceva in realtà parte della loro storia musicale. Fu così che, per esempio, il pianista James P. Johnson prese il tresillo, eliminò la terza nota della sua unità fondamentale e creò il celebre ritmo “charleston”. Ta-taa ta-taa ta-taa eccetera, dal minuto 0.11: provate a canticchiarci sopra i primi suoni di “Shape of You”, se li ricordate, vedrete che si sovrappongono.

Il tresillo per come lo conosciamo oggi
Altre variazioni della clave e del tresillo stanno alla base della bossa nova, per esempio, ma anche della rumba cubana, della salsa e della conga. Nel suo uso moderno, però, il tresillo è strettamente legato alla canzone “Dem Bow”, pubblicata nel 1990 dal cantante reggae Shabba Ranks, la cui base ritmica – che campionava un pezzo dell’anno precedente del duo Steely & Clevie – diventò un caposaldo della musica dancehall, tanto che si cominciò a parlare di “dem bow rhythm”.

Negli anni Novanta il reggaeton esplose nella comunità ispanica, partendo da Porto Rico e diffondendosi in tutti gli Stati Uniti, finché negli anni Duemila artisti come Daddy Yankee, Shakira, Sean Paul, Shaggy e molti altri la resero mainstream. Sempre portandosi dietro il tresillo, come si può sentire facilmente per esempio da “Hips Don’t Lie” di Shakira.

Con la popolarità del reggaeton, il tresillo, ormai associato a un preciso suono di batteria elettronica e conosciuto principalmente come “dembow rhythm”, entrò in tantissime canzoni pop. Prendete per esempio “One Dance” del rapper canadese Drake.

Tra il luglio del 2015 e il luglio del 2017, canzoni basate sul dembow rhythm sono rimaste per 51 settimane complessive in cima alla classifica Hot 100 di Billboard. È dappertutto, anche se spesso non ce ne accorgiamo, perché a essere dappertutto è l’influenza reggaeton nel pop di questi anni.