Longyearbyen, Spitsbergen, 8 aprile 2015 (Jens Büttner/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • domenica 18 agosto 2019

Un posto con le frontiere aperte, ma dove pochi vogliono trasferirsi

«Se rendi attraente la vita alle Isole Svalbard, non c'è modo di garantire che saranno i norvegesi a venire»

Longyearbyen, Spitsbergen, 8 aprile 2015 (Jens Büttner/picture-alliance/dpa/AP Images)

La giornalista Atossa Araxia Abrahamian ha pubblicato sulla rivista statunitense The Nation un lungo reportage sulle isole Svalbard, un arcipelago del mare Glaciale Artico, a nord della Norvegia e a sud del Polo Nord. Le Svalbard sono il luogo che più si avvicina all’idea di “frontiere aperte”: finché puoi sostenerti, cosa non semplice, è possibile trasferirsi e vivere lì senza avere un visto. Non c’è infatti alcun requisito particolare per risiedere alle Svalbard in modo permanente: «Quando atterri a Longyearbyen», la città più popolosa delle isole, «puoi scendere dall’aereo e allontanarti». Non c’è alcun controllo del passaporto, nessuna guardia armata, nessuna macchina biometrica che ti scansiona le dita.

Questo non rende le Svalbard un luogo ospitale, semplice e felice: tutti i voli per arrivarci oggi attraversano Oslo o Tromsø, quindi dei visti di transito vanno comunque ottenuti. I servizi presenti sull’arcipelago, poi, sono minimi. Queste isole, insomma, non «attireranno la parte di mondo più stanca, povera e stremata. E quando nel 2015 un politico norvegese di destra propose di mandare le famiglie dei rifugiati a nord, piuttosto che ospitarle sulla terraferma, non intendeva fare una cosa gentile».

Oggi le Svalbard sono abitate da poco più di 2.500 persone. Le isole formalmente dipendono dalla Norvegia, sebbene con dei limiti di sovranità nazionale dovuti a un insolito trattato firmato nel 1920 alla fine della Prima guerra mondiale. Il trattato fu necessario a seguito di una lunga disputa legale sulla giurisdizione internazionale delle isole: più che una sovranità della Norvegia, riconosce una «sfera di influenza», poiché non tutte le leggi norvegesi possano essere applicate nelle isole. In particolare, il trattato stabilisce la demilitarizzazione dell’arcipelago e una serie di agevolazioni fiscali per chi ci abita. Ma stabilisce anche, per gli stati che l’hanno firmato, un principio di «non discriminazione»: il diritto di insediamento e sfruttamento della terraferma e il riconoscimento di acque territoriali per un’ampiezza di quattro miglia. Il cosiddetto principio di non discriminazione «impedisce allo stato di trattare i non norvegesi in modo diverso dai norvegesi. E questo vale non solo per l’immigrazione, ma anche per l’apertura di attività commerciali, caccia, pesca e altro ancora».

Longyearbyen, 12 marzo 2012 (AP Photo/Scanpix Norway, Berit Roald)

Il trattato fu inizialmente sottoscritto da 14 stati (Norvegia, Stati Uniti, Danimarca, Italia, Giappone, Francia, Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Sudafrica e India) e nei successivi cinque anni se ne aggiunsero altri, come Cina, Germania e Unione Sovietica (che, oltre alla Norvegia, fu l’unico paese a insediare una propria comunità sull’arcipelago e fondò i villaggi minerari di Pyramiden e di Barentsburg, oggi praticamente disabitati).

Oggi a Barentsburg, racconta la giornalista Abrahamian, vivono circa 450 persone: la città si trova a più o meno 60 chilometri da Longyearbyen ma è accessibile solo in barca, motoslitta o elicottero. Pyramiden è invece praticamente una città fantasma dal 1998: ha solo sei residenti, ma per decenni fu una fiorente città sovietica. «Tra i resti fatiscenti della sua infrastruttura mineraria, la classica architettura sovietica e alcuni monumenti sorprendentemente resistenti (incluso quello dedicato a Lenin), si possono vedere gli indizi della sua prosperità. A differenza di altri insediamenti nell’arcipelago, Pyramiden vanta prati erbosi, (…) ha una vecchia serra dove crescevano pomodori, cetrioli e verdure; un fienile per il bestiame importato; un parco giochi; e i dormitori dei lavoratori». Nel corso degli anni, però, «la cattiva gestione e la riduzione delle riserve di carbone – per non parlare della caduta dell’URSS – hanno fatto scappare i residenti».

Gli scandinavi furono probabilmente i primi ad arrivare alle Svalbard, all’inizio del Dodicesimo secolo, ma non ne abbiamo prove certe. Nel 1596 l’olandese Willem Barentsz scoprì l’arcipelago mentre si trovava alla ricerca di un passaggio verso il Polo Nord, ma il primo sbarco conosciuto sull’isola risale al 1604, quando il celebre navigatore inglese Henry Hudson attraccò a Bjørnøya e iniziò a cacciare trichechi e balene. Alla fine del Diciassettesimo secolo la sola flotta olandese uccideva dalle 750 alle 1.250 balene all’anno; già alla metà del Diciannovesimo secolo la popolazione dei cetacei era talmente scarsa che quell’attività si esaurì.

Alla fine dell’Ottocento le Svalbard – che erano una “terra di nessuno”, cioè un’area senza sovranità – cominciarono ad attirare interessi anche per la presenza di numerosi giacimenti di carbone. Le prime miniere vennero impiantate dai norvegesi, dal 1904 si insediarono gli inglesi e i russi e i giacimenti iniziarono a essere sfruttati in modo intensivo anche dalle società statunitensi. Una di queste, la Arctic Coal Company, era guidata da John Munro Longyear, il fondatore dell’insediamento di Longyear City, che nel 1925 diventerà, con il nome di Longyearbyen, il capoluogo dell’arcipelago. Nel 1916 la Arctic Coal Company fu acquistata dalla Store Norske Spitsbergen Kulkompani, la cui attività estrattiva rappresentò la principale attività e fonte di reddito per le isole.

All’inizio del Novecento iniziarono le prime discussioni per stabilire una sovranità sull’intero arcipelago, e si arrivò così alla Conferenza di pace di Parigi, quando gli Alleati accettarono la sovranità della Norvegia. Nel Dopoguerra le discussioni tra Norvegia e Unione Sovietica sullo sfruttamento delle risorse, basate su una differente interpretazione del Trattato del 1920, furono molto conflittuali: le trattative durarono decenni. La vicenda si concluse solamente nel 2010, quando l’allora presidente russo Dimitri Medvedev e l’allora primo ministro norvegese Jens Stoltenberg firmarono un documento che stabiliva esattamente la linea di confine tra i territori appartenenti alle due nazioni.

Negli ultimi anni, però, ci sono state diverse nuove controversie. Nel gennaio 2017 la Guardia costiera norvegese sequestrò un peschereccio lettone per aver lanciato, senza licenza, 2.600 reti per granchi. Il caso arrivò alla Corte suprema norvegese, dove tutti e 11 i giudici diedero torto al peschereccio. Tuttavia, il caso non riguardava solo i granchi: c’entrava soprattutto il petrolio e la sua gestione. «Il caso dei granchi è per ora risolto, ma è improbabile che il sottostante conflitto sulla giurisdizione rimanga inattivo a lungo», commenta Abrahamian.

Una funivia storica per il trasporto del carbone, 21 agosto 2012, Longyearbyen, Norvegia (Michael Narten/picture-alliance/dpa/AP Images)

La gran parte delle Svalbard è coperta da ghiacci. Il clima è polare, con temperature minime che d’inverno toccano i meno 40 °C e con massime estive che possono salire fino a 5-6 °C. «A Longyearbyen», racconta Abrahamian, «il terminal dell’aeroporto ha le dimensioni di una palestra scolastica. Ci sono manifesti dell’università locale di ricerca, di una società di logistica e spedizioni (…), ma i cartelli più importanti sono rivolti al crescente numero di turisti». Longyearbyen è abitata da persone di 53 nazionalità differenti; la presenza thailandese è significativa. Secondo il governatore delle Svalbard, il 37 per cento della popolazione di Longyearbyen è straniera.

Il turismo nelle Svalbard è sia una fonte di reddito che di preoccupazione. Durante i mesi estivi, i passeggeri delle navi da crociera che scendono a Longyearbyen raddoppiano in poche ore la popolazione della città: «Sembra che tutti – guide turistiche, negozianti, imprenditori, governatore – concordino sul fatto che le infrastrutture dell’arcipelago non possano gestire così tante persone in una volta sola. Longyearbyen funziona ancora a carbone, non ha una fossa biologica e spedisce la maggior parte dei propri rifiuti verso la terraferma». Le Svalbard «potrebbero sembrare una fantasia libertaria di confini aperti, autosufficienza e tasse basse, ma gestire una società del genere richiede una quantità sorprendente di governance».

La massima autorità sulle isole è il sysselmann, o governatore, nominato dal governo centrale di Oslo. A Longyearbyen ci sono anche un sindaco e un consiglio eletti democraticamente, che supervisionano la scuola, le strade, la gestione dei rifiuti e altri affari cittadini. I residenti possono votare se hanno vissuto in città per almeno tre anni, anche se i cittadini nordici – e non solo i norvegesi – possono votare già dopo poche settimane di permanenza. L’attuale governatore delle Svalbard si chiama Kjerstin Askholt e ha raccontato a The Nation che la Norvegia sembra voler evitare di governare una comunità formata da non norvegesi: «Ciò che conta di più per noi è invece mantenere la comunità norvegese alle Svalbard», ha detto.

In un luogo di questo tipo, con confini aperti, creare incentivi a trasferirsi però è complesso: «Se rendi attraente la vita alle Svalbard – con buone scuole, per esempio, o alloggi migliori – non c’è modo di garantire che saranno i norvegesi a venire. Allo stesso tempo, le Svalbard non possono allontanare nessuno a causa della loro nazionalità. Il risultato (…) è che il governo norvegese fornisce alle Svalbard il meno possibile: a differenza della terraferma, le isole hanno solo un livello minimo di assistenza sanitaria, assistenza all’infanzia e prestazioni abitative».

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