Hong Kong (AP Photo/Vincent Thian)
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  • mercoledì 14 agosto 2019

Cosa sta facendo la Cina a Hong Kong

Per ora sta cercando di fermare le proteste senza usare la forza militare, con la censura e le minacce: ma appunto, per ora

Hong Kong (AP Photo/Vincent Thian)

Da dieci weekend consecutivi a Hong Kong stanno proseguendo grandi proteste per chiedere più libertà e democrazia. Centinaia di migliaia di persone stanno chiedendo le dimissioni della leader Carrie Lam, profondamente legata al governo centrale di Pechino e al Partito comunista cinese, ma finora sono riuscite solo a ottenere la sospensione di una controversa legge sull’estradizione che aveva dato il via alle prime manifestazioni. La polizia di Hong Kong ha cominciato a reagire con sempre più violenza, anche se finora non è stata accompagnata da un intervento diretto – militare o di polizia – della Cina, che per diverse ragioni, almeno finora, ha preferito usare altri strumenti per contrastare le proteste.

Dell’ipotesi di un intervento cinese con la forza a Hong Kong si parla da qualche settimana, soprattutto da quando è stato chiaro che le proteste non si sarebbero fermate alla sospensione della legge sull’estradizione. Sulla carta, infatti, la Cina avrebbe la possibilità legale e concreta di usare la forza all’interno del territorio autonomo di Hong Kong.

La Legge Fondamentale – una specie di Costituzione in vigore a Hong Kong da quando il Regno Unito restituì il territorio alla Cina, nel 1997 – prevede che l’esercito cinese possa intervenire solo su richiesta diretta del governo di Hong Kong, per «il mantenimento dell’ordine pubblico e in caso di catastrofe». I soldati dell’esercito cinese a Hong Kong sono circa 5mila, e fino a due settimane fa avevano mantenuto un profilo molto basso. Il 31 luglio, però, qualcosa ha cominciato a cambiare: la guarnigione militare cinese a Hong Kong ha diffuso un video che è stato interpretato come un avvertimento e una minaccia ai manifestanti. Nel video si vedono soldati cinesi fare esercitazioni militari a Hong Kong e si sente un militare urlare nel dialetto cantonese locale: «Tutte le conseguenze sono a vostro rischio e pericolo».

Finora, hanno detto diversi analisti, il governo di Pechino si è limitato ad appoggiare la repressione delle proteste da parte della polizia locale, senza intervenire direttamente, anche perché vedere soldati cinesi marciare su Hong Kong per reprimere proteste a favore della democrazia sarebbe disastroso per la reputazione e la stabilità economica di Hong Kong, e rischierebbe di provocare una forte reazione internazionale.

La Cina ha comunque usato altri strumenti per imporre la sua volontà, sia politici che di altro tipo.

Anzitutto non ha ceduto alle pressioni dei manifestanti che chiedevano le dimissioni di Carrie Lam, considerata molto vicina al regime comunista cinese. Il controllo che esercita la Cina sulla politica locale è da sempre molto forte: nel 2017, inoltre, è stata approvata una legge che prevede che ogni candidato leader di Hong Kong – eletto poi tramite il voto – sia pre-approvato da una commissione apposita per lo più filocinese, e che sia poi vagliato del governo di Pechino. Dixon Ming Sing, docente dell’Università di Hong Kong intervistato da BBC, ha detto che se volesse il regime cinese potrebbe in ogni momento esigere le dimissioni di Lam: «Ma penso che la Cina non voglia farlo, perché vuole mostrare che non è condizionabile dall’opinione pubblica».

Un altro strumento del governo cinese per mantenere il controllo su Hong Kong è quello degli arresti arbitrari di dissidenti o semplicemente persone considerate dannose per il Partito comunista. Nonostante la legge sull’estradizione sia stata sospesa, la Cina continua a bypassare le norme che regolano l’arresto di abitanti di Hong Kong e il loro trasferimento nella Cina continentale. Molti locali, inoltre, cedono alle pressioni di non partecipare a manifestazioni e proteste per il timore di repressioni contro i propri familiari che si trovano in altre parti del paese.

Un altro potente strumento della Cina è la manipolazione delle informazioni, sia attraverso il controllo totale di Internet nel paese (ma non a Hong Kong) sia tramite la fabbricazione di moltissime notizie false.

La prima cosa da sapere è che Hong Kong è fuori dal cosiddetto “Great Firewall“, cioè il “muro” informatico di censura e sorveglianza che la Cina impone all’interno del suo territorio, non permettendo per esempio il libero accesso a siti e social network stranieri. Questo significa che il Partito comunista cinese è in grado di manipolare molto efficacemente tutte le informazioni che arrivano in Cina, anche sul tema delle proteste a Hong Kong, che sono presentate per lo più come atti di disordine pubblico organizzati da bande criminali e appoggiati da stati stranieri. Secondo la propaganda cinese, i manifestanti di Hong Kong non starebbero protestando a favore di più democrazia e libertà, ma vorrebbero che il territorio autonomo si staccasse definitivamente dalla Cina, diventando indipendente. Oltre alla propaganda, in Cina è molto diffusa la disinformazione, che ha l’obiettivo di creare confusione e alimentare teorie complottiste.

La narrativa adottata dal governo cinese, ha scritto il New York Times, ha provocato tra le altre cose molte reazioni di rabbia di cinesi verso gli abitanti di Hong Kong, accusati di voler separare il paese. Negli ultimi giorni molti utenti di Weibo, social network molto simile a Twitter, hanno cominciato a chiedere al regime di Pechino di intervenire con la forza per sedare le proteste. «Considerato che i censori cinese hanno l’abilità di rimuovere rapidamente i commenti ritenuti offensivi», ha specificato il New York Times, «l’abbondanza di questo tipo di commenti suggerisce che la volontà del governo sia tollerare simili avvertimenti».

I media cinesi hanno anche difeso a più riprese la polizia di Hong Kong, che da qualche settimana ha cominciato a reprimere in maniera violenta le proteste, e hanno alimentato l’odio verso i manifestanti.

Quando il 3 agosto scorso i manifestanti hanno tirato giù la bandiera cinese da un’asta a Victoria Harbor, che separa l’isola di Hong Kong a sud dalla penisola di Kowloon a nord, la televisione statale cinese CCTV ha scritto ai suoi 87 milioni di followers su Weibo: «La bandiera a cinque stelle ha 1,4 miliardi di guardiani. Condividi! “Sono un guardiano della bandiera”», messaggio ripubblicato poi da più di 10 milioni di persone. Lunedì scorso il China Daily, giornale del Partito comunista cinese, ha pubblicato la foto di un manifestante con un’arma giocattolo identificandola come un lanciagranate M320, usato dall’esercito statunitense.

Il timore di molti osservatori è che la Cina possa decidere in futuro di intervenire con la forza a Hong Kong, se le proteste non dovessero fermarsi. La scorsa settimana più di 12mila agenti di polizia si sono riuniti a Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong (vicina a Hong Kong), per un’esercitazione che ha incluso anche misure anti-sommossa simili a quelle adottate nelle ultime settimane dagli agenti di polizia di Hong Kong contro i manifestanti. Il governo cinese ha giustificato le esercitazioni sostenendo che fossero parte dei preparativi per il 70esimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese.

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