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  • Venerdì 9 agosto 2019

La donna che ha vinto una durissima gara mista di ciclismo

Battendo più di duecento uomini, e pedalando per 4mila chilometri in poco più di dieci giorni: e non è nemmeno una professionista

James Robertson Photography for The Transcontinental Race
James Robertson Photography for The Transcontinental Race

Poco prima delle otto di mattina di martedì 6 agosto a Brest, in Bretagna, nel nord-ovest della Francia, Fiona Kolbinger ha vinto la Transcontinental Race, una gara che dura dieci giorni ed è lunga quattromila chilometri. Kolbinger, che ha 24 anni e non è una ciclista professionista, ha vinto battendo 40 donne e più di 200 uomini, alcuni dei quali sono ancora intenti a pedalare da qualche parte nel mezzo dell’Europa.

La Transcontinental Race è una gara di ciclismo endurance, cioè di estrema resistenza. Prevede un’unica lunga tappa che da sola è più lunga di tutte le ventuno tappe del Tour de France, la più importante competizione di ciclismo professionistico al mondo. La Transcontinental Race è arrivata alla sua settima edizione ed è la prima volta che la vince una donna. Kolbinger va in bici per passione: la maggior parte del suo tempo la occupa studiando per diventare oncologa pediatrica. Questa era tra l’altro la sua prima partecipazione a una gara endurance.

Si fa presto a spiegare le regole della Transcontinental Race. Centinaia di ciclisti da tutto il mondo partono da un punto A e devono arrivare pedalando a un punto B che sta dall’altra parte dell’Europa. Ognuno corre per sé: decide che strada fare e quando fermarsi per dormire, si porta dietro quello che gli serve, anche per ripararsi la bici, e non può accettare passaggi o aiuti esterni. Alcuni concorrenti partecipano a coppie, e quindi finiscono in una particolare classifica, ma la maggior parte corre in solitaria.

Nella Transcontinental Race il cronometro non si ferma mai: ogni partecipante deve quindi decidere come, quando e dove dormire e mangiare, sapendo però che mentre lui (o lei) dorme e mangia, altri stanno probabilmente pedalando. Lungo il percorso ci sono quattro punti di passaggio obbligati, due dei quali prevedevano che i partecipanti arrivassero fino ai 2.474 metri del Passo del Rombo, tra Austria e Italia, e i 2.645 del Col du Galibier, in Francia. Per sapere dove sono i partecipanti si usano dei segnalatori GPS messi sulle loro biciclette.

Fiona Kolbinger ha vinto la Transcontinental Race con circa 12 ore di vantaggio sul britannico Ben Davies: «per i nostri standard, un finale al fotofinish», scrive il resoconto ufficiale sul sito dell’evento. Nel frattempo è arrivata una decina di altri corridori, mentre altri ancora sono tra la Francia, l’Italia e la Svizzera, impegnati a provare ad arrivare a Brest entro domenica, quando finirà la gara.

Non si sa granché di Kolbinger: solo che sta studiando medicina a Heidelberg, nel sud della Germania, e che prima di questa Transcontinental Race aveva partecipato solo a una Londra-Edimburgo-Londra. Un ciclista che si è allenato con lei prima della Transcontinental Race ha raccontato che mentre affrontava le salite, dove si va più piano, tirava fuori un foglio per ripassare gli argomenti di un esame.

In un giorni di gara Kolbinger ha percorso quasi 500 chilometri nell’arco di 24 ore: in genere pedalava per circa 15 ore al giorno e solo di rado è capitato che dormisse più di cinque ore. È passata da temperature massime che hanno sfiorato i 40 gradi a minime di poco sopra lo zero, beccandosi pure un paio di giorni di pioggia. Con in corpo la fatica dei giorni precedenti, e una bici resa pesante dal necessario che doveva portarsi dietro, ha pedalato mantenendo una velocità media spesso superiore ai 20 chilometri orari, cosa che molti cicloamatori faticano a mantenere durante una pedalata di più di un paio d’ore. Per arrivare a Brest, Kolbinger ha attraversato Bulgaria, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Italia, Svizzera e Francia. I rilevamenti GPS hanno mostrato che è stata in testa per quasi tutta la gara, senza che mai, dall’arrivo alle Alpi in poi, la sua posizione sia sembrata in discussione.

Kolbinger si è fatta notare anche quando nell’ottavo giorno di gara, al quarto e ultimo punto di controllo presso l’hotel Milan, nel paesino francese di Le Bourg-d’Oisans, dopo 2.500 chilometri di gara, si è messa a suonare un pianoforte.

Björn Lenhard – che alla partenza era uno dei favoriti, ma che si è dovuto ritirare per quelli che i ciclisti definiscono dolori al «soprasella» – ha detto di lei che è una «ciclista completa»: nel senso che è preparata atleticamente, ma che si è anche mostrata abile nella pianificazione del percorso e nella gestione della bicicletta. James Hayden, vincitore delle ultime due edizioni, ha detto: «Ero certo che prima o poi avrebbe vinto una donna, stavamo solo aspettando quella giusta». Dopo aver vinto, Kolbinger si è detta felice e sorpresa per la sua vittoria, e ha raccontato che quando si era iscritta il suo obiettivo era, al massimo, finire sul podio nella categoria femminile. Poi ha aggiunto, quasi con un po’ di rimpianto: «Sarei potuta andare più forte, e dormire di meno».

Kolbinger è la prima donna a vincere la Transcontinental Race, ma non la prima a vincere una gara di resistenza estrema. Non è ancora chiaro se le ragioni siano psicologiche, biologiche o metaboliche, ma in questi tipi di competizioni le donne vanno infatti molto forte: a volte più degli uomini, e spesso essendo molte meno della metà dei partecipanti.

Anche nel mondo dell’endurance ciclistica, Kolbinger non è la prima donna a vincere una corsa. Nel 2016 la statunitense Lael Wilcox completò i circa 6.800 chilometri della TransAmerica più velocemente di tutti, dopo che nell’ultima notte di corsa, mentre era al secondo posto, vide passare in senso inverso colui che, a quanto ne sapeva lei, la precedeva di qualche chilometro. Era il greco-tedesco Steffen Streich, che stremato dalla fatica si era fermato a dormire una mezz’oretta e poi, svegliatosi non particolarmente fresco, riprese a pedalare in senso contrario, senza accorgersene per via della notte. Streich incrociò Wilcox, si rese conto dell’errore, e tornò a pedalare nel giusto senso, praticamente al suo fianco. Pare anche che la aiutò a non prendere una svolta sbagliata e a un certo punto, da qualche parte in mezzo alla Virginia, le propose di arrivare insieme al traguardo, già che c’erano. Lei rispose: «Non ci penso nemmeno. È una gara». Lo staccò e vinse.