Il commercio equo e solidale ha vinto o ha perso?

I prodotti marchiati Fairtrade sono ovunque, ma ora le grandi aziende hanno iniziato a darsi dei regolamenti interni per stabilire cosa sia sostenibile e cosa no

(Joe Raedle/Getty Images)

Vi sarà capitato di trovare nei supermercati e nei negozi confezioni di zucchero e caffè, cespi di banane, barrette di cioccolata e molti altri prodotti con sopra un marchio tondo verde e azzurro, simile al simbolo dello yin e yang: è il marchio di certificazione di Fairtrade, una delle più grandi e famose associazioni internazionali che si occupano del cosiddetto “commercio equo e solidale”. A vent’anni dalla sua nascita, Samanth Subramanian na ha raccontato sul Guardian la storia, quello che fa, come ha cambiato il mondo del commercio e in che cosa ha invece fallito.

Durante il colonialismo, i contadini dei paesi conquistati erano costretti a produrre quello che richiedevano i paesi che li controllavano, spesso in condizioni di sfruttamento e con guadagni miseri; le grosse aziende facevano ottimi affari e i cittadini occidentali acquistavano merci lontane a prezzi convenienti. Questo sistema restò a lungo in piedi anche dopo lo sgretolamento dell’imperialismo, e soltanto alla fine della Seconda guerra mondiale nacque l’idea che lo sfruttamento dei contadini non fosse ineluttabile. Ci furono quindi i primi tentativi di comprare direttamente da loro i prodotti e rivenderli senza passare per intermediari e multinazionali, ma soltanto negli anni Sessanta aprirono in Europa e negli Stati Uniti i primi piccoli negozietti che compravano direttamente dai produttori.

Il clima cambiò più radicalmente negli anni Ottanta, quando grazie al lavoro delle associazioni nate anni prima, le storie di questi contadini iniziarono a interessare l’opinione pubblica: venivano raccontate in tv, sui giornali, e finirono anche sulle etichette di alcuni prodotti che si trovavano nei supermercati. Questa maggiore consapevolezza degli acquirenti si intrecciò con il crollo del valore di molti beni di prima necessità, cosa che peggiorò le condizioni di vita degli agricoltori. Nel 1988 un’associazione non profit olandese inventò il primo certificato per il “caffè etico” con l’etichetta “Max Havelaar”, dal nome del personaggio di un romanzo anticolonialista.

I chicchi di caffè erano prodotti da una cooperativa in Messico e poi direttamente venduti da tre aziende olandesi: l’idea funzionò e nel giro di un anno Max Havelaar conquistò il 3 per cento del mercato. Il suo esempio fu seguito da molte altre aziende per altri prodotti e nel 1997 i singoli movimenti si unirono in un’associazione internazionale, Fairtrade International, con sede a Bonn, in Germania: ancora oggi Fairtrade International stabilisce gli standard di molti prodotti che nel frattempo abbiamo cominciato a definire “equosolidali”. In Italia si trovano nella maggior parte dei supermercati, in aziende specializzate come Alce Nero e Baum, e da grandi multinazionali come Kimbo per il caffè, Valrhona per il cioccolato e Pompadour per il tè.

Il movimento equosolidale era interessato a migliorare la vita degli agricoltori, sulla base dell’idea che bastasse informare l’opinione pubblica per convincerla a comprare i loro prodotti, anche se costavano un po’ di più di altri.

In particolare il sistema di Fairtrade ruotava attorno al prezzo e alla certezza che la moralità dei consumatori potesse rivoluzionare la distribuzione del sistema produttivo. Il sistema funziona ancora così: i produttori, spesso riuniti in cooperative, accettano alcune regole, per esempio il divieto di assumere minori, e il rispetto ambientale; in cambio ottengono di vendere i loro prodotti a un prezzo minimo, non è soggetto alle speculazioni finanziarie ed è concordato tra i produttori e Fairtrade per coprire i costi necessari a una produzione sostenibile. In più, i produttori ricevono periodicamente anche un premio che possono decidere come spendere: per esempio per migliorare le tecniche produttive o le condizioni della loro comunità, costruendo scuole e ospedali. Periodicamente gli ispettori di Fairtrade controllano come viene speso il premio. Dall’altra parte ci sono le aziende e i consumatori, che accettano di pagare di più i prodotti equo-solidali sapendo di migliorare la vita dei produttori.

Nel tempo il sistema ha preso piede e ora è comune trovare prodotti Fairtrade nei supermercati e nelle grandi catene. Il vero successo del movimento, però, scrive il Guardian, è arrivato sul piano delle idee: è riuscito infatti a mettere in crisi l’idea che sottopagare i contadini fosse un’inevitabile legge di mercato, e ha diffuso la convinzione che le aziende possono essere virtuose semplicemente seguendo le direttive di qualcuno che mostri loro come fare; a quel punto il mercato si autoregola in un circolo virtuoso e le vite dei contadini miglioreranno a cascata grazie al surplus di denaro versato all’origine.

Queste convinzioni sono state criticate più volte, nel corso degli anni: molti sostengono che per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori non basti il libero mercato “illuminato” e sia necessario comunque un intervento massiccio da parte del governo, altri accusano il movimento Fairtrade di aver portato a casa risultati troppo piccoli e poco concreti. Nel 2017 sono stati venduti con il marchio Fairtade beni per il valore di 9 miliardi di dollari (8 miliardi di euro), con materie prime fornite da 1,66 milioni di contadini. Sono cifre grosse che però scoloriscono se viste nel quadro generale: il solo mercato del caffè vale 200 miliardi di dollari (180 miliardi di euro) e le persone impiegate nell’agricoltura sono 2 miliardi.

Fairtrade ha anche altri problemi. Per prima cosa non riesce a trovare compratori per grandi quantità dei beni prodotti rispettando i suoi standard; il risultato è che riesce a certificarne solo una piccola percentuale e le cooperative affiliate devono comunque vendere il resto a prezzo di mercato. Di tutto il caffè prodotto seguendo gli standard Faitrade, nel 2016 ne venne certificato solo il 34 per cento; per il cacao si parla del 47 per cento, per il tè il 4,7 per cento. Un altro punto controverso è il controllo di come viene usato il premio di produzione lasciato nelle mani dei produttori: infatti i grossi compratori si sono spesso lamentati della scarsa trasparenza di come vengono usati quei soldi. L’impiego della somma viene comunque controllato da FLOCERT, un ente apposito, mentre Fairtrade monitora e pubblica frequenti rapporti sulle conseguenze del sistema equo-solidale nel mondo.
Nonostante questo molte aziende hanno perso fiducia nell’effettiva utilità del sistema di Fairtrade. Lo dimostrerebbe l’incapacità di Fairtrade di fare fronte al mancato ricambio generazionale tra i contadini, uno dei più grandi problemi dell’agricoltura, e le difficoltà del movimento a rispondere a problemi come la scomparsa della biodiversità e alle preoccupazioni dovute al cambiamento climatico.

Tutti questi motivi, negli ultimi anni hanno portato le grosse aziende a dotarsi di regolamenti interni e certificazioni equo-solidali proprie, abbandonando in molti casi il marchio Fairtrade. Il primo colpo al sistema di Fairtrade arrivò nel maggio 2017, quando la grande catena di supermercati britannica Sainsbury abbandonò la certificazione di Fairtrade per il suo tè, sostenendo che i soldi in più non fossero spesi adeguatamente, e lanciò una sua etichetta di tè equo-solidale, Fairly Trade. La decisione ebbe ripercussioni, secondo Fairtrade, su 250 mila contadini. Ci furono proteste e inviti al boicottaggio, l’esperimento non andò bene ma altri provarono a imitarlo.

Poco dopo anche Mondelēz – multinazionale alimentare che controlla tra gli altri Milka, Saiwa e Toblerone – ritirò alcune barrette di cioccolato dal programma di Fairtrade e lanciò una certificazione interna, Cocoa Life: ora metà del suo cioccolato ha la certificazione e l’azienda prevede di coprirlo interamente; entro il 2020 ci avrà investito 400 milioni di dollari (358 milioni di euro). Dal 2004 anche la catena di caffetterie Starbucks ha un proprio programma da 100 milioni di dollari (90 milioni di euro), il CAFE Practices, dedicato alla ricerca di caffè coltivato in modo sostenibile, e lo stesso ha fatto anche McDonald’s.

Queste decisioni hanno provocato molte accuse di opportunismo e malafede. In particolare, il proliferare di etichette equo-solidali – oggi sono oltre 460 per cibo e bevande, di cui un terzo create negli ultimi 15 anni – crea enorme confusione: non si capisce cosa significhino davvero, ma vengono comunque comprate pensando che una certificazione sia comunque meglio di niente. Il Guardian sostiene inoltre che il vero interesse delle grandi aziende che iniziano ad occuparsi direttamente di certificazioni di questo tipo non sia il benessere dei contadini ma l’aumento della produttività, con un cambio di approccio che di fatto finirebbe con il mettere i lavoratori in secondo piano, facendo tornare tutto alla situazione di partenza. Sia Starbucks che Mondelēz, per esempio, non rispettano un prezzo minimo di acquisto dei prodotti: Starbucks prevede un premio strategico per alcuni prodotti di cui ha più bisogno mentre Mondelēz ha un premio fedeltà per le aziende con cui collabora di più.

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