La facciata dell'edificio occupato da Casapound a Roma (ANSA/ UFFICIO STAMPA)
  • Italia
  • venerdì 26 luglio 2019

Il complicato sgombero di Casapound

Perché se ne parla da anni – di nuovo ieri – ma non si fa quasi altro che parlarne?

La facciata dell'edificio occupato da Casapound a Roma (ANSA/ UFFICIO STAMPA)

Giovedì la sindaca di Roma Virginia Raggi si è presentata davanti al famoso edificio pubblico occupato abusivamente a Roma da Casapound – nota organizzazione neofascista – per notificare una diffida che ordina la rimozione della grossa scritta “Casapound” dalla facciata dell’edificio, e di uno striscione appeso poco sopra. Raggi, accompagnata dalla polizia locale e dalla Digos, non è riuscita a consegnare personalmente la diffida ai rappresentanti di Casapound, ma la sua presenza lì ha fatto nuovamente parlare del palazzo occupato e dei grossi problemi che ci sono a sgomberarlo.

L’edificio di cui si parla si trova in via Napoleone III a Roma, in una zona abbastanza centrale della città – adiacente alla stazione Termini e a meno di due chilometri dal Colosseo – nel quartiere Esquilino. Casapound, un movimento neofascista tra i più attivi in Italia, lo occupa dal dicembre 2003 e di fatto ha stabilito lì la sua sede nazionale, abusivamente. Il palazzo è molto grande: ha 58 stanze, 3 magazzini e due sale conferenza distribuiti su sei piani e con una grande terrazza sul tetto. L’Espresso, che si è spesso occupato dell’occupazione di Casapound, aveva raccontato che nel palazzo sono stati ricavati circa 20 appartamenti, in cui vivono circa 60 persone tra dirigenti del movimento e altri attivisti: persone che in molti casi hanno altri lavori e che non sono ritenute in situazioni economiche particolarmente deboli o precarie.

Al momento dell’occupazione, nel 2003, l’edificio era vuoto; prima aveva ospitato uffici pubblici del ministero dell’Istruzione, che aveva ricevuto la possibilità di usarlo dall’Agenzia del Demanio, che ne era ed è ancora proprietaria. Il ministero aveva chiesto quasi subito lo sgombero del palazzo, ma da lì in poi – come aveva ricostruito l’Espresso – la pratica era finita in una sorta di zona grigia istituzionale per cui non era più chiaro veramente chi dovesse occuparsene, tra ministero e Demanio. Per anni, quindi, nessuno se ne è più occupato (nel 2018 non era nemmeno stato fatto un censimento degli occupanti, come si fa di solito) e Casapound è rimasta lì. Nel tempo sono state presentate diverse denunce per chiedere lo sgombero del palazzo, ma in una città con decine di edifici pubblici occupati, la prefettura non ha mai ritenuto di dare priorità allo sgombero di quello di Casapound, contribuendo a rendere più opaca e complicata la situazione e alimentando i sospetti che in qualche modo le istituzioni avessero un occhio di riguardo per Casapound.

L’edificio di Casapound (Google Maps)

La questione è tornata molto attuale nell’ultimo anno, viste le ripetute promesse del ministro dell’Interno Matteo Salvini – leader della Lega, con cui Casapound qualche anno fa aveva stretto un’alleanza formale – di sgomberare tutti gli edifici occupati della città e l’attenzione che è stata data a sgomberi anche molto violenti di altri palazzi romani, spesso occupati da famiglie povere e migranti. L’edificio di Casapound, però, non è in condizioni strutturalmente precarie e per questa ragione, sembra, non è mai stato inserito tra quelli più urgenti da sgomberare. I giornali parlano spesso di “liste” degli sgomberi urgenti di cui l’edificio di via Napoleone III non sembra fare parte: ma non è nemmeno chiaro con quali criteri siano fatte queste liste, né se questi criteri siano sempre gli stessi.

Negli ultimi mesi il comune di Roma è tornato a occuparsi con più decisione dell’occupazione di Casapound e a inizio 2019 aveva approvato una mozione per chiedere lo sgombero. L’edificio, però, non è di proprietà del comune: la mozione si limitava ad impegnare la sindaca Raggi a chiedere lo sgombero alle autorità competenti. La consegna della diffida per la rimozione della scritta “Casapound” dalla facciata è di fatto il simbolo dell’impotenza del comune, che si può limitare a questi interventi minori.

Nel governo, invece, lo sgombero del palazzo di Casapound non sembra essere considerato una priorità, nonostante sia stato stimato dal 2003 un danno erariale superiore ai 4 milioni di euro per i mancati incassi causati dall’occupazione. A inizio luglio l’Agenzia del Demanio ha presentato una nuova denuncia per chiedere lo sgombero: secondo Repubblica la denuncia «promette di far balzare in cima alla lista degli sgomberi della prefettura la sede di CasaPound», ma finora non sembrano esserci stati provvedimenti in quella direzione. Giovedì, mentre Raggi provava a notificare la sua diffida, la Lega e il Movimento 5 Stelle hanno bocciato alla Camera un ordine del giorno proposto dal Partito Democratico che avrebbe impegnato il governo a sgomberare l’edificio.

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