Matthijs de Ligt della Juventus. (Pakawich Damrongkiattisak/Getty Images)
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  • mercoledì 24 Luglio 2019

La legge che sta aiutando le squadre di calcio italiane a comprare giocatori dall’estero

Fa parte del "decreto crescita" e prevede una riduzione molto sostanziosa delle tasse da pagare sugli stipendi dei calciatori che arrivano dall'estero

Matthijs de Ligt della Juventus. (Pakawich Damrongkiattisak/Getty Images)

Una norma contenuta nel cosiddetto “decreto crescita” proposto dal governo e approvato a fine giugno dal Parlamento rende molto più conveniente per le squadre di calcio italiane pagare lo stipendio ai calciatori appena acquistati dall’estero. La norma fa parte di un articolo dedicato al “rientro dei cervelli” e non è pensata esplicitamente per i calciatori, bensì per tutti i lavoratori: ma se ne sta parlando perché secondo qualcuno è stata determinante perché alcune società di calcio potessero permettersi certe operazioni di mercato. Tra le altre, la norma è stata molto associata all’ingaggio da parte della Juventus del difensore olandese Matthijs de Ligt, giovane di grandissime prospettive conteso per settimane da alcuni dei principali club europei, e diventato ora il secondo giocatore più pagato della squadra dietro a Cristiano Ronaldo.

La legge
La norma modifica una legge approvata a suo tempo dal governo Renzi, che prevedeva che ai lavoratori dipendenti – italiani o stranieri – che si trasferivano in Italia dopo aver risieduto all’estero per almeno 5 anni venisse tassato soltanto il 70 per cento del reddito. Non erano inclusi tutti i lavoratori, ma solo i dirigenti o quelli altamente specializzati. Come ha spiegato il sito Ultimo Uomo, la legge approvata dal governo attuale ha ridotto ulteriormente l’imponibile, abbassandolo dal 70 al 30 per cento; ha poi ridotto a due anni il tempo che il lavoratore deve aver passato all’estero, e ha eliminato la parte sul lavoro specializzato.

La legge interviene in sostanza sull’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, per cui sono previste diverse aliquote la più alta delle quali – per i redditi sopra i 75mila euro annui – è al 43 per cento. L’aliquota rimane sempre uguale, ma adesso a essere tassati per i lavoratori dipendenti che arrivano dall’estero è soltanto il 30 per cento dello stipendio lordo. Per gli sportivi il governo ha previsto una deroga che alza il reddito imponibile al 50 per cento, e ha annullato le ulteriori agevolazioni previste dalla stessa legge per i lavoratori che si trasferiscono al Sud. La legge prevede poi uno 0,5 per cento da versare come contributo di solidarietà, destinato allo sviluppo dei vivai calcistici, e che il lavoratore debba mantenere la residenza in Italia per almeno due anni: se se ne va prima, la società deve versare le tasse risparmiate.

Cosa comporta nel calcio
Intanto la legge non vale solo per i calciatori, ma anche per gli altri sportivi professionisti, per gli allenatori, i preparatori, eccetera. Il nuovo allenatore della Roma Paulo Fonseca, che allenava in Ucraina, è per esempio interessato da questa riduzione. Sulla Gazzetta dello Sport di sabato c’era un esempio concreto di come funziona la norma:

Facciamo il caso di un calciatore professionista che da anni milita in un club estero e che si trasferisce in Italia quest’estate (con residenza fiscale dal 2020). Per garantirgli uno stipendio netto di 2 milioni annui, il club italiano acquirente applicherà le ritenute sull’imponibile ridotto del 50% e così l’ingaggio, a parità di importo netto, costerà 2,54 milioni (con un’Irpef di 539.270 euro) anziché 3,5 milioni (con un’Irpef di 1,49 milioni). Sì, c’è il contributo dello 0,5%, ma parliamo di poco più di 6mila euro. In sostanza, se prima una società italiana sborsava quasi il doppio rispetto a quanto entrava nelle tasche del calciatore, considerata l’aliquota massima Irpef del 43%, d’ora in poi pagherà meno di un terzo del netto.

Normalmente i giocatori trattano con le società il proprio stipendio netto, e spetta poi alle società preoccuparsi di quello lordo (e quindi della relativa tassazione). Le stime dicono che normalmente lo stipendio netto di un calciatore in Italia equivale più o meno al 55 per cento di quello lordo. Prendendo l’esempio di de Ligt: il suo stipendio netto, secondo i giornali, sarà di 8 milioni di euro all’anno: vuol dire che alla Juventus costerà ogni anno 10,1 milioni invece di 14, secondo le stime dello studio DLA Piper pubblicate dalla Gazzetta. Fonseca, per i suoi 2,5 milioni di euro netti, costerà alla Roma 3,2 milioni invece di 4,4 milioni.

Va tenuto presente però che lo sconto si applica dal gennaio 2020, quindi per il primo semestre di contratto il risparmio per le società non ci sarà ancora. La legge vale poi soltanto per i contratti firmati dopo il 1 luglio 2019, e quindi non è retroattiva. La norma ha ricordato a molti la cosiddetta “legge Beckham”, quella in vigore in Spagna tra il 2005 e il 2010, che riduceva l’aliquota dal 43 per cento al 24 per cento per i redditi sopra i 600mila euro annui. Permise ai club spagnoli di permettersi stipendi molto alti, attirando quindi molti grandi calciatori – da Cristiano Ronaldo a Kakà – e aumentando la rilevanza della Liga nel mondo.